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Terra dei Fuochi, disfunzioni al processo sull’ecomafia napoletana: ancora un rinvio

Piccoli procedimenti da smaltire prima di iniziare le udienze. E poi i microfoni dell’aula che non funzionano e che determinano spostamenti in altre stanze. Intanto slitta al 9 dicembre la prossima udienza d’appello del processo Carosello Ultimo Atto

Ha creato un’atmosfera carica di attese l’udienza d’appello di martedi scorso del processo Carosello Ultimo Atto, denominato così dagli inquirenti per un falso giro di bolla, un espediente ordito allo scopo di nascondere la reale natura e il reale quantitativo dei rifiuti in arrivo nelle discariche private. Sversatoi aperti in provincia di Napoli durante l’orribile emergenza di dieci anni fa. Attese, quelle dell’altro ieri, per una sentenza che non è arrivata. Aspettative da parte di decine di ambientalisti accorsi al tribunale di Napoli ma che si sono spente davanti alle solite, scoraggianti, disfunzioni della giustizia nostrana. Basti pensare che prima di iniziare l’udienza di martedi il giudice della quarta sezione penale della Corte d’Appello di Napoli, Eugenio Giacobini, ha dovuto “smaltire” una serie di procedimenti che nulla avevano da spartire con quello che lo stesso magistrato ha definito ” processo importantissimo”.

E non è finita. Sempre martedì, stavolta a causa dell’inefficienza del sistema dei microfoni interni, Giacobini a un certo punto ha anche ordinato di spostare il dibattimento in un’altra aula. Dove però era in corso un altro processo. Risultato: udienza slittata al 9 dicembre, tra quasi un mese. Tutte lungaggini che si scontrano con una questione d’ importanza rilevantissima, come lo stesso Giacobini ha tenuto a sottolineare. Per dare la misura di quest’importanza è sufficiente ricordare la vicenda in modo sommario.

Imputati al processo sono, tra gli altri, i fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini, condannati in primo grado, l’anno scorso, a pene variabili tra i quattro e i sei anni di reclusione per traffico di rifiuti, e i carabinieri Giuseppe Curcio, ex comandante della stazione di Acerra, e Vincenzo Addonisio, anch’essi condannati a quattro anni in primo grado perchè accusati di aver depistato le indagini. Pure Salvatore Pellini è un carabiniere. E’ imputato nella doppia veste di imprenditore dello smaltimento dei rifiuti e di esponente delle forze dell’ordine, di funzionario dello Stato. Intanto l’Arma ha sospeso dal servizio i tre militari. Nell’ambito dello stesso processo è stato condannato, sempre in primo grado, nel marzo dell’anno scorso, Giuseppe Buttone, cognato del boss di Marcianise Domenico Belforte, poi condannato anche una seconda volta, nel novembre successivo, a seguito di un’ altra inchiesta sui rapporti tra la camorra e i colletti bianchi nello sversamento dei rifiuti tossici effettuato nelle province di Caserta e Napoli. In questa seconda fase del processo ha presentato appello anche Maria Cristina Ribera, il pubblico ministero antimafia che aveva chiesto in primo grado pene pesantissime, basate su una sentenza della Cassazione che considera permanente il reato di disastro ambientale.

Il giudice di primo grado ha però ridotto di parecchio le richieste del pm antimafia, emanando una serie consistente di prescrizioni e assoluzioni. Maria Cristina Ribera aveva chiesto diciotto anni di reclusione per chi ha scaricato veleni nei terreni del Napoletano. Mai era stata chiesta una pena così alta per un traffico di rifiuti tossici, culminato otto anni fa con la retata dell’operazione Carosello-Ultimo atto, messa a segno dai carabinieri nel Noe, il Nucleo Operativo Ecologico. Era stata davvero una dura richiesta di condanna quella scaturita dalla requisitoria finale del pm della Dda, pronunciata nel dicembre del 2012 nell’aula 114 del tribunale di Napoli davanti al giudice della sesta sezione penale Sergio Aliperti, e a un centinaio di ambientalisti provenienti da tutto l’hinterland.

Tra loro c’era don Maurizio Patriciello, prete anticamorra noto per la sua crociata contro l’avvelenamento della terra. La condanna a 18 anni di reclusione era stata chiesta per i fratelli acerrani Cuono, Salvatore e Giovanni Pellini. Diciotto anni: uno più di quanto era stato chiesto per Giuseppe Buttone, che seguì la requisitoria in videoconferenza, dal carcere di Opera. Poi però le cose sono andate diversamente. E ora si aspetta col fiato sospeso la sentenza d’appello. Spunterà a dicembre ? Forse. Malagiustizia permettendo:..

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