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La magistratura deve analizzare con attenzione le dichiarazioni dei pentiti e allo stesso tempo tutte le istituzioni devono cooperare per generare contrasti sempre nuovi al crimine organizzato. Ecco cosa accade di recente e cosa ancora dovrà accadere.

E’ stato il terrore della Campania, è stato l’uomo dei business predatori, è Giuseppe Setola. Un uomo che nel curriculum vitae può vantare ben quarantasei omicidi, no, non ho sbagliato a scrivere, non volevo scrivere nè solo quattro nè sei. Ho scritto bene, si tratta di quarantasei, e questi sono “soltanto” gli omicidi confessati, con molta, ma molta probabilità, è artefice e complice di chissà quante altre carneficine. Ora ha ben pensato di fare un’ennesima confessione riguardo alle sue passate collaborazioni con la giustizia: “Ho detto un sacco di bugie per uscire prima dal carcere”. Giuseppe Setola è un malavitoso famoso per le sue minacce, e non è mai abbastanza il caso di notare quanto sia intollerabile pensare a questo Stato come un padre incapace di far crescere i propri figli, uno Stato fin troppo debole, disarticolato e smidollato che non impone un piano preciso e determinato per combattere gli sconfinati livelli predatori del crimine organizzato.

Un cambiamento possibile lo si otterrebbe solamente se si combattesse con forza il livello simbiotico del crimine organizzato e dunque tutti quei legami che uniscono Stato e crimine organizzato in un walzer interminabile di interessi a suon di miliardi. Questa lotta ai legami resta una priorità ancora oggi sottovalutata, messa in ombra dai tanti interventi demagogici e provvisori che la politica nazionale propone a noi tutti come cioccolatini con sonnifero per farci dormire beati. La descrizione di questa lotta viene spesso enfatizzata dall’ambiguo mondo dell’antimafia, un’immensa famiglia di associazioni e enti che spesso si limita a parlare senza agire, fino agli estremi livelli della collusione con le istituzioni devianti che teoricamente dovrebbe contrastare. Intanto sono state arrestate dai carabinieri, ben diciassette persone ritenute affiliate al clan D’Alterio – Pianese, della zona di Qualiano. Le accuse sono di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi da fuoco ed estorsione. Ci fa ben sperare inoltre l’arresto di Mario Natale, affiliato al clan dei casalesi, indagato per associazione a delinquere di stampo camorristico.

Contestualmente i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli hanno proceduto al sequestro di quarantuno immobili, cinquantacinque terreni, otto fabbricati commerciali, sedici automezzi, quindici quote societarie, tredici società e cinque ditte individuali, estorcendo alla camorra un valore di oltre cinquanta milioni di euro. E’indubbiamente questo il giusto e fondamentale modo per spezzare le gambe del crimine organizzato: interrompere il potere generato dagli ingenti capitali economici. Senza denaro questi gruppi di criminali perdono la linfa vitale e cessano il loro impietoso processo di accumulazione di beni pubblici. L’attenzione deve restare costantemente accesa: una volta arrestati questi criminali, bisognerà sempre passare al recupero totale dei beni accumulati con le attività criminali, a ciò va associato lo smascheramento costante di tutti gli intrecci e le compartecipazioni che contaminano gli appalti pubblici, le amministrazioni pubbliche, come Asl, ospedali, Agenzie territoriali e cliniche private.

Oggi, come anni fa, c’è da evidenziare che quasi tutti i guadagni della camorra non potrebbero mai realizzarsi senza un adeguato sostegno politico a livello locale, provinciale, regionale e nazionale. Una volta demoliti questi legami, la camorra non potrà avere il potere di governare e di gestire l’economia e il controllo sui progetti di sviluppo sociale. E’ bene mostrare all’opinione pubblica quanto di buono è stato fatto, ma tutto questo non basta, la lotta non va fatta soltanto sui contrasti evidenti, piuttosto vanno analizzate le simbiosi perverse e nascoste che creano la rete su cui poggia l’economia, la magistratura, la politica e la cultura italiana contemporanea. In verità sembra, almeno apparentemente, che l’opinione pubblica mostri una totale assenza di fiducia nei confronti sia della magistratura che di tutte le amministrazioni governative e questo probabilmente accade perchè i provvedimenti positivi, che sono tanti ma mai abbastanza, vengono costantemente offuscati da un’eccessiva incapacità di dimostrare che a comandare non è il crimine ma la democrazia delle politiche legislative trasparenti.

Si spera inoltre nella certezza della pena, con condanne esemplari che fungano da deterrente per le future iniziative di stampo mafioso, ci si affida alla funzione protettiva di una magistratura che ha il dovere di creare una netta linea di demarcazione tra chi agisce per il benessere collettivo e chi invece lo infanga, una magistratura trasparente e seria che magari ci trasmetta quella fiducia che, ad esempio, è vacillata dopo l’ambigua scelta di lasciare impunita la morte del giovane Stefano Cucchi, ma qui non si tratta di una mancata presa di posizione severa ed esemplare: questa di Cucchi è davvero tutt’altra storia. Forse.

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