Venerdì 24 ottobre convegno in onore di Augusto, sui vini vesuviani e Mostra di fotografie e di atti dell’Archivio del Comune sulla storia di un’attività che fece la storia della città. La fotografia di Fiore Romano vale, da sola, quanto un libro.
Lo dico da tempo. Gli storici di cose vesuviane, che non sono numerosi, ma sono tutti di altissimo profilo, hanno l’obbligo morale di riempire l’ enorme buco nero che sta al centro della storiografia vesuviana mettendo mano, finalmente, al libro dei libri, e cioè a una storia economica e sociale del territorio che sta tra il Somma e il Nolano: se no, tutti i volumi che essi hanno scritto si sfarinano in un arido elenco di notizie e di notiziole.
Oddio, troveranno pur sempre un amico intellettuale capace di vedere nel loro ammasso di effemeridi l’orma di Le Goff e di Duby, ma non credo che essi siano soddisfatti, in cuor loro, di una fama impastata con le chiacchiere. Le sole chiacchiere buone sono quelle che si mangiano a Carnevale.
Poiché mi manca il respiro dello storico, che la retorica definisce “ampio” o “vasto”, mi limito a indicare ai competenti qualche dato, trovato qua e là. Venerdì 24 ottobre nell’aula consiliare del Municipio di Ottaviano le signore dott. ssa Antonella Monaco e dott. ssa Giovanna Ambrosio, ospiti dell’ Amministrazione Capasso e, in particolare, dell’ assessore alla cultura prof.ssa Marilina Perna, parleranno, in onore di Augusto, dei vini vesuviani.
Approfitterò della circostanza per esporre qualche fotografia e alcuni atti dell’archivio storico del Comune relativi alla produzione e al commercio del vino: che furono per secoli, insieme alla vendita dei “tagli” delle selve, il perno dell’economia ottajanese. Toccherà agli storici – spero che ci onorino con la loro presenza- cavare tutto il succo dai dati, alcuni dei quali mi permetto di credere che siano interessanti.
Per esempio, nel registro dell’Ufficio Dazio sui Consumi del 1867 si legge che nel Centro Abitato di Ottajano c’erano 23 cantinieri: ne cito qualcuno: Vincenzo Annunziata “teneva frasca” a Croce Pistone, Salvatore Annunziata alla Piazza, Antonio Cutolo e Ferdinando Guerriero al Vaglio, Angelo Guerriero a Piediterra, Aniello Picariello a San Giovanni, e tre signori Saviano tra San Lorenzo e la Toppa di San Francesco: “’ncoppa a toppa, male a chi ce ‘ntoppa” si diceva una volta, forse perché alcune signore del luogo non erano abituate a farsi i cavoli loro. Erano ‘nciucesse, ‘npaccesse e, insomma, capere.
I cantinieri di San Giuseppe e di San Gennarello erano 42: e tra questi Angelo Cola ai Bartoli, Giuseppe Catapano e Nicola Duraccio ai Tristi, Paolo Massa a San Gennarello, Biagio, Luigi e Francesco Perillo ai Perilli, Antonio Picariello al Pagliarone, Gaetano Iovino e Angelo di Palma a San Leonardo. Nel documento del 1867 il “rione” San Leonardo è inserito nel “quartiere” San Giuseppe, mentre negli statini di poco precedenti e in quelli di poco successivi viene indicato come parte del Centro Abitato. Sedici erano i cantineri del Terzigno: pagavano elevate quote mensili di dazio Pasquale Caldarelli e Anna Miranda, moglie di Carmine Cirillo, agli Ugliani, Michelangelo Pagano ai Miranda e Gennaro Annunziata ai Passanti.
In rapporto al numero degli abitanti, poco più di 18.000, Ottaviano aveva più cantinieri di qualsiasi altro Comune del Vesuviano interno, e di gran lunga più cospicui erano i “traffici” del vino, che molti di questi cantinieri “esportavano” nei Comuni del Nolano e, per antica tradizione, anche a Napoli, attraverso un sistema di bettole, cantine e sensali “associati” che sollecitava senza sosta l’attenzione dei commissariati cittadini con i sospetti sul contrabbando, sui vini adulterati, sulle “camorre”. L’economia del vino alimentava un indotto esteso e articolato: carrettieri, vatigali, bottai, “carrafari”, carradori, “cavallari”, maniscalchi, sensali: e ci limitiamo alle figure professionali legali.
Le cantine influivano sui costumi sociali, agitavano l’ordine pubblico, costituivano osservatori privilegiati per polizia e per delinquenti di ogni risma. Gli studiosi hanno scritto e continuano a scrivere che la camorra nacque nelle cantine, intorno ai giochi di carte e di dadi che si praticavano tra bottiglie e bicchieri. Nelle cantine nacque e si formò la cucina vesuviana, che aspetta ancora il suo Tito Livio: ma che sia un Tito Livio attendibile, che non contrabbandi per vesuviani piatti avellinesi e cilentani.
Se la fotografia che apre l’articolo potesse parlare, Fiore Romano racconterebbe – i suoi racconti erano parole che diventavano immediatamente immagini – la storia di questa “ enoteca” napoletana degli anni ’50 e il senso dello schieramento delle botti, che fanno da richiamo e indicano la ricchezza della bottega: e pizzicherebbe con uno dei suoi famosi “paraustielli” l’ignoranza dei napoletani che continuavano a pagare il “Capri” e il Gragnano più del “Vesuvio” e del “ Terzigno”. E infine ai signori in cappotto che stanno dietro di lui spiegherebbe che non è da tutti tenere la mano in tasca come la tiene lui, e inclinare il lato sinistro del corpo come lo inclina lui, e portare la sciarpa al collo come la porta lui.
Certe cose erano e sono consentite solo ai grandi padri del vino vesuviano. Venerdì sera, se le due signore relatrici mi concederanno tre minuti, cercherò di interpretare ciò che dalla fotografia Fiore Romano continua a raccontarci nell’ironia del silenzio.
(Foto: Napoli anni’50: Fiore Romano davanti a una rivendita di vini)




