Qualcosa sta cambiando: cinque fasi per liberarsi dal pizzo

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Il caso di Portici può essere particolarmente significativo per generare una nuova concezione culturale, l’esibizione del controllo attraverso il pizzo può essere combattuta. Analizziamone le modalità.

"OSSERVATORIO SOCIALE"

La rubrica "Osservatorio Sociale" nasce come spazio di approfondimento delle fenomenologie d’interesse collettivo, usufruendo degli approcci teorici della Sociologia contemporanea. Linguaggio e metodologie adottate nell’esposizione dei testi proposti, si prefiggeranno l’obiettivo di realizzare analisi scritte libere da specifici ambiti, quindi libertà di spaziare tra gli elementi di devianza e crimine organizzato, tra disagi sociali e politiche della sicurezza, tra bonifica del territorio attraverso iniziative utili e lotta alle illegalità, tra politiche sociali e cura di indagini sul campo. Sarà posta attenzione sulle insicurezze dei giovani, sull’analisi delle necessità, come ad esempio, l’occupazione professionale.

Saranno trattati gli aspetti antropologici e le prospettive d’innovazioni, le risorse culturali, le insicurezze e i disagi nei territori interessati, così come la trasparenza dei settori della pubblica amministrazione. Lo scopo è quindi voler diversificare la rubrica dalla sola attenzione giornalistica, inglobandola piuttosto insieme con la ricerca sociale e la sua derivante interpretazione dei fatti. Fondere giornalismo e osservazione sociologica per proporre all’utente interessato un modello di rubrica alternativo, ma soprattutto funzionale. La rubrica sarà curata dal Dott. Amedeo Zeni, Sociologo, allievo di Amato Lamberti. L’intera rubrica è dedicata con gratitudine, stima e immenso affetto alla memoria del compianto Professore.

Le distorsioni prodotte dal crimine organizzato nel tessuto sociale, seppure non abbastanza riconosciute, o volutamente occultate, nell’ambito delle contaminazioni politiche, nè analizzate con coraggio nei palazzi dei governanti statali, hanno ad ogni modo consentito a coloro che studiano l’ambito, di accumulare tanto materiale di ricerca utilissimo per l’approfondimento della conoscenza dell’asfissiante fenomeno camorra. Queste risorse teoriche acquisite, devono primariamente essere messe a disposizione della collettività attraverso provvedimenti di sensibilizzazione utili a sostenere chi è vittima delle ritorsioni camorristiche e vive il disagio in prima persona con solitudine e senso di sfiducia nelle istituzioni.

Sappiamo già bene cosa sia il "pizzo" e quanto questo sia usato per detenere il controllo sulle attività territoriali, così come conosciamo le sue ripercussioni nell’economia delle imprese e nella qualità della vita. Va posta oggi attenzione su cosa davvero si può fare per liberarsi dall’incubo. Una dimostrazione che negli anni qualcosa sta cambiando, nonostante ci sia ancora molto da fare, è la presenza delle associazioni antiracket. Qualsiasi cittadino è autorizzato e motivato a ritenere inutili gli interventi di sostegno, ma questa è una delle concezioni culturali da mutare. Prenderemo come esempio di "mutamento culturale" la città di Portici. Vecchia terra di camorra, figlia di un califfo, Luigi Vollaro, padre e padrone di un territorio che ancora soffre di questa scomoda parentela.

Oggi Portici propone un cambiamento che è prima di tutto culturale, secondariamente, attraverso il suo sportello antiracket, invita la cittadinanza alla liberazione dall’atteggiamento omertoso, reazione di paura di cui si ciba con voracità la prepotenza mafiosa. Tutti sanno che esiste uno sportello in città, ma in pochi sanno cosa realmente accade dal momento in cui si decide di denunciare il pizzo fino alla liberazione dalla minaccia. L’imprenditore medio o il semplice cittadino è poco informato su quali sono gli effettivi benefici della denuncia. Le motivazioni che alimentano il timore della denuncia sono chiare e precise: timore di ripercussioni, mancanza d’informazioni sull’argomento, mancanza di risorse economiche per le spese legali, senso di sfiducia nelle istituzioni.
Riassumiamo senza troppi giri di parole, cosa succede attraverso uno schema pratico diviso in cinque fasi, quando decidiamo di denunciare la camorra:

Nella prima fase il cittadino ha la possibilità di contattare lo sportello telefonando al numero verde gratuito 800.75.70.36 così come totalmente gratuito è l’intero procedimento di assistenza. Dall’inizio alla fine. Fissato l’appuntamento con il Presidente dello sportello, Sergio Vigilante, la vittima del racket ha la possibilità di raccontare la propria storia, di ricevere sostegno psicologico nonché un sostegno informale, amichevole, volutamente familiare. Sarà svolta una ricostruzione dei fatti, saranno calcolati quanti soldi sono stati ceduti durante il periodo della minaccia di pizzo, sarà fatto ordine nella mente impaurita e sfiduciata dell’utente interessato. In una seconda fase, consapevoli del timore della denuncia, il cittadino sarà fisicamente accompagnato presso le forze dell’ordine, ogni pratica burocratica è sbrigata dallo sportello.

Nella terza fase, si usufruirà gratuitamente di uno staff di tutori della legge a disposizione della vittima: avvocati civilisti penalisti ecc. L’Associazione antiracket si costituirà interamente come parte civile, analizzata e dimostrata l’attendibilità del caso, sarà svolta una causa. La quarta fase è l’applicazione delle leggi a riguardo, con vari vantaggi, tra cui il rimborso delle perdite economiche. Esiste, tra le tante normative, l’accesso ai fondi della legge 44 del ’99 e la legge 108 del ’99, fondi delle vittime dei reati di estorsione, per le vittime degli usurai; verranno presentate alla prefettura tutti i danni subiti, per ottenere il risarcimento dei danni. Il risarcimento avrà varie forme, come ad esempio sottoforma di mutuo a dieci anni senza interessi elargito dal Ministero degli Interni, oppure, per esempio, sono previste forme di risarcimento a fondo perduto alle vittime degli estorsori sempre da parte della prefettura, anche per i danni strutturali (rottura di vetrine, bombe esplose nel negozio, ecc).

Il Ministero risarcisce completamente i danni, così com’è accaduto già per molti casi archiviati. Già dopo la prima sentenza, la procura ripagherà anche con i patrimoni immobiliari di quegli stessi camorristi che qualche mese prima avevano rovinato la vita dell’assistito. I debiti bancari o ad esempio quelli con equitalia, verranno bloccati. Scatterà l’istanza presentata in prefettura e attraverso l’art. 20 si avvierà la sospensione per 300 giorni (rinnovabili a 600 in base ai casi) in cui tutte le azioni debitorie saranno bloccate. Tutte le altre forme di risarcimento vengono spiegate in sede. In nessuna di queste fasi sono state registrate ripercussioni fisiche, anche solo perchè il camorrista teme la galera più della vittima. Infine si raggiungerà la quinta fase, di sicuro quella più piacevole: la libertà dalla paura di una vita vissuta nella solitudine di una minaccia costante.

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