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QUANDO LA GIUSTIZIA FUNZIONA: UNA STORIA A LIETO FINE

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La situazione del Pianeta Giustizia non è delle migliori, a causa di numerose e complesse questioni. M a bisogna sempre avere fiducia, e questa storia lo dimostra. Di Simona Carandente

Chi frequenta quotidianamente le aule di giustizia, a qualsiasi titolo, sa di dover fare i conti con una sorta di diffuso cinismo, quasi un pessimismo di leopardiana memoria, specie quando ci si confronta con processi lunghi e complessi e si porta il peso, non facile, di avere nelle proprie mani la libertà delle persone, il bene supremo per eccellenza.

Il pessimismo cosmico, del resto, si autoalimenta quotidianamente sia negli operatori del diritto che nell’opinione pubblica, sollecitata da tutta una serie di input di natura mediatica, per la quale agli innocenti vengono inflitte condanne esemplari e i colpevoli, specie se di gravissimi reati, vengono lasciati liberi ed indisturbati di agire. La realtà, tuttavia, a volte più superare anche la più fervida immaginazione, dimostrando che la fiducia nella macchina della giustizia è sovente ben riposta e che, nel processo penale come nella vita reale, occorre sperare fino alla fine e finchè non viene pronunciata l’ultima parola.

Circa due anni fa, chi scrive venne investita della difesa di un giovane accusato di una grave rapina, avvenuta nel centro di Napoli ed ai danni di un ragazzino, al quale veniva sottratta la microcar sotto la minaccia dell’utilizzo di un’arma da fuoco. Fermato a diversi giorni dal fatto, il giovane dichiarava fermamente la propria innocenza sin dal primo momento, pur se consapevole che un ammissione degli addebiti, specie se fatta nell’immediatezza dei fatti, avrebbe comportato un vistoso sconto di pena e, verosimilmente, il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. Dello stesso avviso era il padre del giovane, fermamente convinto dell’innocenza del giovane figlio, già noto alle forze dell’ordine per la sua vivacità e per qualche precedente fermo di polizia, pur essendo del tutto incensurato.

La vicenda processuale, già di per sé complicata, giunse a compromettersi irrimediabilmente quando gli amici del giovane, venuti a conoscenza dell’arresto dell’amico, chiesero all’autorità di polizia di essere sentiti in qualità di testi, posto che la sera dei fatti di causa erano insieme a questi per trascorrere una serata come tante: dubitando sin dall’inizio della veridicità della loro deposizione, per ragioni ancora incomprensibili, i giovani venivano messi sotto intercettazione e rinviati a giudizio per favoreggiamento.

Al processo di primo grado veniva finalmente sentita la giovane vittima della rapina che, attraverso una lucida e dettagliata deposizione, descriveva le modalità del riconoscimento del presunto colpevole, avvenuta senza assoluta certezza e con plurimi tentennamenti, sotto il "consiglio" degli operanti di polizia: nonostante tali premesse, il processo si concludeva con una condanna al minimo della pena ed il riconoscimento della misura cautelare più attenuata degli arresti domiciliari. Qualche giorno fa, l’intera questione veniva devoluta alla Corte di Appello, con il giovane che continuava a protestarsi innocente, nonostante la condanna inflitta in primo grado ed una privazione della libertà per quasi due anni.

Accogliendo in pieno le argomentazioni difensive, la Corte assolveva il ragazzo per non aver commesso il fatto e gli amici per insussistenza del fatto reato, dimostrando come qualsiasi verdetto possa essere sempre e comunque capovolto fino alla pronuncia di condanna definitiva, oltre ad infondere una rinnovata fiducia nel sistema del processo penale, sovente compromesso dall’utilizzo indiscriminato dei riti alternativi (specie del cd. giudizio abbreviato) e dalla fiducia incondizionata su quanto espresso dagli operanti di polizia giudiziaria nei propri atti.
(Fonte foto: Rete Internet) 

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