Sollecitato dal direttore Stefano Valanzuolo, l’artista di Garlasco si è raccontato ad un pubblico numerosissimo e attento.
É stata una mattinata emozionante quella del 15 agosto scorso. Ron, al secolo Rosalino Cellamare, durante l’incontro mattutino nei giardini di Villa Rufolo, è stato intervistato dal direttore artistico del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo. Ron, perfettamente a suo agio, ha parlato a ruota libera, stimolato dalle domande di Valanzuolo. Ha toccato tutti i punti della sua carriera, iniziata nel ’70 al Festival di Sanremo con “Pa’ diglielo a Ma’”, in coppia con Nada, del suo rapporto con la musica, per finire col tenerissimo ricordo di Lucio Dalla, cui era dedicato il concerto del 13 agosto, uno spettacolo che ha unito musica e prosa sul palcoscenico a picco sul mare della terrazza del Belvedere, insieme con Lina Sastri, la violoncellista Giovanna Famulari ed il pianista Fabio Gangi.
Un evento molto particolare, anche perché era il suo 59° compleanno: a sorpresa, c’è stato il taglio della torta del maestro pasticciere Salvatore De Riso. Una carriera, quella di Ron, lunga 42 anni.
Da allora ad oggi, cos’è cambiato?
«Si è spostato proprio l’ago. Allora, era importante la canzone e il saper cantare; del resto si chiama festival della Canzone Italiana, e credo che questo sia naturale. Ora, è diventato un grande spettacolo, dove importanti sono gli ospiti, sempre meno la musica e gli artisti scendono continuamente di numero. Allora si faceva tutto per il bene della musica e, infatti, vennero fuori grandi canzoni. Non dipende da pubblico, ma da chi organizza il festival: la canzone se c’è bene, se non c’è va bene lo stesso, l’importane è il grosso nome. Questa è una cosa che mi fa molto male, perché artisticamente sono nato a Sanremo, e invece vedo che piano piano va scemando. Speriamo che quest’anno Fazio sia più attento alla musica».
Quanto è stato importante per te il ’79, l’anno di “Banana Republic”? «Fu una cosa straordinaria, perché eravamo nel momento storico dei movimenti giovanili politici, che, purtroppo, diedero anche grossi problemi alla musica. Io, che arrivavo dalla canzone nazional-popolare, ero stato a Sanremo, a “Un disco per l’Estate, non venni mai visto bene. Allora, se facevi parte di un mondo commerciale, non eri ammesso in quest’ampolla di “kantautori”, che scrivevano cose bellissime e davano, al 99%, importanza ai testi, perché in quel momento andavano dette delle cose. Io non scrivevo i miei testi; componevo qualche musica. “Banana Republic” è stato un atto di coraggio e di passione da parte di Francesco de Gregori e Lucio Dalla, che decisero di dover fare una cosa che, finalmente, aprisse alla libertà di fare musica. Erano tempi in cui ai concerti si lanciavano le molotov e, persino, De Gregori fu “processato” al “Palalido” di Milano. Era una cosa pesante; invece “Banana Republic” fu un concerto di una pace meravigliosa».
«Ricordo, per l’ingresso si pagava 1000 lire. C’erano gli “Stadio” che suonavano con noi, oltre al gruppo di Francesco. Venivo da un momento in cui ero stato un po’ dimenticato, come dice “Una città per cantare”, per cui arrivavo fresco sul palco come arrangiatore delle canzoni e mi presentavo: Ron. E la gente zitta: ero stato Rosalino Cellamare fino a qualche tempo prima.
Cantavo una canzone che si chiamava “I ragazzi italiani”. Di quel tour mi porto dietro qualcosa di irripetibile: ho avuto la fortuna di partecipare a qualcosa che sicuramente rimane nella storia della musica. Lucio era al massimo del suo splendore a livello commerciale: vendeva 1mln e mezzo di dischi, De Gregori giù di lì, insomma…».
Collaboravi già da prima con i dischi di Lucio Dalla?
«Sì, suonavo il pianoforte, la chitarra. Sono uno che ama molto la musica, e non mi sono mai posto il problema di suonare per gli altri, nè di suonare canzoni di altri. La canzone che sento più mia, è assurdo dirlo, ma è “Una città per cantare”, scritta da Danny O’Keefe, cantata da Jackson Brown e tradotta in italiano da Lucio. Ricordo grandi liti, perché, mentre io ero attento che la metrica combaciasse con la melodia, lui, invece, se ne fregava totalmente; diceva che bisogna dire delle cose e dirle bene. Aveva ragione lui, tant’è vero che quando Jackson Brown venne in Italia e duettammo insieme, volle capire bene cosa dicessero le parole, e la trovò più completa dell’originale. Lucio era un grande musicista, ma era anche disposto a rinunciare a delle note pur di dire delle cose».
Eseguendo questo brano ieri sera (13 agosto, ndr), hai testimoniato la tua passione per la musica country?
«Sì, i miei riferimenti sono sempre stati inglesi e americani, perché sanno, anche con pochi strumenti dire molto».
Capita spesso, invece, che altri cantino canzoni tue.
«Sì, Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni, Morandi … É una bella cosa. Ricordo “Attenti al lupo”; non la volevo fare, non la vedevo adatta a me, e la prese Lucio: vendette 1mln e mezzo di dischi. Tornavo dal giardino di mia nonna, e quando mi allontanavo vedevo le finestrelle piccole, così, semplicemente, scrissi quella canzone. Credo che non avrei avuto un risultato soddisfacente cantandola, e non mi sono mai pentito di non averlo fatto».
Poi vennero gli anni ’90, e la grande visibilità.
«Sì, la vittoria di Sanremo, con “Vorrei incontrarti tra cent’anni”, quando ci fu la polemica del testo che avevo preso da un sonetto di Shakespeare».
Al concerto hai cantato “4/3/43” col titolo originale censurato, “Gesù bambino”. «Ci fu la censura da parte della Commissione RAI sia sul titolo che su altre parti del testo, che dovettero essere cambiate. Successe anche a me col “Gigante e la bambina”, che era la storia di uno stupro. Ci faceva arrabbiare che tagliassero frasi bellissime, ma oggi succede, invece il contrario: trovo che, alla volte, passino delle frasi volgari e basta, senza rispetto per la dignità delle persone nè per il dolore. É un mondo che non mi piace molto».
La tua generosità ti porta a condividere tutte le tue canzoni, senza gelosie, anche sul palco. «Trovo che la musica sia fatta di tante parole, di tante note: condivisa, diventa più potente. Non c’è niente da fare: ogni volta che si fa insieme qualcosa, scatta un meccanismo, come nel tour con Daniele, Mannoia e De Gregori, una magia, e, nello stesso tempo, viene fuori quello che si è singolarmente. Il pubblico era felice di sentirci cantare l’uno i pezzi dell’altro; la musica è condivisione, e io lo farò sempre».
Poi le domande del pubblico presente, cui Ron ha risposto con grande disponibilità. La lunga chiacchierata si è conclusa con un ricordo di Lucio Dalla.
Ha Detto Ron: «Vedo che tutti cercano di fare cose su Lucio, ed è molto bello. Credo, però, che bisogna prima mettersi a pensare chi era e quello che ha sempre fatto e rappresentato, e farle in un certo modo. Un artista come Lucio va rispettato: era un uomo che amava l’arte. É questa l’impronta che ho voluto dare al concerto dedicato a lui. Era una persona unica, non si può pensare di raccontarlo con qualche nota o qualche parola. Quando penso a Lucio, non provo mai tristezza: lo penso sempre sorridente, con la sua anima così positiva».
«Poi, lui non amava i piagnoni, amava la leggerezza, quella con cui se n’è andato. Questo era Lucio: aveva bisogno di cercare continuamente qualcosa su cui posarsi. Mi manca molto. Sapere che non è su questa terra e non poterlo raggiungere, non potergli parlare, anche se gli parlo continuamente, dentro di me; mi manca di non poter condividere, anche cose piccole. C’era molta fiducia e stima tra noi; mi manca lo scambio della nostra musica. Lucio ha insegnato a tutti che bisogna cercare, essere curiosi, mai farsi vivere addosso, ma andare a cercare la vita. Amava le persone in modo infinito … Non allontanava mai nessuno … Amore per la vita e per la gente.
Il concerto di ieri sera è stato un momento bellissimo: ero come in un torpore mentale; poter fare qualcosa in ricordo di Lucio qui a Ravello ha raddoppiato l’emozione».




