Il blocco è stato messo a segno dai Cobas e dai giovani del laboratorio politico Iskra. Ma le produzioni della fabbrica automobilistica si sono svolte regolarmente.
I sindacati, i partiti e gli stessi lavoratori non hanno risposto all’appello dei cinque operai licenziati dalla Fiat per aver esibito un manichino di Marchionne appeso al patibolo.
Al picchetto, organizzato ieri pomeriggio sul varco principale dello stabilimento automobilistico di Pomigliano, i Cobas del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati, una dozzina in tutto, si sono ritrovati accanto soltanto una ventina di giovani attivisti del laboratorio politico Iskra Area Flegrea e alcuni militanti del Movimento Disoccupati Autorganizzati di Acerra. Alla fine poco più di una trentina di manifestanti si sono fronteggiati con gli agenti in assetto antisommossa. Il tira e molla che ne è scaturito è stato di quelli tutto sommato blandi.
Per consentire agli operai della Fiat, comandati per il secondo turno, di entrare in fabbrica aggirando il blocco i poliziotti non hanno dovuto fare altro che spingere il picchetto verso uno spazio più contenuto del varco principale, sul quale stavano affluendo le auto cariche di lavoratori in ingresso. Una mossa, questa della polizia, che ha consentito ai dipendenti Fiat di entrare tutti più o meno regolarmente al lavoro, al massimo con qualche minuto di ritardo rispetto all’orario consueto. E’ stato dunque solo questo il momento di vera tensione della giornata di ieri consumato ai varchi della fabbrica della Panda, un pomeriggio squarciato dalle urla disperate di Marco Cusano, 49 anni, sposato, residente a San Nicola La Strada.
“Colleghi, fermate le vostre auto – ha gridato l’operaio – sono stato licenziato perché lotto anche per voi e per quelli che si sono suicidati”. Cusano è uno dei quattro operai cassintegrati del reparto logistico di Nola, il cosiddetto Wcl, licenziati dal Lingotto due giorni fa per aver inscenato il 5 giugno scorso, davanti all’impianto nolano, il finto suicidio di Sergio Marchionne, con tanto di fantoccio dell’ad e di patibolo, e per aver mimato, il 10 successivo, ai cancelli dello stabilimento della Panda, il finto funerale del manager: un “funerale” con bara-baule, fantoccio piazzato all’interno e lumini accesi.
Atti dimostrativi per protestare contro i suicidi dei cassintegrati del Wcl Maria Baratto e Pino De Crescenzo e contro la morte di Vincenzo Mocerino, l’operaio delle pulizie caduto l’anno scorso in una vasca della Fiat di Pomigliano. Gli altri lavoratori licenziati, anche loro cassintegrati a zero ore del Wcl, impianto inattivo da sempre, da sei anni di fila, sono Antonio Montella, 52 anni, sposato, quattro figli, di Torre del Greco, Massimo Napolitano, 48 anni, sposato, due figli, di Acerra, e Roberto Fabricatore, 48 anni, sposato, una figlia, di Nocera.
Una quinta lettera di licenziamento è stata spedita dalla Fiat anche a Mimmo Mignano, 49 anni, di Sant’Anastasia, leader locale dei Cobas e del Comitato di lotta. In questo caso, però, il provvedimento appare più duro. Mignano infatti è un ex operaio nonché ex rsu della Fiat di Pomigliano già licenziato alcuni anni fa. Il prossimo 17 luglio il tribunale di Nola deciderà sulla sua richiesta di reintegro negli organici dello stabilimento. Ma è intuibile che l’invio della lettera di licenziamento anche a lui costituisca il preludio a un’ennesima estromissione forzata da parte dell’azienda in caso di accoglimento favorevole della richiesta di reintegro da parte della magistratura.






