Le tradizioni sociali e culturali dei contesti territoriali si rispecchiano anche in comportamenti elettorali ripetuti nel tempo, comunque soggetti a cambiamenti anche inaspettati.
La competizione elettorale è uno dei momenti principali nei quali si esercita la pratica democratica e la popolazione partecipa attivamente alla vita politica del Paese. Le elezioni si basano su procedure codificate che prevedono, come elemento portante, la suddivisione del territorio in circoscrizioni di voto. Questo ritaglio del territorio a fini elettorali è un argomento di dibattito molto discusso e può influenzare, attraverso vari gradi di manipolazioni, gli esiti della competizione.
Il rapporto tra territorio e modelli/comportamenti elettorali è affascinante e complesso. Storicamente molte analisi si sono concentrate sulla tradizione elettorale dei distretti, cercando di evidenziare i trend nelle scelte della popolazione e creando vere e proprie mappe di voto.
In molti casi si scende nel dettaglio delle caratteristiche del territorio – vocazione economica, occupazione, livello di istruzione, ecc. – per stabilire delle relazioni tra queste variabili e le scelte di voto. In questo modo si crea una correlazione tra gli elementi economici-sociali-culturali della circoscrizione e il primato di un determinato partito, con derive che hanno portato spesso a spiegazioni di tipo determinista, ossia a conclusioni che legavano il voto (spesso ridotto alla dicotomia destra/sinistra) alle condizioni ambientali.
Col passare dei decenni queste analisi si sono fatte più sofisticate e hanno cominciato a prendere come riferimenti anche parametri qualitativi, non soltanto quantitativi.
Hanno iniziato a concentrarsi sui legami sociali e sul modo in cui i canali ufficiali di informazione e gli scambi di opinioni influenzano i comportamenti degli elettori. Il territorio diventa così qualcosa di più complesso di un semplice aggregato di dati statistici sull’economia e l’istruzione; si trasforma in uno spazio continuamente “prodotto” dalle strategie dei partiti, influenzato dai rapporti con gli altri territori e dai mezzi di informazione.
In Italia i legami tra determinati territori e scelte politiche precise sono particolarmente forti, tanto che il nostro Paese è uno dei casi di studio più battuti da chi si occupa di dinamiche elettorali. Le caratteristiche sociali ed economiche locali influenzano in modo marcato le tendenze di voto degli italiani e hanno dato vita nel corso degli anni (particolarmente nel periodo della Prima Repubblica) ad una forte caratterizzazione regionale/territoriale dei partiti.
Fino ai primi anni Novanta i due principali schieramenti politici italiani avevano una connotazione territoriale molto netta. La Democrazia Cristiana spopolava nelle cosiddette aree “bianche” (Italia del Nordest), mentre l’Italia centrale (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria) era feudo del Partito Comunista. L’insieme di queste zone ha rappresentato per molti anni la spina dorsale produttiva del Paese, quell’Italia fatta di piccole medie-imprese e di una densa rete di città che trovava nelle forme di associazionismo cattolico o operaio la sua principale struttura sociale.
La fine della Prima Repubblica ha segnato una svolta. Il primo grande partito della nuova epoca, Forza Italia, ha presentato per anni una concentrazione sul territorio molto meno marcata.
La sua stessa struttura e la possibilità di fare leva su canali di comunicazione differenziati e generalisti ne hanno fatto il primo partito realmente a diffusione “nazionale”. Questo non ha escluso la presenza di alcune aree di preferenza – come la Campania, la Sicilia o la Lombardia – disseminate comunque in modo discontinuo sul territorio e con una presenza media forte in molte altre regioni. D’altra parte la Lega Nord – l’altra novità della Seconda Repubblica – riproponeva nella sua stessa natura una forte connotazione locale, andando anzi a conquistare tutte quelle aree che erano state presidio della Democrazia Cristiana. Le ultime evoluzioni hanno mischiato ulteriormente le carte.
Le due formazioni principali, PD e PdL, sono sempre più “decontestualizzate”, pur conservando una leggera predominanza nelle zone tradizionali di forza della sinistra (Centro) e della destra (Nordovest e Sud). Le altre formazioni minori (Italia dei Valori, SeL, Movimento 5 stelle) sono poco legate a contesti territoriali precisi, mentre la Lega Nord, dopo aver “sfondato” la barriera dell’Emilia ed essersi insediata anche in aree prima poco favorevoli, si è ritrovata negli ultimi due anni a perdere terreno anche nei fortini del Nordovest-Nordest.
Questi cambiamenti dimostrano come le preferenze non abbiano un carattere immutabile, anche se alcune radici territoriali rimangono forti a testimonianza di una certa resistenza di fattori storici e geografici che portano la scelta verso determinate aree politiche. Tuttavia le evoluzioni nei costumi sociali e culturali, uniti alla potenza della propaganda e alla penetrazione dei canali informativi, mescolano le carte e aprono alle formazioni politiche territori tradizionalmente preclusi. La mappa elettorale è un mosaico territoriale complesso, dove le forze della tradizione sono continuamente ridefinite dalla circolazione di idee e dall’emergere di nuove criticità sociali ed economiche.
(Fonte Foto:Rete Internet)

