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L’arte della contraffazione per la contraffazione dell’arte

Con un “fatturato” sempre crescente, il mercato del falso è una delle piaghe più pericolose dell’arte ma è anche un fenomeno che ne accompagna la storia, fin dall’antichità.

“La banda degli onesti” è un vecchio e celebre film di Camillo Mastrocinque. I protagonisti sono Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia, gente perbene, ma senza una lira, oberata di debiti e cambiali in protesta; insomma, membri della piccolissima borghesia italiana all’alba del grande boom che avrebbe investito l’Italia negli anni sessanta. La vicenda è spassosa quanto nota: i tre, tra non pochi problemi e, soprattutto, “rosi dai morsi della fame”, s’improvvisano fuorilegge e si mettono a falsificare biglietti da diecimila lire. Il film analizzava, pur se con un taglio comico e col lieto fine assicurato, un fenomeno, all’epoca, assai diffuso: sul finire degli anni cinquanta, la contraffazione di monete false era una delle problematiche più gravi.

Lungi dall’essere sconfitta, tale piaga ha conosciuto di certo una flessione. Ma alle banconote si sono sostituiti oggetti e beni di lusso, comprese le opere d’arte, che proliferano sulle bancarelle di periferia. Ed è proprio sui banchi del mercato dell’antiquariato che sarebbe possibile trovare un De Chirico. Il pittore di origini greche, infatti, è uno dei maestri contemporanei da sempre più imitati. Lo stesso De Chirico ha personalmente denunciato, a suo tempo, numerosi opere non autografe in cui si imbatteva, soprattutto quelle della fase metafisica, dal valore elevato e crescente.

Le truffe perpetrate da chi immette sul mercato lavori di maestri famosi sono cresciute esponenzialmente nell’ultimo secolo, in concomitanza della rivoluzione che ha toccato l’arte contemporanea, dal Realismo in poi, con il numero sempre maggiore di opere procapite che ciascun artista poteva realizzare in poche ore con pennello e tele; da lì si è giunti a una falsificazione “semplificata” dallo sviluppo di condizioni tecniche che i movimenti o gli artisti hanno abbracciato con l’avvento della mass culture, ricorrendo a materiali facilmente reperibili e soggetti riproducibili anche da “un mezzo imbianchino”, per citare ancora un commento sprezzante di Peppino De Filippo, nel suddetto film. Un caso emblematico è quello di Franco Angeli, membro di spicco della "Pop Art romana", che ha subito la falsificazione di oltre 200 opere, archiviate come autentiche e pronte per essere introdotte sul mercato.

Il fenomeno, d’altronde, affonda le sue radici nell’alba dei tempi. Plinio il Vecchio riporta la testimonianza di come copie romane, spesso, venissero vendute come originali sculture greche. Colantonio, pittore attivo alla corte napoletana nel XV secolo e maestro di Antonello da Messina, fu un imitatore della pittura fiamminga a tal punto che alcune sue opere si facevano passare per originali d’oltreconfine. Il napoletano Luca Giordano, maestro del barocco, era capace di riprodurre alla perfezione lo stile dei maestri veneti e non solo, tanto che iniziò la sua carriera ricreando le opere del suo maestro, il Ribera, spacciandole per originali.

Come scrive Richard H. Rush nel suo testo “L’arte come investimento” (1963), gli esempi sono numerosi e, in molti casi, sorprendenti: “Quadri di Jean-Francois Millet furono per anni falsificati dal pittore Paul Cazot che, assieme al nipote dell’artista, Jean Charles Millet, utilizzò allo scopo tele e cornici della metà dell’Ottocento, eseguendo e vendendo dipinti passati per originali e corredati, in più, da garanzia scritta recante la firma del figlio del pittore, Charles Millet, pure essa falsa”. E nemmeno ai giorni nostri il mercato dei falsi d’autore sembra non conoscere crisi. Secondo le stime, solo in Italia, la crescita è più che fiorente, con 80 milioni di "fatturato" falso nel 2012 rispetto ai quasi 60 del 2011. E il danno non riguarda solo l’incauto truffato e il pittore cui si attribuisce un lavoro non suo. Le falsificazioni trascinano nel baratro l’ arte, alterando la percezione e le conoscenze delle opere, inficiandone la storia e ogni giudizio critico.

“La diffusione dei falsi, delle copie e delle riproduzioni modifica la percezione della qualità e della bellezza autentica?”, si domandava Walter Benjamin nello storico scritto “ L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936); considerando che un’ opera contraffatta o un’imitazione possono compromettere il bagaglio di conoscenze inerenti al percorso di un artista – se non addirittura di un intero periodo storico – la risposta ad un problema tanto grave quanto complesso sembra essere, evidentemente, affermativa.
(fonte foto: rete internet -scena tratta dal film “Totò, Eva e il pennello proibito”)

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