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martedì, Novembre 30, 2021

La strada delle donne è sempre in salita

Dalla Tunisia la buona notizia della parità di fronte alla legge di uomini e donne in Costituzione, ma la strada sarà molto lunga.

Una buona notizia in questi giorni arriva dalla costa sud del Mediterraneo, da una zona del mondo che viene citata nelle cronache italiane soprattutto in relazione alla questione dell’immigrazione e ai problemi che questo causerebbe al nostro paese (ma a noi sembra che i problemi grossi siano dei migranti che cercano di approdare in Italia). Stavolta, invece, dalla Tunisia apprendiamo che è stata approvata a larghissima maggioranza, con 159 voti favorevoli e solo 10 contrari l’introduzione di un articolo, il numero 20 per la precisione, nel nuovo progetto di Costituzione che sancisce la parità di uomini e donne davanti alla legge. In altre parole la parità per legge.

Si parla di uguaglianza “senza alcuna discriminazione” tra “cittadini e cittadine”. La nuova Costituzione dovrebbe andare in vigore dal 14 gennaio. Importante, e significativo se lo si considera insieme al numero 20, è l’articolo 2 che esclude la sharia, cioè la legge islamica, come base legislativa del paese. Questa nuova Costituzione, naturalmente, non gode dell’appoggio del partito islamista e anche l’opinione pubblica appare divisa, ma è da considerare positivamente il fatto che nonostante gli aspri e sanguinosi conflitti, si sia giunti a un compromesso tra l’ala islamista al governo, Ennhada, e la parte laica della società. In una società maschilista, come quella tunisina, nonostante sia tra i paesi arabi quella più garantista nei confronti delle donne, si tratta comunque di un sostanzioso passo avanti. Tuttavia alcune associazioni, tra cui Amnesty International, hanno espresso dubbi riguardo alla formulazione di questi articoli perchè troppo generici. La discriminazione, ad esempio, non è espressamente vietata. Inoltre non si specificano nè le basi su cui non si possa operare la discriminazione ( in altre parole “sesso, razza, lingua, religione ecc.), nè che gli ostacoli all’uguaglianza vanno attivamente rimossi dallo Stato.

In effetti, soddisfazione a parte, qualche riflessione è inevitabile. Noi ad esempio, in Italia, abbiamo dal 1948 una delle migliori Carte costituzionali esistenti. All’art.3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senzadistinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, dicondizioni personali e sociali.” Ma non si ferma qui, continua con l’impegno dello Stato a garantire l’attuazione di questi principi: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pienosviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratoriall’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

” Eppure, nonostante la chiarezza di queste affermazioni, abbiamo dovuto aspettare il 1963 perchè una lavoratrice non rischiasse il licenziamento causa matrimonio, il 1968 perchè l’adulterio femminile non fosse più un reato (quello maschile è sempre stato un vanto), addirittura l 1977 per la parità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro, uguali opportunità d’accesso, uguali retribuzioni, il 1981 per l’abolizione del delitto d’onore. Trentatre anni sono dovuti passare prima che si riconoscesse che uccidere la moglie colpevole (o peggio, sospetta) di adulterio è un assassinio come tutti gli altri, feroce e imperdonabile.

Troppo spesso noi guardiamo al nostro paese con un compiacimento fuori luogo per quanto riguarda le questioni di genere. I giovani, ma anche i meno giovani, tendono a considerare l’Italia un paese evoluto, dove le donne hanno le loro libertà e godono di ogni diritto possibile, considerando realtà come la violenza domestica e il femminicidio, le discriminazioni sul lavoro e la negazione del diritto alla salute, fenomeni circoscritti e isolati. Ma non è così.
E’ di pochi giorni fa la notizia che la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia in quanto nel nostro paese non c’è la possibilità di dare ai bambini il solo cognome della madre. E’ possibile solo se affiancato a quello paterno.

La Corte ha stabilito che negare la possibilità di attribuire il solo cognome materno è discriminatorio verso le donne e ha esortato il nostro paese a prendere provvedimenti per riportare la questione sul piano di uguaglianza dei diritti. Sembra una questione di poco conto, e certamente non è delle più urgenti, ma è molto indicativa della grande differenza che corre tra enunciare dei principi e metterli in pratica. Sono 65 anni che le donne combattono in Italia perchè vengano attuati i principi della Costituzione che le riguardano e la meta è ancora lontana.
(Fonte foto: Rete internet)

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