Avellino, Circumvesuviana, Stazione di Toledo. Tre “vicende” attuali e diverse del sistema regionale dei trasporti che aiutano a costruire un quadro generale preciso e preoccupante.
Le cattive notizie per i pendolari campani sembrano non finire mai. È ancora fresco nella memoria l’anno di passione vissuto dalla Circumvesuviana, partito con scioperi e soppressioni a sorpresa di corse e terminato con la riduzione drastica degli orari. Da qualche mese la situazione si è regolarizzata e da settembre, su alcune tratte, sono state addirittura aggiunte 3-4 corse, ma il declino di un sistema con un bacino di utenti pari a quasi 4 milioni di persone è evidente. Il modello di riferimento dovrebbe essere il sistema RER parigino, una rete di linee ad alta frequenza in grado di servire un’area metropolitana di media/grande estensione che supera i confini urbani. Il modello, appunto.
La realtà è un’altra; il problema centrale rimane quello della frequenza delle corse (per larga parte della giornata una ogni ora, altro che linea metropolitana…), oltre a tutti gli altri limiti tecnici: ritardi, treni in condizioni pietose, problemi qualitativi del tracciato come dimostrano anche le recenti tragedie presso attraversamenti dei binari sprovvisti di sbarre.
Se la RER o sistemi simili sono un altro pianeta, è preoccupante considerare come anche aree metropolitane del “vecchio” Sud del mondo oggi abbiano reti di collegamento più efficienti di quella dell’area metropolitana napoletana.
I problemi del sistema campano dei trasporti aumentano se superiamo i confini della provincia di Napoli.
La notizia più recente è la chiusura definitiva della stazione di Avellino, con una decisione presa dal Consiglio regionale ad agosto. La sorpresa è relativa, se analizziamo il declino lento ma costante dei collegamenti da e per il capoluogo irpino negli ultimi 10/15 anni. Con la soppressione delle ultime corse per Salerno e Benevento finisce la storia di una linea con evidenti problemi di utilizzo e di bilancio, ma che comunque assicurava un minimo di accessibilità alle aree interne della regione; e sognava, in prospettiva, il rilancio con l’inserimento lungo il tracciato dell’Alta capacità Napoli-Bari.
La chiusura arriva nei giorni dell’apertura della nuova fermata “Toledo” della Linea 1 della metropolitana di Napoli, altro piccolo tassello di quell’anello circolare che dovrebbe abbracciare l’intera città e del quale mancano ancora molti pezzi sia nel centro storico sia nelle periferie orientale e settentrionale. Apertura in pompa magna, come da copione, per una stazione che è effettivamente un gioiellino di architettura contemporanea e fa capire come, a giochi completati (quando?), la Linea 1 napoletana sarà sicuramente la metropolitana più trendy d’Italia. Al momento, con i collegamenti solo verso Dante – dove bisogna cambiare per continuare sulla Linea 1 – e verso la fermata isolata “Università ” ad una frequenza di un treno ogni dieci minuti, la struttura è assai bella ma poco utile.
Questi eventi stanno trasformando la geografia regionale dei trasporti, non sempre in modo positivo. I fallimenti della Circumvesuviana e di alcune stazioni regionali periferiche hanno spiegazioni complesse che vanno dalla cattiva gestione allo scarso utilizzo (spesso per la qualità inaccettabile del servizio) fino al malcostume degli utenti. Il sogno della metropolitana regionale – il vanto da anni della Regione, finanziato anche dai soldi europei – diventa sempre più un mito, perché la crisi dei trasporti in Campania sta colpendo proprio quei collegamenti trasversali “esterni” alla provincia di Napoli che avrebbero dovuto assicurare un’alta accessibilità alle aree interne.
Ma i problemi si stanno spostando anche nel cuore dell’area napoletana, dove le difficoltà della Circumvesuviana sono incomprensibili ad un occhio esterno che si chiede come possa avere problemi di bilancio un sistema con la “fortuna” di servire una delle aree metropolitane più densamente popolate d’Europa.
La convergenza spazio-temporale della società globale si realizza soprattutto attraverso una buona base di infrastrutture fisiche, ma il sistema di connessioni è sempre più selettivo. Le politiche dei trasporti, in molte regioni dei paesi industrializzati, hanno volutamente scelto di privilegiare gli assi veloci (Alta velocità ad esempio) e snellire, per non dire tagliare, i collegamenti locali.
La sensazione è che questa scelta – giusta o sbagliata che sia, comunque destinata a marginalizzare ulteriormente vaste aree della Regione – sia stata presa anche in Campania.
Entrare nel gioco delle responsabilità è inutile, dati i continui rimpalli tra amministrazioni pubbliche ai vari livelli (nazionale, regionale, locale), aziende e sindacati. Le luci delle nuove e bellissime stazioni della metropolitana napoletana rischiano di spostare gli occhi dal problema e dare il tempo di mettere la polvere sotto il tappeto. Napoli sembra una scheggia isolata proiettata (molto lentamente, in verità ) verso il futuro, mentre il resto della Regione arranca tra binari morti, linee chiuse e stazioni fantasma.
(Fonte Foto: Rete Internet)

