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La freddezza dei numeri, il dramma dei precari della scuola

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Trecentomila docenti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento. Cifre spaventose di un esercito di professionisti in attesa di lavoro.

 I numeri della precarietà, ovvero dei docenti in attesa di un lavoro stabile, sono impressionanti. Dalle ultime rilevazioni del MIUR, essi ammontano a più di trecentomila unità con una età media che supera i quarant’anni. Un esercito di professionisti, dal laureato in lettere classiche all’economista, dal filosofo al matematico, che attende da anni di poter entrare di ruolo, “fregiandosi” dell’agognato titolo di docente a tempo interminato. Invece, proprio sull’indeterminatezza della classe politica, la scuola italiana ha costruito un incredibile sistema di sbarramenti e di bizantinismi che, di fatto, impediscono lo svuotamento delle graduatorie.

Unico esempio nella Pubblica Amministrazione, la scuola ha cursus di approccio alla stabilità del posto di lavoro a dir poco complicato. Per chi non è del campo è facile perdersi tra graduatorie ad esaurimento, graduatorie da concorso, graduatorie di terza fascia, doppio canale, doppio punteggio, master e perfezionamenti, SISS, TFA e concorsone. Un vero e proprio vocabolario di termini che hanno il solo scopo di nascondere una cruda verità, nella scuola vige il precariato e la confusione. Dietro ognuno di quei trecentomila c’è un volto e una storia. Ci sono vite di laureati con 110 e lode e numerosi master, famiglie che hanno bambini e pagano il mutuo, pendolari interregionali che, con enorme sacrificio, si spostano dal profondo sud al profondo nord per varcare la porta di un’aula scolastica.

Tutto per un anno, come un solo giro sull’otto volante di un luna Park, per poi ricominciare l’anno seguente con un’altra scuola, un’altra storia, a volte, un’altra regione. In barba alla continuità didattica, alla qualità dell’insegnamento, al rapporto tra discente e docente. È un attentato alla dignità. Alla dignità della persona e alla dignità del lavoro. La precarietà è un ponte lasciato a metà. Ti toglie le prospettive di vita, rende incerto il futuro su cui costruire la propria esistenza. Purtroppo, di precarietà si muore. Anche nella scuola.

Agli antropologi consiglio di assistere, un giorno, alle famigerate convocazioni dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Napoli. Una bolgia dantesca nella quale si assegnano le supplenze su cattedre orario o su spezzoni di cattedre. Una fiumana di colleghi che aspetta, con rassegnazione, che si scorrano le graduatorie e si arrivi al proprio nome per cominciare un nuovo anno scolastico. Spessissimo, le attese sono bibliche e, troppo spesso, si torna a casa senza una supplenza con la rabbia che ti sale dalle viscere e il magone di una giornata umiliante. Comincia allora la trafila per attendere una chiamata delle scuole, dalle graduatorie d’istituto, su cattedre resesi disponibili per una malattia dell’insegnate titolare o, se si è tra gli eletti, su una maternità.

Nello specifico, ogni anno, dai dati del Ministero dell’Istruzione, vengono fatte circa centomila nomine a tempo determinato di docenti. Un osservatore esterno si porrebbe la domanda sul perché lo Stato non stabilizza queste unità in modo fisso in luogo di reiterate assunzione pro tempore. Orbene, bisogna tener presente che ogni anno vengono stilati gli organici di diritto (ovvero le classi e i posti in organico da utilizzare) e l’organico di fatto (la reale fotografia delle classi e dei posti da utilizzare). Sul primo organico si possono fare solo movimenti del personale di ruolo, sul secondo, invece, ci sono i movimenti del personale precario. Appare evidente che il vero quadro della scuola è quello dell’organico di fatto ed è su di esso che ricado il costo complessivo della scuola italiana.

E se si osservano i dati, comparandoli a quelli di dieci anni fa, si evince che il numero dei docenti precari è rimasto invariato , come invariato è rimasto il rapporta tra docenti di ruolo e precari (circa il 14%). Ciò fa capire che il problema è di natura strettamente strutturale. E certamente, non può essere il concorso indetto dal ministro Profumo il modo di risolvere il problema. Anzi, vista l’esiguità dei posti messi a concorso, esso sembra solo una azione di propaganda, che non risolve in nessun modo la questione. Un recente studio della FLC-CGIL ha evidenziato che assumendo tutto il personale necessario, senza quindi ricorrere alle nomine annuali, porterebbe allo Stato un risparmio di circa il tre per cento. Senza considerare, poi, che l’amministrazione scolastica opera in deroga alla legge che prevede l’assunzione del personale utilizzato per trentasei mesi consecutivi sul posto di lavoro.

Se accettiamo tale assunto, l’unica considerazione da fare e che non vi è la volontà politica di porre fine al precariato scolastico. Esso alimenta troppi interessi e denota poca lungimiranza della classe politica. La prossima classe dirigente di questo Paese dovrà fare uno sforzo di coraggio. Dovrà invertire la rotta decennale di una scuola precaria e precarizzata. Che sia un governo di speranza. E la speranza passa attraverso l’assunzione stabile di migliaia di precari.
(Fonte foto: Rete Internet)

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