La cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione:il suo tallone d’Achille

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Nell’ambito del percorso di riflessione su Morin la prima tappa è costituita dall’analisi del primo dei sette saperi “la cecità della conoscenza”, correggibile dalla razionalità aperta e critica della mente.

La conoscenza presuppone sempre l’interpretazione personale di ciò che apprendiamo e pertanto non può essere scevra dall’errore e dall’illusione. Se intendiamo pertanto svolgere a pieno il ruolo di formatori dobbiamo rendere consapevoli i nostri discenti che essi, nell’acquisire la competenza dell’ “imparare ad imparare” devono mettere in conto le criticità della conoscenza e la sua stessa relatività.

Morin approfondisce questo argomento nel terzo volume del suo “metodo” evidenziando quanto sia necessario assumere come necessaria la conoscenza della conoscenza nella formazione delle nuove generazioni: esse infatti devono scoprire i limiti inerenti ad ogni forma di sapere per trarne da essi stessi la linfa vitale della ricerca con lucidità. La consapevolezza dell’errore e dell’illusione della conoscenza, infatti, non costituisce un suo limite, ma anzi la sua forza intrinseca. Da dove nasce la conoscenza? Chi la genera? Appartiene ad un’attività della mente o della coscienza?

Questi e altri inquietanti quesiti sono per il nostro autore i punti di partenza per riflettere sul campo minato della conoscenza e sulle possibili risposte: ne deriva, pertanto, una complessità notevole che annulla il concetto di un sapere tramandato e pronto all’uso a favore di un processo che esige nuove chiavi di lettura in ogni ambito del sapere. Risulta indispensabile attrezzare formatori e formandi alla flessibilità, alla riflessione filosofica affinché si riapra un dialogo tra tutte le scienze e di conseguenza si riapra una interdipendenza dei saperi dell’uomo che con il passare del tempo ha frammentato l’unicità del “sapere” in una ricerca tra ciò che ognuno sa e ciò che gli è ignoto.

“Apprendere non è soltanto riconoscere ciò che, in modo virtuale, era già noto. Non è soltanto trasformare l’incognito in conoscenza. È piuttosto il congiungersi del riconoscimento e della scoperta. Apprendere comporta l’unione del conosciuto e dello sconosciuto”. La complessità cognitiva che deriva da queste sintetiche riflessioni tratte dal pensiero di Morin ci aiuta a dare un senso al lavoro di quanti operano nel processo di formazione della persona umana, rendendoci consapevoli del fatto che i processi che entrano in gioco nella conoscenza appartengono alle sfere più svariate e richiedono la congiunzione di processi fisiologici, psicologici, culturali, personali, impersonali e trans-personali che faticosamente devono integrarsi per raggiungere l’obiettivo di ogni singola conoscenza a cui tendiamo nella nostra quotidianità.
 

 

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