I gesti e il linguaggio del “teatro” della camorra, che i camorristi veri non usano più, sopravvivono nei comportamenti dei tanti che almeno una volta al giorno recitano da “guappi”.
Un certo modo di tenere le mani in tasca, o il pollice infilato nel taschino, gli sguardi di traverso, l’urlare – ma i camorristi di solito parlavano a bassa voce – e quella mano accartocciata che si agita nell’aria e ci cazzéa “ma che vuò?“, se ci permettiamo di suonare il clacson a due tizi che si parlano tranquillamente dalle auto affiancate al centro della strada: i film, le storie locali e gli sceneggiati contribuiscono a tener viva nel nostro territorio la cultura del “teatro“ camorrista, in particolare gesti, “pose“ e espressioni che appartennero ai camorristi dell’Ottocento , e che vennero descritti da Ferdinando Russo, da Salvatore Di Giacomo, dal prof. Giustiniano Nicolucci e dal suo allievo prediletto Abele De Blasio.
Questo corredo di “mosse“ e di espressioni la camorra incominciò a smetterlo durante il processo Cuocolo, che si tenne a Viterbo tra il 1911 e il 1912. Gli avvocati e l’imputato Gennaro De Marinis, detto il Mandriere, camorrista delle corse dei cavalli e delle case da gioco, spiegarono agli imputati che le giurie, il pubblico e i giornalisti ragionavano da lombrosiani: perciò chi teneva ‘a faccia ‘e delinquente, chi nel gabbione stava seduto e si comportava e parlava da smargiasso, non aveva scampo, veniva condannato, avrebbe detto Totò, a priori: è stato isso, ma vedite che faccia tene…. Perciò l’eleganza fu per i camorristi, e non solo per quelli del primo livello, una tecnica di difesa: e da tecnica divenne un’abitudine, e per alcuni, una vera e propria mania, soprattutto negli anni ’80, quando la camorra incominciò a interessarsi a tempo pieno di finanza e di politica.
Anche il gergo e gli stili espressivi cambiarono radicalmente: per esempio, i capi della Nuova Famiglia parlavano per allusioni e per “ parabole “, imitando non tanto la mafia, come sostiene qualche storico del fenomeno, quanto la “ guapparia “ e la sua ironia, che spesso si colorava di funebre sarcasmo. Lo sperimentò nel gennaio del 1993 Piero Chiambretti, inviato speciale del programma satirico “ Tg Zero”. L’inviato Chiambretti, mentre si aggira per i corridoi del Tribunale di Napoli pungendo avvocati e imputati con le sue battute maliziose e provocatorie, si imbatte in Lorenzo Nuvoletta, che, malato, veniva spinto verso l’aula su una sedia a rotelle. Chiambretti gli domanda, con finta sorpresa: Ma lei è Lorenzo Nuvoletta?
E Lorenzo Nuvoletta ribatte: E tu vuoi continuare ad essere Chiambretti? L’episodio è raccontato da Bruno De Stefano nel libro “I boss della camorra“, pubblicato nel 2007 . Bisogna dire che la redazione del “ Tg Zero” smentì le voci sull’episodio (“La Repubblica“, 14 gennaio 1993). I capi della Nuova Camorra Organizzata, invece, parlavano in modo più chiaro e diretto: i sistemi linguistici erano diversi, anche perché erano diverse le strategie, e di diversa intensità risultava, sull’una e sull’altra organizzazione, il peso delle tradizioni della “guapparia“.
E’ accaduto frequentemente nella storia di Napoli che certi costumi, smessi dai gruppi che per primi li avevano usati, siano rimasti a lungo nel repertorio della gente comune: e qui alcuni modi guappeschi si sono radicati più profondamente e più agevolmente, per il fascino perverso che la violenza esercita su tutti. Sono innumerevoli i casi, documentati, di una pericolosa “inversione“: c’è chi crede che, per essere considerato un guappo, gli basti camminare, muovere le mani, atteggiarsi e parlare in un certo modo. In “Un turco napoletano“ Scarpetta disegnò, in chiave comica, l’ eroe di questo processo psicopatologico, e cioè don Carluccio, l’ Uomo di Ferro, che si torce e si sbatte, ma alla fine, preso a calci dal turco napoletano Felice Sciosciammocca, si rivela per quello che è, un guappo nemmeno di cartone, ma di carta.
Nel settembre del 1883 arrivò al mercato di Scafati una lunga carovana di carrettieri, che veniva dalle terre vesuviane e portava botti di vino, balle di canapa, mele, travi di quercia. I “ vatigali “ erano tutti ottajanesi: del Centro Abitato, di San Giuseppe e “ del Terzigno “: le carte di polizia ricordano qualche nome: Modestino La Pietra, Francesco Carillo (o Casillo), Michele Napodano. I vesuviani si misero in fila in attesa che venisse il loro turno di scarico, ma notarono che il “ mastro mercato “, tale Camillo Montuoro, faceva a ccapa soia, non rispettava l’ordine, insomma gli ultimi entravano per primi. Perciò incominciarono ad agitarsi, si arrivò alle parole grosse, e a quel punto il “mastro mercato“ si “ vestì “ da guappo e diede l’avvertimento: “ Io so’ ‘o masto, e faccio comme me pare e piace. E chiudimmola ccà.”
E una tipica frase da “ teatro “ guappesco. La prima parte è il “ chiarimento “: il mastro dà notizia del suo vero ruolo: Io so’ ‘o masto, e delle prerogative del ruolo: faccio comme me pare e piace. Nella seconda parte si “ dichiara “: E chiudimmola ccà. Il “ dichiaramento “ è, dicono gli ermeneuti del linguaggio della camorra, la sfida, esplicita o implicita: qui comando io, e si fa come dico io; a voi non resta che obbedire, o andarvene, o tirar fuori il coltello. Ma il mastro masto non riuscì a impressionare i vesuviani: lo deduciamo dal fatto che fu proprio lui a chiamare le guardie, e ad accusare i carrettieri ottajanesi di averlo non solo deriso e oltraggiato, ma anche minacciato. I carrettieri sostennero che era vero il contrario: è lui che si è “ dichiarato “.
Purtroppo le carte non ci spiegano come i carrettieri lo derisero , che cosa gli dissero dopo che lui ordinò: “E chiudimmola ccà“. Mi piace immaginare che gli abbiano risposto come prevedeva, in circostanze del genere, il canovaccio guappesco: “Ma vatt’a curcà”. Va’ a coricarti, non vedi che dormi in piedi? Riposati, e poi ne parliamo. Anzi mi piace immaginare che glielo abbiano detto con la pronuncia dei vesuviani dell’interno: “va’ te cocca’”, senza accento sulla “a“ e con la “t“ leggera. L’invito, ironico, non metteva l’interlocutore con le spalle al muro: gli lasciava aperta una strada perché si ritirasse in buon ordine, e capisse che aveva sbagliato persona, che aveva appeso la giacca a un “malo chiuovo“. Se egli decideva di non ritirarsi, bastava che ribattesse: “Ma chi si’?“… “Ma tu, chi si’?”. Eccetera, eccetera.
(Foto: imputati del processo Cuocolo, 1911)






