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Il nostro patrimonio: Angelo Esposito

Talvolta San Sebastiano sembra un luogo senz’anima e spesso lo è, ma come spesso accade trovi qualcosa che ti sorprende e ti lascia ben sperare sul futuro di una comunità che ha bisogno di esempi più edificanti di quelli che si trovano in giro.

 Abbiamo contattato attraverso internet padre Angelo Esposito, un ragazzo come tanti che ha vissuto la sua giovinezza a San Sebastiano e che a un certo punto della sua vita ha sentito la vocazione di dedicare la sua vita a Dio e al prossimo e ora è missionario in Centro America. Quanto segue è un resoconto della sua esperienza.

Dove ti trovi precisamente in questo momento? Quali sono le tue attività? Come si svolge la vita in quel luogo?
«Svolgo da quattro anni la missione in Guatemala, due anni a Tajumulco, un piccolo villaggio posto ai piedi di un maestoso vulcano spento da cui prende il nome. Da due anni sono invece a Tacaná, situata nel dipartimento settentrionale di San Marcos, che sta a 72 chilometri dal capo dipartimento, il capoluogo, San Marcos, a una distanza di 390 miglia da Città del Guatemala. Si trova ad un’altitudine di 2.242 metri sul livello del mare. Ha una superficie di 308 chilometri quadrati. Il comune è suddiviso in 164 Comunità. La sua posizione è nella Sierra Madre. In questo luogo, tra il popolo indigeno discendente dei Maya, resterò ancora per un anno.

Sono inserito in un contesto dove la storia, la tradizione ed il folclore la fanno da padroni, dove la natura esplode in tutta la sua maestosa forza e meravigliosa bellezza, dove la fede in Dio è l’’unica ricchezza di un popolo discriminato, emarginato, ferito nella propria dignità, da un malgoverno dittatoriale; un sistema economico non equo ed una giustizia volta a tutelare unicamente i diritti dei ricchi, degli speculatori, dei narcotrafficanti e delle multinazionali. Tutti poteri che sfruttano i poveri, rubando loro le piantagioni e le miniere, deturpando ed inquinando un ambiente che possiede straordinarie bellezze che fanno parte del patrimonio mondiale.

Vivo il quotidiano al fianco dei sofferenti, dei disperati, delle classi sociali invisibili agli occhi dello stato e del mondo. Anziani abbandonati, bambini sfruttati e maltrattati, donne rese schiave e abusate, migranti assassinati, scomparsi o resi vittime della criminalità, famiglie costrette a vivere in una discarica e a nutrirsi dei rifiuti, minatori senza tutela, senza limiti di età che per un pugno di riso lavorano dodici ore al giorno sotto terra a beneficio delle multinazionali minerarie, ragazzi di strada che sniffano la colla per ammazzare i morsi della fame, bambini denutriti che muoiono per mancanza di cibo e assistenza sanitaria, giovani che ogni giorno si suicidano a causa dell’’assenza di una prospettiva lavorativa. Questa, a larghe linee, è la situazione sociale del Guatemala nella quale vivo e che con l’aiuto di Dio mi sforzo di fronteggiare».

Quindi come vivi tu questa situazione da missionario?
«Sono stato chiamato a stare in questo luogo dal Signore per condividere la mia vita accanto ai poveri e per portare il Vangelo, la Parola di Dio, affinché possa restituire loro la speranza per un futuro migliore. Essere qui significa rimboccarsi le maniche e lavorare, ogni uomo è chiamato a diventare le mani del Signore per aiutare l’’altro, diventando suo amico. Un uomo che soffre, desidera trovare un amico che raccolga la sua sofferenza facendosene carico. Gesù è sempre dalla parte dei deboli, dei poveri, degli esclusi e chiede a noi di fare lo stesso, ci chiama per seguire il suo esempio ed è alla luce di questa chiamata che mi prodigo affinché si possano soddisfare i bisogni dei poveri.

Il fine che mi propongo di raggiungere, con l’aiuto del Signore, è quello di riuscire a tessere un’’amicizia espressa attraverso la responsabilità e l’’impegno per sostenere e realizzare progetti volti a rendere possibile la vita del popolo indigeno del Guatemala, nello specifico di Tacaná. Nel corso di quest’anno di missione ho visto troppi bambini perdere la vita durante l’’affannosa corsa verso l’’ospedale che dista quattro ore di viaggio, percorrendo strade a rischio di frane e sentieri dissestati; l’’obiettivo che desidero si realizzi è una clinica di primo soccorso per i bambini denutriti.

Accogliere i poveri è la mia ragione di vita anche se star loro vicino comporta impegno e sacrificio; Gesù non scarta nessuna parte del mondo e nessun uomo, accoglie tutta l’’umanità e dona loro il Vangelo. Camminare sulle orme di Gesù, questa è la mia scelta e prego Dio in ogni momento affinché con l’’aiuto della Provvidenza si possano fare cose importanti come aiutare i popoli a non morire di fame.

Amare i disperati è ciò che un cristiano laico o un sacerdote è chiamato a fare, perché l’’amore è la base sulla quale poggia la vita. Un cristiano che non prende una posizione, che non scende in campo, che non si espone per lottare con la logica di Dio, affinché vengano applicati i principi di giustizia e pace, non crede in un cambiamento, e non possiede una fede forte e vive una vita senza senso e tende a chiudersi nel proprio piccolo, squallido e triste mondo.

Tutto questo, io, missionario, posso fare; non è tanto ma basta a dare significato al mio ministero. Il mondo missionario lavora contro la fame e ha fatto suo il sogno di Dio: una vita possibile per tutti” e tutti possono e devono collaborare affinché questo sogno si realizzi. La fede sostiene e dona la forza necessaria per affrontare ogni difficoltà e sarà il Vangelo a portarci verso il cambiamento».

Come sono ora i tuoi legami con San Sebastiano?
«Le amicizie e le relazioni tessute a San Sebastiano sono legate alla mia infanzia in quanto in questo paese vesuviano sono nato e vissuto fino a quando, ancora da seminarista, ero al quinto anno, mi sono trasferito a Portici dove sono stato per otto anni. Nel mio paese natale ho la mia famiglia, molti cari amici e tante persone che mi vogliono bene ma i rapporti con loro sono cambiati a causa della mia assenza ma sono consapevole che per qualsiasi collaborazione potrei contare su di loro.

La comunità di Portici è quella con la quale ho più contatti in quanto, gran parte del mio ministero, l’ho svolto presso la parrocchia dell’Immacolata Concezione e numerosissimi sono gli amici e le famiglie che mi hanno accolto. Con la scelta missionaria, per forza di cose, alcuni legami si sono sciolti e numerosi sono stati i cambiamenti, non solo a causa della distanza ma anche del lungo tempo che mi ha tenuto lontano dai vari gruppi parrocchiali.

Un missionario rischia sempre di restare solo sia quando parte che quanto ritorna ma questo non mi ha mai spaventato, il Signore non mi ha lasciato in nessuna situazione senza la Sua compagnia ed il Suo aiuto. Un gruppo di persone di Portici, comunque, continua a seguirmi, a preoccuparsi per me e a collaborare affinché i bisogni della gente di Tacaná vengano soddisfatti».

Mi interesserebbe sapere se hai bisogno di un qualsiasi tipo d’aiuto e se hai delle prospettive future come noi laici o se ti affidi a quelle che la provvidenza vorrà.

«Le prospettive future sono i progetti quali la realizzazione di una fattoria atta a distribuire alimenti di prima necessità, per nutrire i bambini ammalati a causa della denutrizione e per far crescere sani coloro che si apprestano a nascere; la costruzione di una clinica di prima accoglienza per dare un soccorso immediato ed urgente all’infanzia vittima della fame; il sostegno dei corsi di formazione per le mamme, affinché imparino come curare un neonato, per farlo crescere in salute. Numerosi sono i bambini che ogni giorno muoiono per l’assenza di un presidio medico e farmaceutico presso il quale si possa usufruire di un intervento di pronto soccorso idoneo alle patologie che presentano i bambini denutriti.

Questo è quanto desidero realizzare prima che termini il mio mandato missionario ad gentes. Per poter vedere attuati questi progetti, a Portici, prima della mia partenza, ho costituito un’associazione onlus “Hermana Tierra”, della quale fanno parte un nutrito numero di persone, sensibili alla missione che attraverso varie attività mi aiutano a raccogliere i fondi necessari per finanziare i progetti. Inoltre, in America, con un altro gruppo di amici, ho costituito una filiale dell’associazione italiana. Questi sono i segni della Provvidenza, i segni che Dio mi ha mandato affinché potessi essere aiutato nello svolgimento di quest’opera missionaria volta unicamente al benessere dei poveri. In ogni situazione, mi affido sempre alla Provvidenza che con la Grazia, tocca i cuori delle persone giuste che con il loro “SÌ” a Dio, sono sempre disposte a collaborare, affinché la giustizia e la pace si affermi in terra di missione, per rendere più dignitosa la qualità della vita del popolo del Guatemala.

Il mondo missionario lavora contro la fame e ha fatto suo il sogno di Dio: “una vita possibile per tutti” e tutti possono e devono collaborare affinché questo sogno si realizzi. Ciò che possiamo fare non è tanto ma basta a dare significato a tutta la nostra vita. Nulla sono io, senza l’intervento di Dio, nulla posso, le mani del Signore siamo ognuno di noi e solo se collaboreremo insieme si riuscirà a costruire per i poveri».

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