L’integrazione europea ha creato una nuova dimensione continentale dove vengono condivise politiche e funzioni. L’esito e i contorni del processo sono incerti.
Fino agli anni Ottanta il livello ultimo di riferimento per le politiche economiche in ogni Stato era rappresentato dal mercato nazionale. Sebbene il processo di globalizzazione fosse già avviato, le misure politiche e i fattori di produzione si riferivano alla scala statale, l’apice di una piramide che vedeva più in basso il livello locale e quello regionale.
Da Maastricht in avanti, il mercato europeo è diventato una presenza ineludibile. Molte misure in campo economico, sociale e ambientale – accanto alle libertà di circolazione – si impongono sui singoli membri dell’Unione e assumono senso in riferimento ad una scala più ampia, appunto quella continentale. Per mercato non va inteso solo uno spazio di circolazione dei prodotti, ma soprattutto un nuovo livello di governo del territorio che condivide aspetti funzionali e identitari. Questo nuovo gradino nella “piramide amministrativa” europea non ha tuttavia risolto le domande sulla natura dell’Unione. Non può essere considerata un superstato federale, né una semplice organizzazione internazionale.
L’approccio operativo prevalente è stato quello funzionalista, che suggeriva un’integrazione graduale di funzioni e campi di intervento, lasciando aperti gli esiti del processo. Oggi molti elementi sono stati integrati – monete, politiche, istituzioni – ma rimangono ancora dei nodi da risolvere, soprattutto in rapporto alla volontà degli Stati di conservare diverse prerogative. L’Unione ha spinto tutti – politica e cittadini – a ragionare ad una nuova scala europea, eppure non ha mai chiarito i dubbi sulla sua natura. Non per colpe proprie, naturalmente, ma per gli atteggiamenti ondivaghi degli Stati membri. Forse in questa estrema flessibilità risiede la caratteristica principale del modello, che non ha alle sue basi un vero e proprio patto costituente e ha piuttosto innescato un processo di integrazione funzionale senza prestabilirne i risultati.
Federazione, confederazione, organizzazione intergovernativa che sia, l’Unione europea convive col paradosso di avere poteri equiparabili agli Stati in molti settori (moneta, su tutti) e di non avere alcuna forza coercitiva in molti altri. Un dato certo del processo europeo è il contributo alla valorizzazione della scala locale. Attraverso i continui riferimenti ai principi della sussidiarietà, del policentrismo, della cooperazione territoriale, le politiche comunitarie hanno dato il là alla grande stagione della riforma degli ordinamenti nazionali, sempre più protesi verso forme di regionalismo/federalismo. Il federalismo – o la confederazione – all’europea sembra se non altro rispondere alle esigenze degli attori locali e regionali, diventati da diversi anni i protagonisti delle relazioni politiche ed economiche alla scala globale.
Se i sistemi territoriali locali condividono spesso valori e tradizioni, l’aspetto identitario della scala continentale è ancora debole. Ad oggi il mercato comune europeo si riconosce soprattutto intorno a funzioni condivise; esistono delle istituzioni, una moneta, delle politiche europee; esistono progetti ed interventi che hanno senso solo se letti al livello continentale, come le grandi infrastrutture transeuropee e i corridoi di trasporto. Il livello identitario è invece più problematico. Ogni forma legittima di governo sul territorio richiede che la popolazione abbia degli elementi nei quali riconoscere se stessa: tradizioni, identità, una storia comune, anche fattori più “laici” come una costituzione.
All’Unione europea al momento manca tutto questo. Esiste una cittadinanza europea (con una serie di diritti e doveri) associata alle cittadinanze nazionali, ma è un’idea ancora fumosa e poco sentita. In qualità di cittadini europei votiamo per un organo rappresentativo – il Parlamento – ma le funzioni assai residuali di questo svuotano l’esercizio del voto alla scala continentale di un vero significato. Il tentativo di creare una Costituzione europea è naufragato, bocciato da Paesi europeisti, e si è tornati a ragionare sulla base di “trattati. Le bandiere, l’inno, la moneta, sono simboli importanti e presenti sul territorio, ma vanno rinforzati con una “narrativa identitaria” più solida e complessa.
Il modello europeo ha ancora confini incerti, ma il dato sicuro sul quale riflettere è la creazione di una nuova scala continentale alla quale vengono gestite le politiche, i finanziamenti, gli interventi sul territorio. La sfida per le istituzioni e i cittadini è arricchire questo processo di integrazione funzionale con aspetti identitari solidi e condivisi. La costruzione dell’Europa richiede cittadini europei consapevoli.
(Fonte foto: Rete Internet)
CAMPANIA, REGIONE D’EUROPA
http://www.ilmediano.it/apz/vs_cat.aspx?id=39




