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I contadini di Ottaviano rendono omaggio a Santa Barbara. I fasti e la crisi dell’agricoltura ottavianese. Il fascino dei nomi dialettali nella civiltà agricola. La Montagna nello spazio dell’identità civica.

E’ antico il culto di Santa Barbara nella Chiesa di San Giovanni in Ottaviano. Il parroco, Padre Savino, ha ricordato nella messa serale di giovedì 4 dicembre che la Martire è la patrona dei pompieri e dei minatori e protegge dalla morte improvvisa e violenta: questo carisma viene rappresentato, nell’iconografia, dal fulmine. Che è anche segnale visibile della tempesta, della repentina “trobbèa”, dannosa per l’agricoltura: perciò il patronato della Santa si è esteso, soprattutto nel territorio vesuviano, anche ai contadini. E così durante la cerimonia religiosa di giovedì i contadini ottavianesi hanno ringraziato Santa Barbara offrendole cesti ricolmi dei frutti della terra (vedi foto). Il rito sta diventando tradizione, grazie al vigore con cui i vecchi contadini cercano di perpetuare le forme della civiltà agricola vesuviana e grazie all’ impegno di Vincenzo Caldarelli, alla sua devota riconoscenza per la fatica generosa e sapiente che la Terra Madre ricompensa non solo con splendidi frutti, ma anche con un forte invito alla speranza.

La storia di Ottaviano è stata, a lungo, anche storia di orti, di castagneti, di vigne e di oliveti: era un solo splendore, dalla Montagna al Piano, dalle selve ai campi di grano che si stendevano tra San Gennarello e Striano: uno splendore così intenso da dettare riflessioni poetiche e immagini alate anche ai burocrati dell’Ottocento e del primo Novecento incaricati di descrivere lo stato dell’agricoltura del territorio. Vigne e frutteti coprivano la Scavolella e i pendii dei tuori lungo via San Severino, e dall’ Orto e dall’Oliveto si svolgevano, lungo i percorsi tracciati dai vignaioli dei Medici, dei Barra e dei Mazza, fino alla Zabatta e a Recupo: Giuseppe Fiorito scrisse cinquanta anni fa che a Recupo si producevano vini rossi di grande perfezione, tra i migliori della Campania. Poco lontano dalla Chiesa di San Giovanni, ” nel luogo detto Croce Pistone”, c’era il giardino meraviglioso di Andrea Galliano, con centinaia di piante di limone e di mandarino, che nel 1906 vennero incenerite dal Vesuvio: ” Il Galliano avendo bisogno di agrumi per la sua industria ne aveva fatto venire le più distinte e pregiate specialità, piantandole con il sistema che si tiene a Sorrento e concimandole con i concimi speciali e costosi i quali si usano nella costiera ligure: Vi erano inoltre molte viti che davano già uve prelibate e ricercate da pasto, e una estesa piantagione a spadoni e Martiusech, albicocche e percoche..”.

Ma nelle relazioni dei professori della Scuola Agraria Superiore di Portici, Arcuri, Froio, Del Giudice, tutto il territorio di Ottajano sul finire del sec.XIX è descritto come un giardino incantato: ‘ e cerase malizia e d’ ‘o monte, le olive calabresi e di Avella, i fichi, le pesche, le pere mastantuono, le annurche, le nespole, ‘ e ssovere pascarole, ‘e llegnasanta, ‘e cachissi vaniglia, ‘e ceveze, le castagne, le noci, i mandarini. E i funghi del Vesuvio, che Comes definì una meraviglia E poi l’uva: dei cento tipi descritti da Semmola a metà dell’Ottocento ne restavano, un secolo dopo, ancora venti, più o meno. Nella cultura contadina ogni nome dialettale è una storia di fatica, di orgoglio e di saggezza: questo vale per i frutti, e vale per gli uomini.

Nella chiesa Vincenzo Caldarelli mi indica i contadini per nome e soprannome: Giovanni ‘e cinquanta, Pasquale ‘e mesollino, Giovanni ‘o liscio, Mimì ‘e Tummasiello, che è maestro ‘nsartatore, Michele ‘o sbannito, Antonio ‘o ‘taliano , Michele ‘o Summese . E chiedo scusa a tutti gli altri, se non ricordo i loro soprannomi: essi dimostrano che la famiglia da generazioni è protagonista della civiltà agricola e perciò suonano tutti come titoli di quella autentica nobiltà che viene, lo dicevano già i poeti greci e latini, dal quotidiano, laborioso confronto con i misteri della Natura. Maestro ‘nsartatore, esperto degli innesti: il titolo merita di essere “raccontato”, perchè è la sintesi di competenze e segreti e esperienze che diventano patrimonio di famiglia e come un patrimonio si trasmettono attraverso le generazioni.

I contadini sono consapevoli della loro sapienza e della loro dignità: è proprio questa nota di umile fierezza che Carlo Verdecchia ha colto come valore primo nel suo “Contadino”. Nelle mani dei contadini – anche le mani sono un meraviglioso racconto – le forbici lunghe per la potatura, che la Comunità parrocchiale di San Giovanni ha donato a ciascuno di essi (vedi foto), assumono un intenso valore simbolico: viene il tempo in cui bisogna potare e sfrondare: allora servono pazienza, precisione, tatto, ma serve, soprattutto, risolutezza energica.

Era presente alla cerimonia la prof.ssa Marilina Perna, assessore alla cultura. Avrà certamente notato che i contadini erano tutti di età matura. Non c’erano giovani. E’ una cosa triste e seria, soprattutto in un momento in cui si dice in giro che l’Italia, per salvarsi, deve ripartire dall’agricoltura. La crisi dell’ agricoltura ottavianese viene da lontano e ha radici profonde e ingarbugliate: negli ultimi 40 anni è marginale il posto della Montagna nello spazio dell’economia e dell’identità civica degli Ottavianesi. Bisogna riaprire le strade che portano dal Centro Abitato alla Montagna: è una metafora, ed è una necessità letterale. In che condizioni si trovano, a Ottaviano, i sentieri che conducono ai poderi e alle selve montani? E quali, invece, sono le condizioni dei sentieri di Somma e di Terzigno?

LA CITTA’ INVOLONTARIA