Tra gli artisti dell’istitutional critique, Haans Haacke era quello più politico. Il suo scopo, svelare le sovrastrutture del potere perpetrate anche tra i corridoi del museo.
“Il fatto che il Governatore Rockfeller non ha denunciato la politica del Presidente Nixon in Indonesia costituisce una ragione per non votarlo a novembre? Se la risposta è si, deponi la scheda nella scatola sinistra, se è no, deponila in quella di destra”.
In queste righe consisteva Moma Poll (foto), opera del 1970 proposta al Moma dall’artista tedesco Hans Haacke. In questa frase e nella conseguente reazione del pubblico, chiamato a rispondere al quesito; per la cronaca, alla fine del sondaggio l’accoppiata Rockfeller-Nixon risultò approssimativamente battuta con una proporzione di 2 a 1. Quell’unica, secca, decisa domanda bastava ad Haacke per aprire uno scenario certamente oscuro per la maggior parte dei visitatori: l’intreccio tra il potere politico e la promozione artistica. Va tenuto presente, inoltre, che la mostra in quel museo non era casuale: il Moma era praticamente proprietà privata della famiglia Rockfeller.
L’artista tedesco vive a contatto con l’istituzione: ne svela i segreti mai detti, ne deride la presunzione di supremazia. D’altronde, Haacke fa parte di quel movimento che negli anni settanta scuote le fondamenta del museo; l’istitutional critique emerge dal poliedrico panorama postminimalista e punta a rendere visibili i molteplici meccanismi che regolano l’istituzione e il suo rapporto con il contesto esterno, quindi con il pubblico. L’opera di Hans Haacke rientra appieno nell’ordine della riflessione sul contesto istituzionale, reso come luogo privilegiato di un intervento che, per l’artista tedesco, in primo luogo è un’istituzione politica. Così commentava la natura della sua arte: “indipendentemente dalla sua posizione di “avanguardia” o “conservatrice”, “di destra” o “di sinistra”, un museo è tra le altre cose un veicolo di connotazioni socio-politiche”.
Non va sottaciuto l’essenziale imprinting che Haacke deriva dal contesto tedesco, dove l’istanza artistica è stata spesso endemicamente rivolta a rivelare e riflettere sulle sovrastrutture del potere, facendosi “politica”. Depositario di interessi economici e finanziari, preda di plutocrati e affaristi che costituiscono la regia occulta che lo gestisce, il mouseion non è più (o non solo) il “tempio delle muse”, lo spazio della celebrazione e della promozione culturale e artistica di un’epoca, ma sottintende una rete di rapporti socio-economici che implicano una complicità con le sfere dello Stato, delle corporazioni e delle holdings; così, il mondo dell’arte svela la sua natura “consumistica” di industria globale che muove miliardi di dollari, dove viene valorizzato non chi l’arte la produce, ideandola e mettendola in essere – l’artista – ma chi l’arte la fa, cioè i grandi collezionisti-investitori che, con manipolazioni finanziare, impongono un andamento al mercato e al sistema artistico.
Haans Haacke, raccogliendo una serie di dati incontrovertibili, rivendica per l’artista un ruolo attivo: riesumare una realtà di fatto, che può essere cambiata esclusivamente tramite una presa di coscienza collettiva di fronte al perdurare di certe contraddizioni che confutano l’estraneità del mondo dell’arte rispetto alle persistenza di fenomeni e relazioni politiche ed economiche. Per cui se “gli artisti, così come i loro sostenitori e i loro nemici, al di là delle loro sfumature ideologiche, sono sodali inconsapevoli della sindrome dell’arte, […] partecipano insieme al mantenimento e/o allo sviluppo della sovrastruttura ideologica della società [allora] operano dentro questo schema, stabiliscono lo schema, e ne sono schematizzati”.
Il compito dell’artista Hans Haacke è quello di tentare con i suoi mezzi di indirizzare la società verso un processo di cambiamento; e la funzione di “svelamento” cui adempie il suo lavoro rappresenta il primo passo in questo senso, anche se questo significa affrontare un grado di marginalizzazione come quella con cui ha fatto i conti ripetutamente, pur di non rinnegare i propri presupposti politici e la propria libertà di espressione.
(Fonte foto: Rete Internet)







