Capitava ai candidati di imbattersi, talvolta, in strani tipi: il commissario “smemorato”, la grecista “demolitrice”, “lo speziale”, il “megrè”, il “minimalista”: piccoli nèi sul volto perfetto della Scuola.
Era colpa del “titolo“: commissario agli esami di Stato. Qualcuno non dormiva, la notte prima della seduta preliminare. Come mi presento? Severo? Cordiale? Mantengo le distanze? Un po’ di tutto: ma è meglio che capiscano subito con chi hanno a che fare.
Era colpa anche del cambio d’aria: andare in un’altra città, vedere facce nuove, sorbire un altro tipo di caffé. Per un mese. Era naturale che in qualcuno prorompessero alla luce, come le macchie del morbillo, i segni della psicopatologia del professore esaminatore. C’era il commissario “smemorato“. Il giorno della versione dal greco o dal latino, mentre i candidati incominciavano a meditare, in un silenzio mistico, sul testo da tradurre, quello si piazzava in mezzo ai banchi, al centro della tensione e, recitando sorpresa e delusione, arringava: “Ma che la trovate difficile, ne’ ? Ma non facciamo scherzi, ne’. Una versione così, ai tempi del liceo, io la dovevo tradurre in dieci minuti e senza vocabolario. Se no, mi mandavano al professionale.”.
Una volta queste parole le pronunciò, alla mia presenza, una collega commissario, che era stata mia alunna, e si era laureata in lettere. Io la guardai ironico. Ma lei sostenne il mio sguardo con tale fermezza che mi mosse al dubbio: ma è lei, o no? Ma è proprio quella lì..? Era proprio quella lì. Aveva dimenticato e rimosso. Si era sdoppiata. C’era poi lo “smemorato“ con il trucco: “Ne’, collega, dettami un po’ la traduzione di questo pezzo. Non riesco a leggere. Ho dimenticato gli occhiali a casa”. Iniziavano gli “orali“ e il “demolitore“, che aveva dato già prova di sé nella correzione degli scritti, si impadroniva della scena. Era, quasi sempre, o un italianista, o una latinista – grecista.
I candidati li sgamavano a prima vista : lui ha la faccia di Caino, lei è maligna fino alle unghie dei piedi. E’ tanto maligna che ci chiederà la grammatica: la grammatica greca: il terrore. Il “demolitore“ si sentiva come un missionario che porta la verità nelle terre dei pagani ignoranti: “Sfortunati ragazzi, per cinque anni in questa specie di Istituto i vostri docenti di Italiano, di Latino e di Greco vi hanno raccontato solo sciocchezze, fanfaluche e frasche. Riconoscete gli errori, chiedete perdono, e avrò pietà.”. L’italianista era un missionario inquisitore: torturava. Apriva il colloquio intimando all’allievo di parlargli di Bonaventura Zumbini, o della cripticità di Leonardo Sinisgalli, oppure del verismo: ma no, ma no, non quello di Verga: Verga è un verista verista?
Non è forse un verista decadente?, e, mentre il ragazzo annaspava e boccheggiava, l’italianista ruotava la capa a destra e a sinistra – egli sedeva sempre al centro dello schieramento -, e si degnava di ringraziare con un mezzo sorriso i presenti per gli applausi silenziosi. Non lo metteva proprio in conto, che non gli “scoccassero le mani“. Ci ho consumato la notte, a prepararmi queste domande strepitose. Ammettetelo: vi ho scioccati.
La latinista – grecista, invece, partecipava con enfasi non solo al tormento reale del candidato, ma anche alle sofferenze ideali che il candidato infliggeva, con le sue cavolate, alla sacralità delle letterature classiche. Ma chi vi ha detto che Marziale è un grande poeta? E che è, questa poetica degli oggetti? In Marziale? La poetica degli oggetti? Gesù…Presidente, ma lei sta ascoltando? E vabbe’, se di Teocrito vi hanno detto questo, io devo subire e stare zitta. Ma sappiate che Teocrito è un’altra cosa, e che il Puelma, di Teocrito, non ha capito nulla. Ve lo dico io. Scegli un argomento a piacere, ma la biografia ellenistica no. Mi sono stancata, ci siamo tutti stufati, – è vero, Presidente? -, di sentire questa giaculatoria sui biografi che si ispirano a Platone, e su quelli che sono influenzati da Aristotele. E citate tutti il Dihle. Ma il Dihle che sa dell’ellenismo?
Il grido disperato della grecista era la goccia, ecc.ecc. A quel punto, la collega “buona d’animo“ – non mancava mai – si alzava, sbatteva una penna sul tavolo, e andava a fumare nel corridoio, incazzata nera. Accorreva il collega “apparatore“ – ce n’era sempre uno -, che cercava di calmarla. – La vogliamo finire? – Io, la devo finire? Non vedi che li sta massacrando? – E tu perché non apri la questione? – E la devo aprire, io la questione? Lui, non vede e non sente? – Il lui cieco e sordo era il Presidente. C’era lo “speziale“, il commissario di storia e di filosofia, che, avendo ridotto i contenuti delle due discipline in pillole, conduceva il colloquio, anzi l’interrogatorio, con lo spirito di Pavlov.
Lui diceva “Nietzsche“, e il candidato doveva dire immediatamente “il superuomo“, lui pronunciava il nesso “la volontà di vivere“, e l’altro, senza indugio, doveva aggiungere “Schopenhauer“. Come è stata la vittoria dell’ Italia nella guerra del ’15 –’18? Lo speziale accettava una sola risposta: “Mutilata“. Senza spreco di fiato e di parole. Il “Megré“ (Maigret) si sedeva all’estremità dello schieramento, sul lato corto del tavolo, in modo da inquadrare candidato e commissari nel suo sguardo storto, in tralice. Era l’indagatore, il sospettoso, il segugio delle trame, delle tresche e dei raccomandati. Soffriva di spasimi allo stomaco perché a lui non arrivavano segnalazioni, insomma non lo c….va nessuno.
Era una lagna : “ricordatevi, colleghi, che, anche se insegno discipline scientifiche, sono trenta anni che vado in commissione, e perciò mastico un po’ di tutto.”. “Ma che vuole quello?“ si domandava, nelle pause, il “minimalista“, il commissario mattacchione, che aveva una sola regola: “facimmo ampressa“ e non c’era sproloquio che lo inducesse a fermare il candidato, a chiedere spiegazioni. Gli andava bene tutto. “Ma che ce ne importa? Tanto, sono tutti promossi.”. Ma come il giocherellone si allontanava, i colleghi gli tagliavano i panni addosso: “Secondo me, fa il bordellista, per nascondere la sua ignoranza. Mi hanno raccontato certe cose, di questo soggetto…” confessava la “buona d’animo“.
“Megrè“, invece, dopo un lungo sospiro, sentenziava: “Ma che dici.. saremmo a cavallo se fosse solo ignoranza…..Invece ..” – “Invece?“ – Lui non rispondeva, e si allontanava, e allontanandosi mormorava: “ Fanno pure finta di non capire…. Certo, che hanno una faccetta…”. I tipi veramente pericolosi per i candidati erano rari: uno ogni duecento commissioni. Erano piccoli nèi sul volto perfetto della Scuola: servivano a far risaltare la perfezione. Negli ultimi anni le cure dei ministri, delle università e delle istituzioni, la professionalità dei docenti e la sapienza e la saggezza dei dirigenti hanno cancellato anche questi nèi, così che oggi sul volto della Scuola è rimasta solo la perfezione. Così mi dicono. E io ne sono persuaso e convinto.
(Foto: Giuseppe Vignani, I musicisti, 2003)

