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Fiat, sentenza a Pomigliano: giudice reintegra leader cobas

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Ma Mignano non rientrerà in fabbrica: è già stato licenziato di nuovo, qualche giorno fa. Il tribunale però avverte il Lingotto: legittimo manifestare per motivi politici in modo non violento, anche nei luoghi di proprietà dell’azienda.

Il licenziamento di un lavoratore è un provvedimento disciplinare sproporzionato nel caso di una manifestazione di carattere politico, peraltro svolta in modo pacifico, anche quando l’iniziativa si consuma nei luoghi di proprietà dell’azienda. E’ il contenuto sostanziale della sentenza del giudice del lavoro del tribunale di Nola, Federica Salvatore, con cui è stato annullato il licenziamento del leader Cobas Mimmo Mignano, l’operaio cinquantenne fondatore della cellula di Potere Operaio nella Fiat di Pomigliano e del successivo Comitato di lotta cassintegrati e licenziati. La sentenza, depositata ieri, dispone il reintegro immediato di Mignano negli organici dello stabilimento della Panda e il pagamento da parte del Lingotto dei salari arretrati oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi legali e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali.

Insomma: un piccolo salasso per la Fiat. Ma, soprattutto, è un problema di carattere politico e sindacale di non poco conto. A ogni modo l’azienda non farà rientrare Mignano in fabbrica. Questo perché l’attivista Cobas si ritrova sul groppone un altro licenziamento, comminato a giugno, quando cioè erano ancora in vigore gli effetti di un precedente siluramento, deciso dalla Fiat quasi sette anni fa, siluramento, questo, che è appunto l’oggetto del dispositivo giudiziario emanato ieri. La sentenza del giudice Salvatore fa infatti riferimento al licenziamento deciso il 20 novembre del 2007, cioè subito dopo che Mignano, da rsu Cobas dello stabilimento di Pomigliano, si era reso protagonista, era il 7 novembre del 2007, di una clamorosa manifestazione nella filiale di Napoli del Lingotto, al corso Meridionale.

Qui l’operaio, insieme a una ventina di persone, ha inscenato un sit in di protesta: striscioni e megafoni per dire no alle politiche di Marchionne e della Fiat. Quindi, il licenziamento. Nell’ambito del confronto giudiziario il legale dell’azienda, Raffaele De Luca Tamajo, ha sostenuto il carattere “ denigratorio, aggressivo e violento della manifestazione di cui il dipendente Mignano era stato ispiratore e protagonista ”. Ma il giudice ha accolto la tesi di Pino Marziale, noto avvocato lavorista che ha sostenuto le ragioni del militante. Dopo aver visionato un video del sit in Federica Salvatore ha scritto nella sentenza che “la manifestazione nella filiale è stata inopportuna e grave e come tale meritevole di una sanzione disciplinare ” ma che “ la gravità dei fatti non è tale da giustificare il licenziamento perché si sono svolti nell’ambito di una normale dialettica sindacale e senza alcuna particolare carica offensiva e aggressiva ”.

Mignano però è stato di nuovo licenziato, qualche settimana fa, insieme ad altri quattro operai del reparto logistico di Nola. Non rientrerà in fabbrica, dunque. L’ennesimo provvedimento è scaturito dalla rappresentazione davanti agli stabilimenti del finto “suicidio” di Marchionne, con fantoccio dell’ad impiccato al patibolo, e del funerale del manager, con bara-baule e lumini accesi.

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