Le novità: una donna che denunci il compagno per violenza non potrà più tornare sui suoi passi, ma c’è anche l’arresto in flagranza per stalking.
«Femminicidio» non è una bella parola ma entra di diritto nel dizionario per identificare una categoria criminologica vera e propria: l’omicidio di genere, una donna uccisa perché tale. Con tutti quei volti che non si riesce a dimenticare. I volti delle donne che non ci sono più, di quelle che erano magari perseguitate, oggetto di stalking, vessate da ex mariti, ex fidanzati, ex amanti. O in casa propria, da padri, mariti, fratelli. Che sono poi rimaste nella nostra memoria perché le abbiamo viste, sbattute sui giornali o in tv, ferite, seviziate, uccise. Come Melania Rea, per restare dalle nostre parti: moglie, mamma, tradita, ammazzata.
Dall’inizio dell’anno, i femminicidi sono 80 (dato della Casa delle Donne di Bologna), un fenomeno costante negli anni. Non stiamo parlando di donne uccise in rapine, per sbaglio, per fatalità. Ma di donne ammazzate dai compagni o da uomini che loro conoscevano, da uomini che avevano magari rifiutato. Ebbene, ieri il governo Letta ha approvato un provvedimento di tredici articoli, misure urgenti che affrontano da diverse angolature una serie di problematiche riguardanti la pubblica sicurezza in una chiave di difesa dei soggetti più deboli o esposti. Sul fronte della prevenzione e contrasto della violenza di genere, il decreto mira a rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori (stalking).
Vengono quindi inasprite le pene quando: il delitto di maltrattamenti in famiglia è perpetrato in presenza di un minore; il delitto di violenza sessuale è consumato ai danni di donne in stato di gravidanza; il fatto è consumato ai danni del coniuge, anche divorziato o separato, o dal partner. Un secondo gruppo di interventi riguarda il delitto di stalking: viene ampliato il raggio d’azione delle situazioni aggravanti che vengono estese anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale, nonché a quelli perpetrati da chiunque con strumenti informatici o telematici; viene prevista – analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale- l’irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori, che viene, inoltre, incluso tra quelli ad arresto obbligatorio.
Sono previste poi norme riguardanti i maltrattamenti in famiglia: viene assicurata una costante informazione alle parti offese in ordine allo svolgimento dei relativi procedimenti penali; viene estesa la possibilità di acquisire testimonianze con modalità protette allorquando la vittima sia una persona minorenne o maggiorenne che versa in uno stato di particolare vulnerabilità; viene esteso ai delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi il ventaglio delle ipotesi di arresto in flagranza. E non è tutto: il decreto è immediatamente attuativo. «Nel Paese – ha dichiarato ieri il premier – c’era bisogno di dare un segno fortissimo, e questo non è solo un segno ma un cambiamento radicale sul tema» oltre che «un chiarissimo segnale di lotta senza quartiere» al fenomeno del femminicidio e «contro ogni forma di violenza sui più deboli, ogni forma di machismo e di bullismo».
Un provvedimento agile, di soli 12 articoli e che, ha spiegato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, persegue tre obiettivi: «prevenire la violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime». «Su questi obiettivi, che recepiscono la Convenzione di Istanbul, abbiamo organizzato una serie di norme che hanno lo scopo di: intervenire tempestivamente prima che il reato venga commesso, proteggere la vittima se il reato viene commesso, punire il colpevole e agire affinché la catena persecutoria non arrivi all’omicidio».
Riassumiamo: pene più severe, in particolar modo se l’autore della violenza è il coniuge, via di casa i mariti o i compagni violenti (le forze di polizia potranno buttare fuori di casa il coniuge violento previa autorizzazione di un giudice), arresto in flagranza per i reati di stalking (e sappiamo bene quante donne hanno denunciato episodi simili senza che accadesse nulla, per poi finire ammazzate), anonimato garantito per chi denuncia (e qui magari bisognerà dettagliare i controlli, per non rischiare il diffondersi di mitomani o l’attuazione di facili vendette), permesso di soggiorno alle vittime straniere e non solo repressione ma un piano di azione straordinario che prevede protezione, potenziamento dei centri antiviolenza e servizi di assistenza nonché formazione degli operatori. L’apprezzamento sul decreto legge è arrivato in maniera bipartisan, da ogni forza politica ma voci fuori dal coro ci sono e fanno riflettere.
Come quella dell’Ucpi (unione delle camere penali italiane). « L’introduzione di figure come l’anonimato dei denunciati, l’arresto obbligatorio per il reato di maltrattamenti in famiglia, l’espansione della flagranza differita, «fa arretrare il paese rispetto ad elementari standard di civiltà giuridica – fa notare l’Ucpi- che pensavamo acquisiti. Si tratta di figure che ribaltano il principio costituzionale della presunzione di innocenza, per di più in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta anche ad accuse strumentali sulla base delle quali domani si andrà direttamente in galera senza alcun filtro preliminare: uno scenario preoccupante che se accontenta le istanze dei forcaioli, equamente distribuiti tra maggioranza ed opposizione, certamente imbarbarisce il sistema».
Peraltro, conclude la nota dei penalisti, per ragioni di «pura propaganda, si abusa per l’ennesima volta in tema di sicurezza, dello strumento del decreto legge, senza che vi siano i requisiti d’urgenza, mentre non lo si usa per questioni, come il sovraffollamento carcerario dove l’urgenza è sotto gli occhi di tutti. La già programmata astensione dalle udienze dei penalisti acquista oggi nuove ragioni». Solo il tempo dirà se la pagina legislativa scritta ieri da un governo di larghe, larghissime, intese potrà avere l’effetto voluto, evitare cioè altre vittime come Cristina Biagi, Erika Ciurlia, Rosi Bonanno, Erika Patti, per ricordare solo alcune delle donne che le violenze tra le mura domestiche le avevano denunciate, non nascoste.
(Fonte foto: rete internet)


