Sono trascorsi 151 anni dalla sua morte, ma Eugène Delacroix rimane un perno della pittura moderna. La sua >Libertà che guida il popolo è l’elogio del patriottismo contro ogni politica liberticida.
“Siamo tutti in Delacroix” è la celebre espressione attribuita a Cèzanne che coglie la forte dipendenza del gruppo impressionista da colui che ritenevano maestro e padre putativo: tale investitura è una delle conferme del fatto che, sebbene siano trascorsi esattamente 151anni dal giorno della sua morte, avvenuta a Parigi il 13 agosto del 1863, Eugène Delacroix rimane uno dei riferimenti della pittura moderna.
La sua prestigiosa qualità nel dosare e coordinare i colori, coniugando l’impetuosità creativa all’equilibrio formale, lo rendono il vero spartiacque tra la pittura romantica e la rivoluzione realista che avrebbe investito l’arte di lì a poco. Delacroix, infatti, abbandonò ben presto la lezione neoclassica abbracciando le istanze esotiche e l’irruenza della pittura romantica. E dal soggiorno marocchino del 1832 ritornò in Francia con una tavolozza arricchita di colori nuovi, reali, scoperti alla luce del giorno come quelli che avrebbero studiato gli impressionisti: “Che un uomo metta la testa alla finestra, ed è tutt’altro che nell’interno. Donde la stupidità del lavoro in studio che tende a rendere falso quel colore”.
La poetica del maestro francese è ben incarnata in uno dei suoi capolavori: La barca di Dante rispondeva all’anelito, di matrice romantica, d’ispirazione a soggetti legati al medioevo. Presentata al Salone d’Autunno nel 1822, l’opera è tratta dall’ottavo canto dell’inferno dantesco e raffigura Dante e Virgilio traghettati oltre lo Stige da Flegias, mentre nella palude infernale le anime immerse dei dannati cercano di assalirli. Tra questi, l’anima del fiorentino Filippo Argenti intende rovesciare la barca a tutti i costi. Il pathos della scena viene enfatizzato da Delacroix attraverso il contrasto tra l’atmosfera infernale, tenebrosa, lugubre, infuocata, e i corpi pervasi da piena luce, memori della lezione michelangiolesca per il vigore e la volumetria che li caratterizza.
Tuttavia, l’opera che consegnò Eugène Delacroix all’immortalità artistica è, senza dubbio, La libertà che guida il popolo (foto). È in occasione della destituzione di Carlo X con la Rivoluzione di Luglio – o Seconda Rivoluzione Francese – del 1830 che l’autore dipinge la sua presa di posizione sull’idea di libertà. Fervente patriota, Delacroix condanna ogni forma di politica liberticida: “se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa” commenta l’artista che coglie il momento chiave dell’evento. Le barricate sono valicate. Gli insorti caricano. C’è tutta la Francia che conta dalla parte dei ribelli repubblicani: il popolo, la classe militare e la borghesia sono sospinti dalla donna in primissimo piano; moschetto in una mano e bandiera nell’altra, è l’allegoria della Libertà. In un climax di dramma e coraggio rappresentati in un vortice di colori, la Libertà è l’apice di uno schema piramidale che le da l’importanza dovuta perchè, come scrisse Alexandre Dumas, quella “non è la Libertà classica, ma una figlia del popolo, che combatte per non essere più disprezzata, oltraggiata e violentata dai signori”.
(>Fonte foto: Rete internet)

