In memoria di Mimì Sperandeo. Le panchine del Palazzo Medici. La scostumatezza di un sindaco. Cosa significa “tene ‘e jorde”.
>La verità è nei dettagli
Questa nuova rubrica è un esercizio di brevità. Me lo sono imposto perchè un amico mi ha detto che i miei articoli sono troppo lunghi. Ha ragione. Una signora dice che sono troppo polemico. La signora non sa che per capire se uno è polemico serve intelligenza, serve testa. Come sta, a testa, la signora?
Mimì Sperandeo lo abbiamo salutato per l’ultima volta mercoledì 30, nella chiesa di San Lorenzo. Amministrò Ottaviano, e amministrò delle scuole, come Preside . Era un uomo concreto, chiaro, tranquillo. Un uomo di pace. Una sola volta, durante uno dei tanti incontri Dc-Psdi, lo vedemmo incazzarsi, e battere perfino il pugno sul tavolo. Ci meravigliammo. Chiese scusa: le sue proposte vennero accettate. Se Mimì arrivava al punto di battere il pugno sul tavolo, voleva dire che sentiva di aver ragione. Amava Ottaviano. Sinceramente. La terra gli sia lieve.
Tutto è storia. Anche il cappello di quella vasta signora che sta entrando in chiesa, dove si celebra il matrimonio a cui è stata invitata: un sombrero enorme, verde: la signora si muove come in un cilindro d’ombra, da cui esce solo la parte estrema della sua scogliera pettorale: non ci sono cappelli così ampi che possano coprire d’ombra anche quello che in una famosa canzone è detto “campo di fave”.
Accanto al titolo dell’articolo c’è l’immagine di una lastra marmorea che si trova nel giardino del Palazzo Medici. E’ la lapide funeraria di Sesto Firmio Xanto, liberto, e di Firmia Naiade, e dei loro eredi: l’età è quella di Augusto, il testo è stato ormai cancellato dal tempo che tutto leviga e spiana. Davanti ci sono macerie, e erbacce. Mi auguro che il quadro resti così, che a nessuno venga in mente di rimettere in ordine l’insieme. Ai turisti diremo che si tratta di un’opera d’arte, di una “istallazione” destinata a rappresentare l’opera demolitrice del tempo. Quando il giardino venne risistemato negli ultimi anni del sec.XIX, i proprietari vollero che tutto ricordasse il passato, anche i sedili con i loro ornamenti bombati: che banalità ! L’ultimo di questi sedili di pietra mercoledì si schiantò, o fu schiantato (vedi foto). Giovedì mattina sono andato a vedere, e sono rimasto deluso: l’ho trovato riassestato. Che banalità ! A pezzi, sarebbe risultato suggestivo.
Mi è capitato, per la prima volta, di posare lo sguardo su questo sedile di pietra, e un attimo dopo, con l’immagine ancora negli occhi, di guardare i sedili “moderni” montati, a pochi metri, al centro del giardino, dall’Ente Parco (vedi foto): ho sperimentato, nel confronto, la percezione, fascinosa, di un forte effetto “straniante”. Uno di questi sedili sta proprio di fronte alla scalea del Sanfelice: nemmeno Mimmo Paladino sarebbe arrivato a immaginare un urto così pieno, e tanto stridore. A chi ha avuto l’idea, chapeau !.
Prendo il caffè in un bar fuori Ottaviano. Accanto a me prendono il caffè due signori, uno dei quali racconta all’altro che il sindaco – il sindaco del loro Comune, che non riesco a capire quale sia – durante i consigli comunali è come se venisse morso dalla tarantola, “tene ‘e jorde”, si agita, fa lo smorfioso, soprattutto mentre parlano i consiglieri dell’opposizione. L’altro, che ha ascoltato senza scomporsi, dice: “Ma che ti aspettavi?”. Sto per intervenire: E i consiglieri di opposizione che fanno? Non gli gettano le carte in faccia? Ma mi trattengo. A stento. Poteva capitare a me, una fortuna del genere: un sindaco scostumato con le “jorde”, che so, un consigliere che si spreme in battute di spirito (?) mentre parlano gli avversari, e perchè no? anche un consigliere bifolco che sdraia le gambe sul banco, nell’ aula del Consiglio. Quanti articoli avrei scritto. E invece sindaco, assessori e consiglieri tutti di Ottaviano sono dei baronetti inglesi.
” Tene ‘ e jorde” dicevano i nostri genitori di uno che era irrequieto, che anche seduto non riusciva a stare un attimo fermo . “Jorda” è versione napoletana dell’italiano “giarda”, che a sua volta viene dall’arabo attraverso lo spagnolo, e indica un rigonfiamento esterno del garretto del cavallo. Il cavallo, anche da fermo, non trova una posizione che non lo faccia soffrire, e perciò i suoi muscoli palpitano senza sosta. “Tene ‘e jorde” equivale a ” tene l’arteteca”: smania per l’artrite.

