E J.L. Borges avvertì: non illudetevi. La II guerra mondiale l’ha vinta la Germania

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La profezia di Otto Dietrich zur Linde, protagonista di un racconto di J.L. Borges del 1952 : la Germania ha conseguito il suo obiettivo strategico: dopo il 1945 la violenza sarà, per sempre, il solo senso della storia. Un articolo di A.Cazzullo.

 La violenza è la retorica del nostro tempo ( Ortega y Gasset)

Di qua l’immagine dei calciatori tedeschi che prendono in giro gli argentini irridendo la camminatura dei gauchos, e un irritato pensiero: li vorrei vedere tutti insieme, nella pampa, davanti al coltello anche di un solo gaucho, se hanno ancora la voglia di fare i simpatici; di là un articolo di Aldo Cazzullo( Sette, 18/07), sull’ “Europa tedesca”, e sul resto del mondo che si inchina alla Germania, tanto che negli stadi del Mondiale ai colleghi tedeschi erano riservati sempre i posti migliori, “all’altezza del centrocampo, mentre gli altri europei e i sudamericani si sistemavano ai lati.”. Dice Cazzullo che “con la pace la Germania ha conquistato quell’egemonia invano inseguita con due conflitti mondiali “. Persi. I libri di storia ci dicono che i tedeschi sono stati sconfitti, duramente, nel primo conflitto mondiale, e ancor più duramente nel secondo.

La Germania venne divisa in due, e ancora molti anni dopo la fine della guerra sulle guide pubblicate in lingua tedesca – ricorda Cazzullo –“ erano indicati nomi di paesi italiani in cui era meglio non farsi vedere: il solo parlare tedesco avrebbe risvegliato fantasmi di violenze e di stragi”. Ma i libri di storia spesso si lasciano ingannare dalle apparenze.
Il genio profetico consentì a Jorge Luis Borges di “vedere”, attraverso le illuminazioni della letteratura, che la Germania l’aveva vinta, la guerra. Il racconto, “Deutsches Requiem”, fa parte della raccolta “ L’ Aleph”, pubblicata nel 1952. La guerra è finita da poco, già funzionano i tribunali militari dei vincitori, e il protagonista, il nazista Otto Dietrich zur Linde, condannato a morte come “torturatore e assassino”, la notte che precede l’esecuzione si confessa “senza timore”: egli fin dal primo momento ha ammesso davanti ai giudici di essere autore delle azioni che gli sono state contestate come crimini, e ora parla perché desidera “essere compreso”, non perché voglia essere perdonato: “ non c’è colpa in me.

Chi saprà ascoltarmi, capirà la storia della Germania e la futura storia del mondo.”. Otto Dietrich non nasce dal gusto di Borges per il paradosso: l’immenso scrittore argentino disegna il personaggio lasciandosi guidare da una profonda riflessione sulla storia sociale del nazismo, in cui egli, fin dal primo momento, aveva visto coinvolto consapevolmente tutto il popolo tedesco. E infatti Otto Dietrich discende da avi che appartennero alla casta militare, ha “praticato” la poesia, ha studiato teologia, musica e metafisica, ha formato la sua identità culturale su Brahms ,Schopenhauer e Shakespeare. Nel 1929 era entrato nel Partito nazista: molti dei camerati gli risultarono “odiosi”, perché scoprì di avere coraggio, ma di esser privo di “ogni vocazione per la violenza”. E tuttavia comprese che la Germania stava portando il mondo “alla soglia di un tempo nuovo” che “esigeva uomini nuovi”.

Otto Dietrich, avendo appreso dalla teologia che “nessuno può esistere senza giustificazione”, si convinse che la “sua giustificazione” era partecipare alla guerra imminente, che avrebbe dato inizio a quel tempo nuovo. Ma venne ferito durante un tumulto, gli amputarono una gamba, e quando iniziò la guerra che avrebbe cambiato il mondo, egli giaceva in un letto di ospedale.
Infine Otto comprende qual è la “giustificazione” che dà senso alla sua vita: nel 1941 viene nominato vicedirettore del campo di concentramento di Tarnowitz. E qui dimostra a sé stesso di essere capace di vincere la pietà: era sul punto di sentire pietà per “l’insigne poeta David Jerusalem”, ma riesce a controllarsi, a comportarsi da spietato: fa in modo che il poeta prima impazzisca e poi si uccida.

“Ignoro se Jerusalem abbia compreso che, se lo distruggevo, era per distruggere la mia pietà. Ai miei occhi egli non era un uomo, e neppure un ebreo; si era trasformato nel simbolo di una detestata zona della mia anima. Agonizzai con lui, morii con lui, in qualche modo mi sono perduto con lui; perciò fui implacabile”. Questo passo provocò un’accesa polemica, perché parve che Borges nobilitasse l’aguzzino, stringendo in un solo nodo drammatico il destino suo e quello della vittima. In realtà a Borges serviva che il suo personaggio non fosse un impasto di ottusa malvagità, non fosse segnato da quella “banalità del male” che la Arendt vide, attraverso Eichmann, in quasi tutti i carnefici nazisti. Perché la sua profezia sia credibile, è necessario che Otto Dietrich conservi intatto il senso della tragedia della storia: “Hitler credette di lottare per un Paese, ma lottò per tutti, anche per quelli che aggredì e detestò. Non importa che il suo “io” lo ignorasse; lo sapevano il suo sangue, la sua volontà. Il mondo moriva di giudaismo e di quella malattia del giudaismo che è la fede di Gesù; noi gli insegnammo la violenza e la fede della spada…Si libra ora sul mondo un’epoca implacabile. Fummo noi a forgiarla, noi che siamo le sue vittime. Quel che importa è che domini la violenza, non la servile viltà cristiana.”.

E’ la vittoria di Nietzche. Sfogliamo il giornale di oggi, domenica 20 luglio: non ci sarà difficile scoprire che Otto Dietrich aveva ragione, che ha vinto lui. La violenza è la protagonista della cronaca, nel Mediterraneo, nella striscia di Gaza, in Ucraina, dove non si ha rispetto nemmeno dei cadaveri. La violenza domina in tutte le pagine e si manifesta in tutti i suoi gradi, compreso quel desiderio sconvolgente di farsi giustizia da soli che irrompe nell’animo dei cittadini offesi dalle chiacchiere dei politici, dalle immagini di potenti arroganti, di ladri di Stato, di barbieri che ricevono uno stipendio annuo di 150.000 euro, di lavoratori licenziati che si uccidono, di poveri cristi affamati, di lardosi banchieri. La Germania ha vinto: lo dimostrano anche quegli uomini di pace che, schiacciati dall’ ingiustizia e dalla violenza che il potere rende legali, almeno una volta al giorno pensano: ho il diritto di uccidere.

Tutto ha una “giustificazione”: i calciatori tedeschi che irridono i gauchos forse vogliono, inconsapevolmente, vendicarsi di un gigantesco scrittore argentino che scoprì, nei labirinti e tra gli specchi della storia, il segreto della vittoria della Germania e ne svelò l’odioso significato.
( immagine: G. Moreau, Centauro con cadavere di poeta, 1890)

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