La Primavera araba, le rivolte, i successivi flussi di immigrati hanno scosso il Mediterraneo negli ultimi anni, mostrando le difficoltà dell’Unione europea e la debolezza strutturale delle sue politiche di cooperazione.
I venti di guerra e di cambiamento che negli ultimi due anni hanno attraversato il Mediterraneo hanno messo in risalto una volta di più le incertezze dell’Unione Europea, alle prese anche con la peggiore crisi economica del dopoguerra. Il Mediterraneo si è confermato un vicino ingombrante per Bruxelles, una regione di difficile inquadramento che continua ad essere vista più come minaccia che come opportunità. Di programmi di cooperazione ce ne sono stati molti, soprattutto dagli anni Novanta, ma né gli Stati mediterranei hanno migliorato le proprie condizioni economiche e sociali né l’Unione ha saputo porsi come attore unitario credibile per risolvere le criticità di un’area a ridosso dei suoi confini.
Le rivolte in Egitto e Tunisia, la guerra civile libica, l’aumento dei flussi migratori, sono le cartine di tornasole di un’incapacità cronica a gestire le emergenze politiche e le crisi umanitarie dell’area.
Questa difficoltà europea ad inquadrare il Mediterraneo ha origini geografiche e storiche profonde. Geografiche perché, per sua stessa natura, il bacino mediterraneo sfugge ad ogni definizione univoca. Cos’è mediterraneo? Quali sono i suoi confini? L’assenza di una visione unitaria finisce per rendere più incerte le politiche messe in campo dall’Unione negli ultimi anni. Ma le difficoltà della cooperazione euro-mediterranea hanno anche radici storiche.
Dai Trattati di Roma fino agli Novanta la politica europea verso il Mediterraneo è stata molto ambigua. In mancanza di un’azione comune a prevalere erano ancora i vecchi rapporti di tipo neocoloniale; i grandi Paesi, come la Francia, continuavano a gestire autonomamente le proprie relazioni bilaterali con le vecchie colonie (Tunisia, Algeria) e questo mortificava i tentativi di una politica propriamente europea nei confronti degli Stati mediterranei.
La prima svolta si è avuta con il processo di Barcellona del 1995 e con il partenariato euro-mediterraneo, che prevedeva per la prima volta un approccio strategico e unitario all’area, con tre campi di intervento specifici (sicurezza, economia, società e cultura).
Sul fallimento del partenariato si sono spesi fiumi di parole, ma è difficile individuare una sola causa. Dagli anni Novanta i Paesi dell’Europa orientale hanno cominciato a rappresentare una fonte di interesse (politico e finanziario) notevole per l’Europa; questo ha sicuramente spostato una parte delle energie e degli investimenti dal Mediterraneo all’Europa dell’Est, anche perché si trattava di Stati candidati all’adesione. Inoltre, nonostante l’approccio teoricamente regionale, le relazioni preferenziali bilaterali continuavano a rivestire un ruolo importante, spesso pregiudicando le iniziative di più ampio respiro.
Tuttavia il problema più grosso, probabilmente, stava nella struttura stessa del partenariato.
L’Unione europea è un attore unico, forte, che si trova di fronte una galassia frammentata e non coesa in un’organizzazione comune. Le politiche pensate da Bruxelles sono improntate all’esportazione nell’area mediterranea di valori e strumenti tipici della cultura politica ed economica occidentale. Con questa impostazione gli obiettivi del Processo erano destinati al fallimento; la Zona economica di libero scambio è rimasta su carta, mentre gli interventi per ammodernare i sistemi politici dei Paesi della sponda sud hanno risentito di questa impostazione neocoloniale: in pratica ai Paesi mediterranei veniva chiesto di “adeguarsi” ai modelli (politici, culturali) occidentali per proseguire nella cooperazione.
L’attenzione dell’Ue sui diritti umani è condivisibile, ma l’aver legato la cooperazione all’accettazione di principi e sistemi politici esterni alla cultura islamica e/o araba ha sicuramente frenato gli entusiasmi e lo spirito di collaborazione.
Anche le recenti iniziative dell’Unione per il Mediterraneo e della Politica di vicinato sembrano non aver risolto l’enigma. Anzi, la Primavera araba e le sue conseguenze hanno reso il mosaico ancora più complesso.
La cooperazione europea si è persa da tempo da qualche parte nel labirinto mediterraneo, tra le incertezze della politica, gli egoismi dei Paesi coinvolti e i pericoli di un’area dalla storia complicata. La difficoltà a gestire in modo deciso e integrato non solo l’intervento politico ma anche le emergenze successive (in primo luogo le immigrazioni) sono un’ulteriore prova di un’incomprensione continua tra l’Unione e il Mediterraneo, bizzarra perché, in parte, questo mare è nel DNA della costruzione europea.
(Fonte Foto:Rete Internet)







