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Crisi e lavoro. “Mio marito, suicida per un licenziamento”: la storia di Silvia

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A spingerla a parlare, l’ennesimo suicidio figlio della crisi e dell’assenza di lavoro. Silvia, 44 anni e 3 figli, da quattro anni è una madre sola. Suo marito, operaio, si è tolto la vita dopo aver saputo di essere stato licenziato.

“Lo chiedo ai sindacati, ai politici, a chi ha in mano le sorti di un’Italia ormai allo sfascio: fate qualcosa”. E’ un grido disperato quello di Silvia, la notizia dell’ennesimo suicidio dettato dall’incapacità di sopravvivere al “limbo” della cassa integrazione, l’ha sconvolta. Del resto lei sa cosa significa. Ha perso suo marito allo stesso modo quattro anni fa, eppure non ha mai voluto parlarne. Era convinta che rimboccarsi le maniche per assicurare un tetto ai suoi figli fosse l’unico modo per rispettare la memoria di quello che era stato più di un compagno di vita. Se lui si era arreso, lei non poteva farlo. E per assurdo quel lavoro massacrante in sartoria, la aiutava a non pensare, a non cadere nel tunnel dei ricordi e della disperazione. Quando la sera tornava a casa, la stanchezza prendeva il sopravvento. Giusto il tempo di cenare, un bacio ai suoi bambini e poi a letto, nella speranza che ogni notte il sonno avesse la meglio su quei pensieri angoscianti, che non di rado tornavano a farle compagnia.

Ma oggi Silvia ha scelto di rompere il silenzio, ha deciso di parlare, di denunciare l’assurdità di morti causate dalla logorante ricerca di un lavoro, che al contrario dovrebbe essere fonte di vita. Perchè proprio adesso?

“Non so spiegartelo di preciso. E’ come se la morte di Maria (l’operaia in cig del reparto logistico di Nola, trovata morta lo scorso 27 maggio nel suo appartamento di Acerra, ndr) mi avesse scosso, mi avesse ridestato dal torpore nel quale la perdita di mio marito mi aveva scaraventata ben quattro anni fa. Ritrovare sui giornali la notizia di un’altra morte che in condizioni diverse si sarebbe potuta evitare, mi ha convinta che non potevo più far finta di nulla. Il dramma di Maria, è lo stesso che ha vissuto mio marito, lo stesso che vivo io e che accomuna centinaia di persone solo nel Sud Italia. Il tutto, nell’indifferenza dei politici nostrani, illusori nelle promesse come nei fatti”.

Ti va di raccontarci cosa è successo a tuo marito? Cosa l’ha spinto a compiere un gesto così estremo?
“Fabio lavorava in una ditta di costruzioni nel salernitano. Era un muratore per intenderci. Mai un giorno di permesso, neanche per malattia. Accettava gli straordinari che gli altri rifiutavano. “Con tre bambini piccoli non posso permettermi di fare il prezioso”, mi diceva. Ed io gli sorridevo e lo rassicuravo, dicendogli che un giorno i suoi figli sarebbero stati orgogliosi di lui”. Dopo cinque anni la situazione iniziò a degenerare.

“E’ colpa della crisi”, mi disse una sera mio marito, nell’annunciarmi che l’azienda aveva consigliato ad alcuni dipendenti di approfittare delle ferie arretrate. Tra questi anche Fabio. Al rientro a lavoro capì subito che la situazione non era delle migliori. I vertici della ditta convocarono una riunione d’urgenza, e senza troppi giri di parole spiegarono che di lì a poco ci sarebbero stati dei licenziamenti. “Il lavoro scarseggia, le uscite superano le entrate: ci dispiace”.

Un commento lapidario, quasi fossero inconsapevoli che da quel momento la vita di decine di persone sarebbe cambiata. Come prese suo marito la notizia?
“Nel peggiore dei modi. Fabio non ha mai avuto un carattere forte, e la possibilità di non poter più assicurare ai suoi figli un futuro dignitoso lo terrorizzava. Io continuavo a dirgli che le cose si sarebbero aggiustate, c’era anche il mio lavoro, potevo aiutarlo fin quando non avrebbe trovato un nuovo impiego. Ma non mi ascoltava. Quella sera non cenò neppure. Si mise a letto, senza chiudere occhio.

L’indomani quando tornò in azienda, non si sorprese di leggere anche il suo nome tra i dipendenti per i quali era stata disposta la cassa integrazione. Tornò a casa e mi comunicò la notizia con un filo di voce. Feci per abbracciarlo, ma si scostò, prese le chiavi ed uscì. Una scena che continuai a vedere diverse volte nei mesi successivi. Fabio non parlava più, se non con i nostri bambini. Era assente, preoccupato. Cercai di convincerlo anche a valutare la possibilità di un supporto psicologico, ma fu tutto inutile. Io gli stavo vicina come potevo, nonostante i miei orari lavorativi mi costringevano a passare sempre meno tempo a casa.
Una situazione insostenibile, alla quale Fabio mise fine una sera di settembre”.

Ce la fa a raccontarci cosa accadde?
“Ero a lavoro come al solito. I bambini stavano al mare con i nonni, approfittavano degli ultimi scorci delle vacanze scolastiche. Quando tornai a casa la sera la scena che mi trovai di fronte fu raccapricciante. Mio marito riverso sul pavimento, in un lago di sangue. Accanto un coltello, l’arma che aveva posto fine alla sua vita. Feci per scappare, quando sul tavolo della cucina trovai il suo messaggio d’addio: “Perdonami Silvia, ma non ce l’ho fatta. Ti amo, dai un bacio ai bambini:”.

Come è cambiata da quel giorno la sua vita?
“Si è stravolta. I miei figli stanno crescendo senza un padre ed io arranco nella possibilità di concedergli un futuro dignitoso. E di questo – commenta sarcastica – non so chi dover ringraziare”.

Cosa si sente di dire a chi vive la sua stessa situazione?
“Di non arrendersi, continuare a lottare e soprattutto pretendere dallo Stato il sacrosanto diritto al lavoro. Maria se ne è andata senza far rumore, in un giorno in cui i media erano troppo presi dal fervore elettorale per occuparsi di lei. Oggi noi dobbiamo farci sentire, lo dobbiamo a lei, a mio marito e alle tante vittime di un’Italia incapace di garantire la stessa sopravvivenza”.
(Fonte foto: Rete internet)

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