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Crac Pomigliano Ambiente: quei 35 milioni di crediti mai riscossi dall’azienda

“Amministratori del tutto immobili verso i debitori”. Lo scrive il procuratore aggiunto di Nola, Maria Antonietta Troncone, negli avvisi per la bancarotta della società della nettezza urbana.

È forse l’accusa più pesante, la più “politica”, che il pubblico ministero della procura di Nola, Maria Antonietta Troncone, rivolge ai presunti responsabili del clamoroso crac della Pomigliano Ambiente, la prima azienda pubblica di nettezza urbana della provincia di Napoli affogata in un mare di debiti, tre anni fa.

Il magistrato accusa l’ex sindaco di Pomigliano, Antonio Della Ratta, e i tecnici ( molti di questi nominati dalla politica stessa ) che hanno guidato l’azienda controllata dal comune, di non aver preteso con i giusti atti, dovuti per legge, la riscossione di 24 milioni e 776mila euro di crediti vantati nei confronti del commissariato straordinario di governo per l’emergenza rifiuti nonché di altri 10 milioni e 823mila euro vantati nei confronti dei comuni di Castello di Cisterna, Pollena Trocchia, Massa di Somma, San Giorgio a Cremano, Volla, del consorzio Napoli 3 e dello stesso comune di Pomigliano, tutti enti allora controllati dal centrosinistra del dominus di quel momento, Antonio Bassolino.

“Gli amministratori della società Pomigliano Ambiente spa – scrive la dottoressa Troncone – pur vantando cospicui crediti nei confronti di molteplici enti pubblici (comuni e consorzi, commissariato per l’emergenza rifiuti) si adoperavano solo per l’incasso di una parte esigua di questi crediti, nonostante i ripetuti solleciti del collegio sindacale, rimanendo del tutto inerti nei confronti di questi enti, ancora creditori alla data del fallimento, realizzando così una condotta dissipativa”. Una montagna di danaro che ha allargato il buco di bilancio dell’ormai defunta società, soldi relativi a servizi ordinari e straordinari svolti per conto di questo o quel comune, di questo o quell’ente.

Anche per conto del mammut più grande: il commissariato per l’emergenza rifiuti, diretto da Bassolino dal 2000 al 2004. Il credito più oneroso che la Pomigliano Ambiente ha accumulato, ma mai riscosso, nei confronti di un ente è stato quello legato al consorzio di bacino Napoli 3, carrozzone pubblico dello smaltimento dei rifiuti industriali diretto da Mimmo Pinto, leader storico dei disoccupati organizzati di Napoli, un passato in Lotta Continua, poi candidato al parlamento con la tessera del partito radicale nella coalizione di forza Italia, infine grande punto di riferimento nelle questioni della “monnezza” per i democratici di sinistra della regione Campania.

Ebbene, con l’ente diretto dall’ex militante Pinto la Pomigliano Ambiente ha accumulato il secondo credito più nutrito: 3milioni 808 mila euro. Ma è con il commissariato straordinario di governo che straripano le fantasie finanziarie della sfortunata società comunale di raccolta dei rifiuti: quasi 25 milioni di euro di credito. Roba da far sparire in men che non si dica la Pomigliano Ambiente con tutto il suo strabocchevole carico di dipendenti ( troppi ) e di mezzi ( obsoleti ).

“A quel punto – racconta ancora il procuratore aggiunto Troncone – al fine di fronteggiare la crisi di liquidità determinata dalla sconsiderata gestione societaria, in concorso con tre funzionari della Unicredit e due del San Paolo Banco di Napoli (anche questi indagati)” i politici di Pomigliano e i loro tecnici di fiducia escogitano prima la soluzione della cessione del credito pro solvendo e quindi quella del pro soluto. Nel primo caso, siamo nel 2003, l’azienda di nettezza urbana cede i diritti dei crediti alla banche, dovendo rispondere, però, delle eventuali inadempienze dei debitori, commissariato di governo in primis. Poi però, nel 2007, il potere politico locale dell’epoca ci ripensa e tira in ballo un altro strumento finanziario: la cessione del credito pro soluto.

Vale a dire che in questo caso si cedono i crediti alle banche senza garantire nulla per l’eventuale insolvenza dei debitori. E’ la classica situazione del giocatore di poker che, ormai povero in canna, bleffa rilanciando più di quanto stiano facendo tutti gli altri concorrenti. Solo che qui il giocatore è un’intera società comunale di nettezza urbana mentre il danaro che si rilancia sul piatto dell’azzardo è danaro pubblico, soldi di tutti noi. Il resto poi è storia conosciuta. I debiti restano tali e il crac si concretizzerà due anni dopo le strampalate operazioni finanziarie. Quindi politici, tecnici e funzionari di banca due anni dopo vengono iscritti, il 27 settembre scorso, al registro degli indagati. Reato ipotizzato: bancarotta fraudolenta.
(Fonte foto: Rete Internet)

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