Non possiamo avere la presunzione di sapere cosa penserebbe oggi il Sociologo Lamberti sulla gestione dei beni confiscati ma possiamo immaginare una sua interpretazione su tempi lunghissimi e sui metodi discutibili.
Il Prof. Amato Lamberti, esperto di criminalità organizzata e docente di sociologia della devianza, definiva la confisca dei beni un’operazione importantissima per un duplice motivo: prima di ogni altra cosa acquisire un bene che prima apparteneva alla mafia, significa riappropriarsi del territorio, rivendicare la dignità e la democrazia di una città, liberarsi di feudi con padroni minacciosi, evidenziando così che la camorra può e deve perdere la sua sfida contro la crescita della società civile.
Nonostante le leggi del caso, non applicate, a disposizione degli amministratori, c’è ancora bisogno di normative serie, coerenti e con tempi burocratici veloci. Riappropriarsi di un bene significa utilizzarlo in modo legale, alimentando opportunità per la collettività. La gestione dei beni confiscati è l’espressione della presenza dello Stato sul territorio, è la dimostrazione di quanto possa essere possibile togliere capitali alla criminalità organizzata. Senza capitali, infatti, le mafie perdono la linfa vitale che consente loro di crescere. Senza beni, il crimine non riesce ad investire in nuovi progetti e nello specifico Lamberti scriveva:
“Le organizzazioni criminali mafiose e camorristiche hanno, oggi, anche per la gestione di traffici criminali, che prevedono sempre grandi movimenti di denaro spesso su scala internazionale, bisogno di disponibilità finanziarie elevate, anche attraverso linee di credito bancario spesso realizzate attraverso la garanzia di grandi proprietà immobiliari. Intervenire sui processi di accumulazione del capitale, sia finanziario che imprenditoriale, significa, quindi, bloccare sul nascere le capacità espansive dell’organizzazione e spesso la stessa possibilità di movimento sul mercato criminale più vasto oltre che nel mercato legale”.
Il Sociologo ripeteva che è fondamentale far capire ai ragazzi “con chi abbiamo a che fare”: sarebbe interessante dunque, dare un segnale forte ai giovani mostrando loro quanto i beni che appartenevano alla prepotenza, oggi possono appartenere totalmente alla collettività e ai giovani dotati di etica delle responsabilità. Appare ovvio che senza patrimonio, il clan non ha più motivo di esistere e dunque cede al fallimento. Ad oggi perché non esiste un piano specifico e ben strutturato che indirizzi i patrimoni confiscati nella giusta direzione? E’ davvero così difficile realizzare un tavolo tecnico che proponga risposte a domande del tipo “che fine fanno i beni una volta che vengono confiscati alla mafia?
Se abbiamo già tantissime strutture confiscate, perché i tempi tecnici per la loro messa in funzione sono così incredibilmente lunghi? Perché le burocrazie si intrecciano e si dilatano nel tempo senza alcun senso logico? Come mai l’Agenzia dei beni confiscati non agisce ancora con precisione e velocità?”. All’epoca come oggi, Lamberti avrebbe di sicuro evidenziato l’assenza di un’unica organizzazione europea che gestisca l’assegnazione dei patrimoni con ordine e controllo, avrebbe notato le poche trasparenze, le leggi del caso non rispettate da politici collusi e le lentezze burocratiche con cui i beni confiscati alle mafie vengono gestiti e riutilizzati. Piccoli passi ma incisivi fanno sicuramente la differenza.
La notizia è che nei giorni scorsi sono stati assegnati beni confiscati alla camorra a Scampia e Secondigliano. A Secondigliano, in un ex negozio di abbigliamento, sorgerà un negozio di prodotti equosolidali e/o prodotti realizzati nei penitenziari cittadini e regionali, assegnato alla cooperativa sociale “Litografi Vesuviani” per il progetto “DiversaMente: vendiamo creatività!”. Il progetto prevede la commercializzazione di prodotti artistici serigrafici realizzati da persone diversamente abili mentali. Nel rione Monte Rosa a Scampia, ci sarà la sede dell’associazione “Papà separati” per il progetto “Ancora Genitori”: un percorso di accoglienza, accompagnamento e sostegno a genitori in regime di separazione.
E’ impossibile concludere senza fare riferimento ad un bene confiscato che porta il titolo di Amato Lamberti. Una dimostrazione di successo, è il bene confiscato di Chiaiano gestito da Ciro Corona, che si presenta oggi come un luogo degno del suo titolo in quanto le operazioni prodotte in quel sito sono indirizzate non solo alla condivisione delle risorse ma anche allo sviluppo delle opportunità di tanti ragazzi che vivono e lavorano quotidianamente in quell’interessantissimo esperimento di sviluppo economico e culturale.
Ancora oggi molti ragazzi si chiedono com’è possibile che il crimine organizzato sia ancora così presente, così ramificato nel tessuto economico e soprattutto politico, ma molti di noi sanno anche che la paura oggi è abbattuta dal coraggio di chi agisce con i fatti. La mafia è prima di tutto uno stato mentale, è un modo di pensare che dobbiamo abbattere anche e soprattutto con la crescita culturale, dopodiché con la partecipazione attiva di tutti noi.
Probabilmente oggi Lamberti evidenzierebbe due cose: la necessità di indagare sulle collusioni politiche per avere un quadro trasparente sulla gestione da parte delle amministrazioni governative e in secondo luogo noterebbe che ognuno, attraverso il ruolo che ricopre, ha il dovere di alimentare con tenacia e praticità il senso vivo della responsabilità. Tutti questi beni reinvestiti in qualcosa di socio-economicamente costruttivo sono tasselli di un enorme mosaico su cui senza ombra di dubbio è riportata la scritta “libertà”.





