Che fine faranno i fondi per le bonifiche del Vesuviano?

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L’uso dei fondi stanziati “per la realizzazione degli interventi di verifica, di messa in sicurezza d’emergenza, caratterizzazione e bonifica delle aree ricadenti nell’ex Sito di Interesse Nazionale – Aree del Litorale Vesuviano” e intervista all’esperto.

Come abbiamo già accennato nei precedenti articoli, la questione dei fondi stanziati per le

cosiddette bonifiche della Terra dei Fuochi vesuviana lascia spazio a molti dubbi sulla loro reale

destinazione. Questi dubbi nascono principalmente dal fatto che, degli stanziamenti disposti dopo

l’accordo tra Ministero dell’Ambiente e Regione Campania, resteranno solo le briciole all’effettiva

opera di bonifica di alcuni dei più martoriati luoghi del Vesuviano. Fermo restando che questa sia

oramai un qualcosa di realmente fattibile, vista l’enormità e la pluridecennale stratificazione dei

rifiuti scaricati in questa zona.

Infatti, quasi la totalità dei 5.712.727 euro andrà spesa per gli studi di caratterizzazione, per la

conoscenza dei valori di fondo ed altre analisi di prassi in questi casi. In particolare gli studi sui

valori di fondo ci lasciano perplessi sulla loro effettiva necessità; e se diciamo questo lo facciamo

non solo per gli esigui 471.451,20 euro stanziati per “la messa in sicurezza d’emergenza” di tutte

le aree prese in considerazione (Terzigno, Ercolano e il litorale che va da Torre Annunziata a

Castellammare) e non per partito preso ma a ragion veduta grazie alla conoscenza di altri studi

relativamente recenti e che, non solo hanno stabilito tali valori nel Vesuviano, ma anche in tutta la

provincia di Napoli e in via di completamento in tutta la Campania.

Siamo dunque andati alla fonte di tali informazioni e ci siamo recati presso la Facoltà di Geologia

della Federico II per intervistare il geochimico Benedetto De Vivo.

Nel colloquio con il professor De Vivo, autore di numerose pubblicazioni sullo stato dei suoli

campani, frutto di ricerche sistematiche sulla loro natura, veniamo subito a sapere che dei prelievi

effettuati nella loro ultima ricerca in ambito vesuviano e pubblicata nel 2004 ne sono stati presi

in considerazione 376, tutti top soil e bottom soil ovvero prelievi superficiali e profondi dei

suoli contro i 90 prelievi esclusivamente top soil, degli studi da effettuare e previsti dall’accordo

Ministero/Regione.

Chiariamo innanzitutto che per valori di fondo definiamo le caratteristiche statistiche della

concentrazione di sostanze nei suoli risultante dai processi naturali e senza interferenze di tipo

antropico, tecnicamente detti anche tenore di fondo naturale o valori back ground. In altre parole,

come ci illustra il prof. De Vivo, “nel terreno, se io faccio un’analisi, ci sono tutti gli elementi che

esistono nel sistema solare! Ed esistono in diversa concentrazione; quello che però è importante è

la presenza dei 15 elementi tossici previsti dalle Legge 152/2006. Nella mia ricerca ci sono invece

rilievi per 53 gli elementi!”

Segue De Vivo “Nelle zone antropizzate non possiamo poi definire i valori di fondo come back

ground ma dobbiamo definirli base line o valori di fondo attuale poichè bisogna tener conto anche

di ciò che ha aggiunto l’uomo con la sua presenza. Inoltre la cosa che deve essere messa in risalto è

quella che i 1.500 campioni della nostra ultima ricerca su Napoli e Provincia (Atlante Geochimico

Ambientale dei Suoli dell’Area Urbana e della Provincia di Napoli, Aracne, aprile 2006, ndr.), che

non sono costati praticamente nulla al contribuente, sono stati pubblicati, sono quindi pubblici, pure

per l’ARPAC! Quindi, questi nuovi finanziamenti sono un puro sperpero di denaro pubblico e di

gran lunga più costosi rispetto ai prelievi effettivi e con una valenza inferiore rispetto ai nostri studi.

Stiamo infatti campionando tutta la Campania, grazie a un PON (PON-Enerbiochem, ndr.),

prelevando 4.000 campioni e spendendo 200.000 euro! Ma calcolando i 30 sondaggi, utilizzando i

piezometri potrei spendere 500 euro a sondaggio a prezzo di mercato, per un totale di 15.000 euro,

poi 90 campioni da sottoporre ad analisi io li porterei a termine in due o tre giorni e se pure fossero

di più diciamo 120 campioni, calcolando per eccesso, per 53 elementi chimici, verrebbero a costare

50 euro a prelievo quindi 50 per 120 farebbero 6.000 euro aggiungendoli ai precedenti 15.000 €, ad

abundantiam raggiungeremmo i 50.000 euro contro il loro 1.200.000 euro! All’ARPAC verrebbero

a costare infatti 10.166 euro a campione. Cosa succederebbe se tutti operassero in questo modo?”

Questo è il pensiero del prof. De Vivo ma a noi resto il dubbio che qualcosa non quadri. Il compito

dell’ARPAC è anche quello di coordinare i vari studi e i vari enti acquisendone i dati, ed evitare la

dispersione dei dati e perchè no? Anche dei fondi a disposizione, ormai sempre più esigui e preziosi

per il risanamento del territorio.

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