CI VUOLE LA PAZIENZA DI S.MICHELE PER SOPPORTARE I DISASTRI DI OTTAVIANO

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Nel paese sede del Palazzo Mediceo, mezzo abbandonato, e della Valle della Delizia, ormai non più frequentata, è venuta meno anche la “diana” in onore del Santo Patrono. Di Carmine Cimmino

Il più antico “sestiere“ di Ottaviano, il quartiere che si aggruma intorno al Palazzo Medici, lo chiamano “il Vaglio“. Qualche storico locale racconta che nella primavera del 1084 papa Gregorio VII in fuga da Roma verso Salerno fece sosta nel castello di Ottajano, ospite dei signori normanni. Ed è cosa credibile. È credibile che il papa abbia detto messa nella cappella prossima al castello, che abbia benedetto i fortunati che erano riusciti ad entrare nel sacro luogo, e non dimenticando la folla che stava assiepata all’esterno, l’abbia rassicurata: questa messa valga per tutti, valeat omnibus, per quelli che stanno dentro e per quelli che stanno fuori. Ma non è possibile che “Vaglio“ nasca da “valeat“, come ha scritto qualche storico locale.

Dal “valeat“ viene “vaglia“, e non “vaglio“, così come non c’è contorsione linguistica che possa far nascere “Terzigno“ da “ter ignis“ o da “tertius ignis“: che, tra l’altro, non si capisce cosa vogliano dire. “Vaglio“ viene da “valleus“, “vallone“: e infatti la chiesa e il “sestiere“ si affacciano su un vallone. Su un vallone si affaccia la piazza del “vaglio“ di Altomonte: per citare un solo esempio. È una piazza meravigliosa.

Il più antico documento ottajanese sulla “diana“ dell’8 maggio porta la data dell’aprile del 1830. Era, la “diana“, uno spettacolo pirotecnico. Una batteria a terra di botti disposti in sequenza e a intervalli assai brevi si dipanava, lungo l’alveo Rosario, da valle a monte, dalla periferia alla Chiesa di San Michele, e su di essa si innestavano, affluendo dalle strade laterali, altre batterie. Le prime ore di luce dell’8 maggio, giorno sacro al patrono San Michele, venivano scosse dal crepitare incessante dei “fuochi“ che salivano verso la Chiesa: e dietro i fuochi correva una marea di ottavianesi e di forestieri. I clamori del loro entusiasmo si confondevano con la frenesia dei botti: era un rito propiziatorio, contro la notte, contro il peccato, contro i demoni maligni. L’8 maggio era dall’alba al tramonto una giornata di fuochi.

L’anno scorso non si sparò: i botti non rispettavano le norme, che invece vanno rispettate sempre, e soprattutto nel giorno di San Michele, l’Arcangelo armato di spada e di bilancia, Patrono della giustizia. Quest’anno hanno sparato. Ma quella moscia nenia di fiacchi tracchi che, seguita dal silenzio della gente, è passata lentissima lungo le rovine di via Cesare Augusto non chiamatela “diana“, per piacere. Rispettate non solo la legge e le norme, ma anche il valore dei nomi, i ricordi della gente, la dignità della tradizione. Non dimenticate che San Michele è un angelo vendicatore. Certo, la sicurezza va tutelata. La sicurezza viene prima di ogni altra cosa. Perciò, se non ci sono rimedi, si trovi da qualche parte il coraggio di dire: signori, la “diana“ non si spara più. Possiamo sparare solo un surrogato. Ma non chiamiamolo “diana“. La “diana“ fu.

Tante cose di Ottaviano “furono“: e tra queste ci mettiamo anche la “diana“. Perché “diana“ ? Dal latino “dies“, “giorno“: “diana“ è la stella del mattino, è la sveglia che trombe e tamburi suonavano all’alba per i soldati. La sciacqua batteria di quest’anno avremmo potuto spararla di sera, nel buio: e chiamarla “requie“, o “silenzio“.

Perché è uscito in processione San Michele ‘o gruosso ? Il San Michele possente e ieratico, scolpito nel legno di ciliegio, uscì l’ultima volta nell’anno 2000. Fu il protagonista delle processioni del ‘600 e del ‘700: a metà dell’ ‘800 venne sostituito da San Michele ‘o piccirillo, una deliziosa scultura rocaille di bottega viennese, che alla Chiesa di San Michele e alla devozione degli Ottajanesi fu donata, forse, da Luigi de’ Medici. Mi dicono che ‘o gruosso è uscito quest’anno per un controllo della salute del legno, e della doratura. È stato meglio così. ‘O piccerillo, viennese, elegante, delicato, avrebbe sopportato di passare lungo il disastro di via C. Augusto? Avrebbe perdonato? Ho qualche dubbio. ‘O gruosso, invece, è l’immagine della pazienza assoluta.

Qualche vescovo di Nola ha tentato, nel passato, di cancellare il “volo degli angeli“, un rito della processione dell’8 maggio. La mattina dell’8 maggio 1947 il parroco di San Michele, don Francesco Saviano, sollecitato dal vescovo Camerlengo, dichiarò che ‘o piccirillo non sarebbe uscito dalla Chiesa, se le autorità civili non avessero garantito che gli “angeli“ restavano a terra. Il sindaco Aurelio Trusso non mosse ciglio: pregò don Francesco Saviano e i suoi colleghi di ritirarsi in sacrestia e ordinò agli Ottavianesi di prendere la statua e di avviare la processione: i priori delle congreghe presero il posto dei parroci e gli angeli si alzarono in volo in tutte e quattro le piazze.

Nel 1953 il vescovo Adolfo Binni dispose che si tenesse un solo volo, in piazza Annunziata. Alle 13.45 dell’ 8 maggio don Francesco Saviano fa uscire San Michele dalla Chiesa, mentre il sindaco Enrico Iervolino comunica al vicario foraneo don Pietro Capolongo e al viceprefetto Grassi che è sua intenzione far rispettare la tradizione dei quattro “voli “. A piazza Annunziata i portatori depongono la statua a terra e dichiarano che la lasceranno sul posto, se il clero non autorizzerà gli altri tre voli. I parroci si ritirano immediatamente, e ‘o piccirillo resta solo, abbandonato da tutti, in mezzo alla piazza, per un’ora: poi arrivano i carabinieri che lo riportano in Chiesa. Nessuno si domandò perché gli Ottavianesi, che alla vista del piccirillo si commuovono fino alle lacrime, l’avessero abbandonato in mezzo alla piazza e si fossero rifiutati di riportarlo in Chiesa.

Scrissi qualche anno fa che la spiegazione era nella logica del mito. Senza i “voli“ il rito andava in frantumi, e la dissoluzione investiva anche la statua, spezzava la tensione dell’arcano, la cui radice sta nella commozione della folla: che trasforma la processione in una discesa “sentimentale“ fino alle radici dell’identità civica. Adolfo Binni dispose che il 9 maggio, che era domenica, tutte le chiese di Ottaviano restassero chiuse, e che non vi si celebrassero i divini uffici. Il giornale l’Unità, organo del Partito comunista, tentò di costruire sull’episodio una polemica alla Peppone e don Camillo: ma il sindaco di Ottaviano non era comunista: era un democristiano purosangue.
(Foto: San Michele ‘o gruosso, statua in legno di ciliegio, sec.XVII)

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