Si ristabilisce a San Sebastiano al Vesuvio l’antica usanza del >Fucarazzo ‘e Sant’Antuono. Ritorna anche il culto antico del Santo eremita, ribadendo la conciliazione tra la cittadinanza e questa figura tanto arcaica quanto importante.
Sabato sera abbiamo rivissuto l’atmosfera di circa un anno fa, quando fu riaperta l’antica cappella dedicata a San Vito Martire a San Domenico, il centro storico di San Sebastiano, abbiamo rivissuto quell’aria di festa che tocca profondamente anche chi come me non è propriamente quello che si può definire un credente; un atmosfera che ci appaga tutti per quella sensazione gratificante di esser parte di una comunità.
Dopo nove anni ritorna quindi il >fucarazzo a San Domenico, e ritorna con l’attesa dei momenti solenni ma anche con le aspettative più profane e viscerali della festa; l’evento, oltre al ritorno all’antica tradizione del falò, ha ristabilito l’antico culto di Sant’Antonio Abate, tanto caro alla cultura popolare e in particolar modo a quella contadina per la benedizione degli animali. C’era infatti tanta gente alla celebrazione, c’erano i bambini con i loro cagnolini e c’erano anche gli adulti con i loro bestioni, c’erano i gatti e c’era la tranquillità di una serata quasi primaverile. Pacate le parole della benedizione ma stentoree quelle di Don Gaetano che ammonisce i presenti ad amare gli animali ma anche e sopratutto gli uomini e soprattutto di non invertire l’ordine delle cose.
C’era tutta la gente di San Sebastiano, c’erano i nuovi e pure i vecchi, i giovani e gli anziani, le autorità e la gente comune, tutti ammansiti e gioviali davanti al fuoco purificatore di Sant’Antonio e all’ottima >Catranesca di Giggino Accetta. Una festa è riuscita quando è condivisa, e per questo ringraziamo autorità laiche e religiose per averci permesso di riviverla, e pazienza se il focarazzo non era grande come quello di una volta, ciò che importa è che s’è fatto e che quel legame tra uomo e natura, intermediato dai santi sia stato riallacciato.
Tra le fiamme di quella pira, sormontata da una vecchia con una testa di supersantos sorridente, mi aggiro nella speranza di trovare Bernardo, anima, se non artefice, di questi eventi e finalmente lo trovo in compagnia del nostro amicone Gino. Gli chiedo della storia del santo e lui tra le tante cose mi racconta che, dopo l’eruzione del 1631, le ustioni delle vittime di San Sebastiano venivano curate a Napoli, presso il Bborgo di Sant’Antonio, col grasso dei maiali e forse anche per questo l’animale fu consacrato a Sant’Antonio Abate e, a Napoli, il maiale poteva andare liberamente per strada, un po’ come in India per le vacche.
Il fuoco s’affievolisce, c’è chi lo governa e vi aggiunge le ultime fascine rimaste, credo siano i figli di Armanduccio Gallo, il nostro grande e compianto cantatore; i bambini sostano come una volta ai bordi del fuoco e almeno stasera, abbandonati telefonini e giochini elettronici, giocano a lanciare gli sterpi nel fuoco o a far scoppiare qualche >botticella.
Ormai il fuoco è quasi brace ma la voglia di far festa, per quell’aria così mite e con la speranza di provare altro Catalanesca, è ancora forte e saliamo così verso via Cavolella, dove scorgiamo almeno altri tre falò. Il più maestoso e festaiolo è quello di Gennaro che al ritmo di danze caraibico-neo-melodiche ci accoglie con ottimo vino e ancor migliore ospitalità.> Sacicce ‘e friarielli abbondano e il fuoco stavolta riscalda davvero e con l’aiuto del buon vino fa pure caldo. C’è chi chiacchiera, c’è chi balla, chi prova pastiere, sanguinaccio e migliacci sublimi e chissà, forse frutto del rosso di Gennaro o dei futuri eventi politici c’è chi fraternizza.
Che dire allora, viva Sant’Antuono! Evviva San Sebastiano!





