In tutta la Campania è chiaro quanto l’urbanistica sia medievale. Confronto con Ileana Esposito Lepre su una tematica poco discussa e sugli interventi pratici e culturali da attuare al più presto.
Se ne parla troppo poco. Mai abbastanza da espandere nuove riflessioni nelle mentalità di tutti. Molti ragazzi ad esempio, pur essendo partecipi degli interessi sociali, non sono abbastanza informati su una questione che è sotto i nostri occhi quotidianamente. Si tratta dei disagi generati dalle barriere architettoniche, fin troppo presenti nella nostra regione. Persino le università di architettura studiano poco questa tematica. Il danno, probabilmente il più insidioso, è quello di associare la disabilità fisica con l’incapacità di vivere la città, qualsiasi essa sia. Il danno, è quello di pensare che chi è portatore di una disabilità fisica è diverso da chi non ha inabilità, e quindi il rischio altissimo è quello di ritenere che esistano due specifici indirizzamenti sociali non ravvicinabili: una realtà per i “poveri” disabili, e una realtà per i “sani” cittadini.
Andrebbe ora fatto un lungo discorso sul vero significato di povero e sano, poiché in questa discussione è molto più facile definire povero d’intelligenza chi sta bene fisicamente, così com’è molto facile definire sano mentalmente chi è su una sedia a rotelle, ma questo è un altro discorso. La questione trattata in questa esposizione tende invece, a rilevare il divario tra le distinzioni prodotte da noi stessi riguardo ai due indirizzamenti sociali. Un divario che nessun provvedimento legislativo può abbattere se non viene contrastato dalla creazione di un valore collettivo nuovo che definisca la realtà sociale unica per chiunque, identica a tutti e con opportunità per ogni soggetto, a prescindere dalle sue dotazioni fisiche. Ciò non è assolutamente utopico, in molte città del nord Italia ma soprattutto del nord Europa tutto ciò è già un problema risolto con un atteggiamento culturale ben accettato da tutti.
“Con quale faccia Napoli ospita il World Urban Forum?” Si chiede Ileana Esposito Lepre, Presidente dell’Associazione Peepul che si occupa dei diritti dei diversamente abili “con quale coraggio Napoli ha speso tutti questi soldi per questo incontro, quando invece, dovrebbe investire sulla modifica dei tanti impedimenti architettonici? Con quale coraggio noi abbiamo parlato di come dovrebbero essere le città se qui la condizione è quella di una dilagante ignoranza civica con evidenti disagi per chi è diversamente abile?”. Sono queste e tante altre le domande poste a noi tutti dalla Dottoressa Lepre che specifica quanto siano inutili questi “lavori di facciata”, provvedimenti che servono solo a buttare fumo negli occhi della gente: “L’attenzione sull’argomento è scarsa, una vergogna, frutto di una politica malata che non tiene assolutamente conto del bene comune ma che si limita ad un’apparenza demagogica attraverso interventi simbolici”.
C’è del comico poi, se pensiamo che il convegno ospitato a Napoli, organizzato in collaborazione con la Regione Campania e il Comune di Napoli, in cui i temi trattavano il miglioramento della qualità della vita nelle città, non aveva nessun posto per disabili, un’assurda contraddizione testimoniata dalla Dottoressa Esposito. Il confronto con il Presidente è stato utile proprio per definire la necessità di diffondere una nuova mentalità, in cui gli stessi disabili non siano solo promotori di lamentele ma propositori di nuove idee. Esigere diritti vuol dire concepire una totale autonomia dei diversamente abili. Mancano ad oggi, a Napoli e in gran parte della Campania, gli strumenti che consentano di guadagnare un’autonomia necessaria ad espletare tutte le funzioni sociali che in una comunità civile dovrebbero essere consentite quotidianamente.
“Esistono casi positivi, come Sorrento”, continua la Dottoressa, “in cui sono stati messi in atto provvedimenti urbanistici utili, ma c’è ancora molto da fare in molte città della nostra regione. Le istituzioni sono lente, i provvedimenti scarsi e spesso solo simbolici, i vari assessorati devono assolutamente garantire accessibili tutti i servizi. Il contrasto alla diversità andrebbe considerato come priorità durante le decisioni, affinché sia favorita l’integrazione e non la ghettizzazione. Andare incontro alle esigenze degli invalidi vuol dire creare opportunità sociali nuove, crescita economica, reti amicali intense, uno stato di armonia collettiva utile per una vita migliore”.
La Dottoressa inoltre, invita tutti ad assimilare il concetto secondo cui la questione non è limitata alla denuncia delle barriere architettoniche, poiché non è solo sistemando alcuni edifici pubblici che si risolve il problema. La questione piuttosto, è relativa alla creazione di un nuovo modo di pensare che renda possibile una reale e armoniosa convivenza tra persone fisicamente abili e persone con differenti abilità. L’errore, in verità, è minimizzare la faccenda sminuendola con atteggiamenti compassionevoli. I soggetti disabili in una società realmente civile non dovrebbero essere compatiti o essere oggetto di azioni di solidarietà. Dovrebbero essere attori integranti e attivi delle scelte comuni, con dei mezzi adatti alle loro disponibilità, alimentando le loro risorse, abbattendo tutti gli impedimenti infrastrutturali. L’autonomia come ricchezza.
Prima di cambiare i marciapiedi bisognerebbe cambiare le teste, bisognerebbe normalizzare tutti, abili e inabili, su uno stesso livello, con contesti accessibili in eguale modo a tutti, spazi condivisi e non separati. Il vero invalido è l’idiota che ha la fobia del diverso, colui che sminuisce la questione mettendo in luce fantomatiche superiorità fisiche per ovviare a demenze culturali, il vero invalido è il politico ipocrita che si fa portavoce di cambiamento ma che lo attualizza solo per se stesso o per fare bella figura in qualche conferenza stampa.
(Fonte foto: Rete Internet)

