La finanza sigilla 50 appartamenti, terreni, garage e 11 milioni di euro. I beni sono intestati a due coniugi di Somma. 14 gli indagati. Al centro dell’inchiesta c’è il fallimento dell’impresa di costruzioni che si è aggiudicata anche appalti statali.
Il meccanismo è di quelli purtroppo già diffusamente “sperimentati” in tutto il territorio nazionale e consiste nel creare ad arte una serie di società satelliti, magari intestate a parenti e amici, su cui scaricare i debiti che l’azienda capofila non vuole pagare ai suoi fornitori. Secondo la guardia di finanza grazie a questo consumato escamotage, più che illegale, due coniugi di Somma Vesuviana, titolari di una ditta di costruzioni, la Cogemar, sono riusciti ad accumulare un piccolo impero immobiliare e finanziario: 49 tra appartamenti, terreni, box auto e complessi edilizi, ubicati a Somma Vesuviana e in provincia di Mantova, nonché 11 milioni di euro in crediti vantati dalla stessa Cogemar nei confronti di due importanti società dello Stato, l’Anas e la Ferrovia Centrale Umbra srl, aziende pubbliche che avevano affidato alla ditta vesuviana alcuni appalti.
Complessivamente i beni sequestrati, su disposizione della procura di Nola, dalla compagnia delle fiamme gialle di Casalnuovo, coordinata dal gruppo di Torre Annunziata, ammontano a 18 milioni di euro. Un tesoro che era nella disponibilità del legale rappresentante dell’azienda di Somma e di sua moglie. I due sono stati denunciati dai finanzieri della compagnia di Casalnuovo, diretti dal capitano Giuseppe Di Stasio, per il fallimento, avvenuto il 30 marzo dell’anno scorso, della Gecomar, azienda che secondo gli investigatori non è nient’altro che la diretta matrice dell’attuale Cogemar. Marito e moglie sono accusati del reato di bancarotta fraudolenta. L’indagine però coinvolge un numero ben più consistente di indagati, che sono ben 14, in gran parte parenti e amici della ricca coppia finita al centro delle attenzioni da parte dei baschi verdi.
A queste persone i due coniugi sommesi, sempre secondo l’accusa, avrebbero intestato una serie di società ( Sfim spa, Gleismac Italiana srl, Cogemar infrastrutture srl, Cogemar spa e Romi Costruzioni srl ) che fungevano da specchietto per le allodole. Grosso modo funzionava così: i fornitori delle attività edilizie avevano come punto di riferimento dei crediti vantati queste altre imprese satelliti, che però non li pagavano. In questo modo, sempre in base all’inchiesta, i bancarottieri e i loro complici avrebbero accumulato profitti per un totale di 36 milioni di euro. Per evitare ulteriori problemi con i fornitori gli indagati avrebbero trasferito i patrimoni ad altre tre società, la 2P srl, con sede a Napoli, la Margherita Immobiliare, con sede a Somma Vesuviana, e la Lavori spa.
E questa mossa sarebbe stata pianificata ben prima del fallimento della Gecomar, poi divenuta Cogemar, cioè già nell’aprile del 2010. Ma un altro elemento che ha fatto insospettire gli investigatori è il deprezzamento, ritenuto del tutto inattendibile, dei beni immobiliari. Gli appartamenti, i terreni e i garage, poi sequestrati dai finanzieri, sarebbero stati deliberatamente sottostimati dagli indagati, fino a raggiungere il valore complessivo di soli 500mila euro. Il ridimensionamento ingiustificato dell’ingente patrimonio è stato poi conferito nel ramo d’azienda della Cogemar spa.





