La complicata consegna all’ Austria della dichiarazione di guerra. La partenza da Roma dei diplomatici austriaci e tedeschi. Il primo bollettino di guerra. Il primo caduto italiano.
Sabato 22 maggio Vittorio Emanuele III decreta la mobilitazione generale per il giorno dopo, dichiara in stato di guerra la Lombardia, il Veneto e i Comuni costieri dell’ Adriatico. Il ministero della guerra dispone che siano preparati immediatamente i treni che porteranno alla frontiera il principe von Bulow, “inviato straordinario della Germania”, e il barone Macchio, ambasciatore dell’ Austria – Ungheria. Guglielmo Marconi, che sta a Londra, viene invitato a rientrare in Italia. La notizia che l’ Italia si accinge a dichiarare guerra all’ Austria –Ungheria viene accolta con grande entusiasmo dagli inglesi e dai francesi. Il generale Robert Nivelle, intervistato dai giornali parigini, afferma che l’Italia possiede la chiave strategica per la vittoria finale, e cioè la via più breve e sicura per Vienna. (Anche Luigi Cadorna ritiene che gli Italiani debbano puntare sulla capitale degli Asburgo aggirando gli altopiani: poi, misteriosamente, cambierà strategia e tattica. Ma questo è un altro discorso.).
I giornali italiani danno notizia di funzionari delle Poste e di altri burocrati che, già in pensione, chiedono di essere richiamati in servizio. Il Bollettino Militare comunica che il maggiore di fanteria Cordero di Montezemolo è stato promosso al grado di tenente colonnello e alla funzione di Capo di Stato Maggiore della Divisione Novara. Il console d’ Austria a Firenze chiude il consolato e si accinge a partire dalla città, senza far rumore: ma ha dimenticato di pagare lo stipendio al custode, italiano, che per rinfrescare la memoria al segretario del console gli scarica in faccia una gragnola di pugni. I giornali raccontano l’episodio con i clamori dell’epos.
A mezzogiorno di sabato 22 maggio il ministro degli esteri Sidney Sonnino telegrafa al duca D’ Avarna, ambasciatore d’ Italia a Vienna, l’ordine di consegnare al ministro degli esteri austriaco la dichiarazione di guerra. Ma fino a ora tarda Sonnino non riesce ad avere da Vienna la conferma che la dichiarazione è stata consegnata: gli Austriaci hanno interrotto la linea del telegrafo per le comunicazioni con l’Italia e tentano in ogni modo di ritardare l’inizio ufficiale dello stato di guerra: è probabile che vogliano approfittare dell’ equivoco per sorprendere le truppe italiane e minare i ponti in alcuni settori della linea del fronte. “Per puro obbligo di cortesia internazionale” Sidney Sonnino alle 15.30 del 23 maggio consegna la dichiarazione di guerra all’ambasciatore Macchio e gli concede otto ore di tempo per trasmettere il documento a Vienna: insomma, dalla notte tra domenica 23 e lunedì 24 maggio è guerra. Secondo le cronache, già la sera del 23 i genieri austriaci tentano di minare il ponte di legno sul torrente Judrio a Brazzano, ma i finanzieri Pietro Dell’ Acqua e Costantino Carta li dissuadono con una scarica di fucilate: che dunque sarebbero le prime del conflitto. La sera del 23 partono in treno da Roma per il fronte Luigi Cadorna, il Duca d’ Aosta, che va a raggiungere l’ armata di cui detiene il comando, e il sindaco di Roma, don Prospero Colonna, che è stato richiamato alle armi “ su sua richiesta”.
Nelle prime ore del 24 un cacciatorpediniere italiano cannoneggia Porto Buso, mentre due aerei austriaci sganciano bombe su Venezia danneggiando “ in modo lieve” la linea ferroviaria. Nel pomeriggio del 24 le navi austriache bombardano Ancona, Iesi, Senigallia e le coste pugliesi. I giornali italiani raccontano che i colpi austriaci hanno affondato anche un piroscafo tedesco, all’ancora nel porto di Ancona: ma è probabile che la nave sia stata affondata dai suoi stessi marinai. I giornali riferiscono anche che alcune navi austriache issavano la bandiera italiana per ingannare la nostra difesa. Per tutta la guerra la nostra stampa accuserà gli Austriaci di essere sleali e di violare il codice etico : è la risposta alle ingiurie che politici e giornali austriaci e tedeschi rovesciano, dopo il 24 maggio, sugli italiani, sbeffeggiati come “traditori”, “ricattatori” e “briganti” e, dal Kaiser, come “mandolinisti”. E’ da notare che ufficialmente l’Italia ha dichiarato guerra solo all’ Austria.
Il 25 maggio partono da Roma, in treni lussuosamente arredati, il principe von Bulow e il barone Macchio. Non appena l’ambasciatore lascia Palazzo Chigi, che è la sede ufficiale dell’ambasciata d’ Austria, il principe Chigi, proprietario del palazzo, fa esporre, al posto della bandiera dell’Impero asburgico, la bandiera italiana: è un tripudio di applausi. La Santa Sede, che non ha relazioni ufficiali con lo Stato italiano, fa sapere che anche i diplomatici austriaci e tedeschi accreditati presso la corte pontificia vanno via da Roma, “per loro libera scelta”: in base alla legge delle Guarentigie potrebbero restare, ma capiscono che nascerebbero seri problemi. Ovviamente, lo Stato italiano non eserciterà alcun controllo sulla corrispondenza del Vaticano.
I giornali danno notizia dei primi provvedimenti adottati in favore delle famiglie dei soldati richiamati che si trovino in condizioni di disagio. Soldati e marinai non pagheranno la tassa per la posta inviata dal fronte e dovranno usare solo le cartoline speciali fornite dallo Stato. Il 25 maggio Cadorna pubblica il primo bollettino di guerra: “Lungo la frontiera friulana le nostre truppe sono avanzate ovunque nei territori nemici incontrando deboli resistenze. Vennero occupati Caporetto, le alture tra l’ Idria e l’Isonzo, Cormons, Cervignano, Terzo. Il nemico si ritira distruggendo i ponti e incendiando i casolari. Le nostre cacciatorpediniere hanno aperto il fuoco contro un distaccamento nemico a Porto Buso e hanno sbarcato truppe facendo prigionieri 70 austriaci trasportati a Venezia. Perdite nostre: un morto e pochi feriti.”.
Chi fu il primo caduto? Dicono che sia stato Riccardo Giusto (e non Di Giusto), venti anni, udinese di Casali San Gottardo, alto 167 cm, biondo, occhi castani, di professione facchino alla stazione di Udine, aggregato all’ 8 reggimento Alpini. Cadde nelle prime ore del 24 nei pressi dei Casoni Solarie, a Drenchia in Val Cosizza.



