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Da sempre gli inglesi pensano che ci siano gli  Italiani “italiani” e gli  Italiani “napoletani”. Del resto, lo pensiamo anche noi, napoletani e vesuviani.  “ Napoli ‘44” di N. Lewis è un avvincente ritratto non solo della città devastata dalla guerra, ma di alcuni valori archetipi dell’ “essere napoletano”.

Dunque, gli inglesi in un questionario approntato per gli studenti hanno distinto, dal punto di vista del linguaggio – ma per loro il linguaggio è tutto –, gli italiani in tre popoli: gli Italiani italiani, gli Italiani napoletani, gli Italiani siciliani. Si è scatenata una tempesta: si sono dichiarati offesi anche quei napoletani che almeno una volta al giorno proclamano: “io sono napoletano, non italiano”, hanno fatto chiasso perfino i neo-borbonici, e ha protestato, con ironia, il nostro ambasciatore a Londra. Qualcuno ha ricordato agli inglesi che l’Italia ha conseguito l’unità nel 1861, dimenticando che i figli di Albione contribuirono in misura significativa alla realizzazione di quell’evento, che alcuni considerano un miracolo, e altri una macchinazione infernale. Mi sono meravigliato di tanto strepito. E del silenzio dei calabresi, che meritavano, non meno dei siciliani e dei napoletani, di essere distinti dagli Italiani italiani. Gli autori del questionario si potrebbero difendere agevolmente leggendo l’elenco degli intellettuali inglesi che da tre secoli ormai presentano i napoletani come un popolo a sé, non commensurabile con nessun’altra stirpe italica: perché sono, scriveva l’inglese R.K. Craven, i discendenti diretti degli antichi Greci. In quell’elenco di intellettuali ci sono Lord Hamilton, Dickens, Shelley, Edward Lear. E c’è Norman Lewis.

Norman Lewis è un ufficiale inglese che nell’ottobre del ’43 entra in Napoli con la Quinta Armata americana e nei mesi successivi svolge un ruolo importante nei servizi di sicurezza dell’esercito “alleato”. Leggere contemporaneamente “Napoli ‘44” di Lewis e “La pelle” di Malaparte è un’esperienza straordinaria: i due libri descrivono la stessa realtà, ma Lewis la “vede”, e la racconta, con gli occhi del neorealismo, e Curzio Malaparte con gli allucinati sguardi dell’espressionismo, di Grosz, di Otto Dix, di Kirchner. E hanno ragione entrambi: perché Napoli è molte città in un solo spazio urbano, e i Napoletani recitano la loro vita quotidiana come i cittadini di qualsiasi altra città europea, ma fino alla penultima scena: nell’ultima dicono la battuta e fanno il gesto e svelano una verità che nessuno, anche il più fantasioso degli osservatori, avrebbe potuto prevedere.

Dunque, gli Alleati entrano in Napoli e incominciano a organizzare il controllo della città: nei primi giorni accade ciò che accadrebbe in ogni città della Terra. Si presentano nell’ufficio di Lewis centinaia di napoletani per mettersi “ a disposizione” di inglesi e di americani, e non per danaro, “ma in nome della libertà”. “ E’ venuto anche un prete che ci ha consegnato una manciata di denunce e ha chiesto l’autorizzazione a portare la pistola”. Lewis e i suoi controllano gli archivi lasciati dai tedeschi in fuga e scoprono che quasi tutti quei signori risultano già schedati, come informatori degli ufficiali di Hitler: non se ne meravigliano, il salto sul carro del vincitore, soprattutto se è un carro armato, è sport praticato dovunque, da sempre. Il “più pulito” di questi civili che si mettono a disposizione di Lewis è Vincenzo Lattarulo, uno di quei “quattromila avvocati napoletani” che gli eventi della guerra hanno ridotto in miseria: per combattere la fame, Vincenzo passa gran parte della giornata a letto e solo a sera consuma un pezzo di pane bagnato nell’olio  e colorato di succo di pomodoro. L’arrivo degli alleati gli impedisce di esercitare la sua seconda professione, che  gli è stata suggerita da un’ossessione tipicamente napoletana, “curare le apparenze durante i funerali”.

Lattarulo, durante i funerali, interpreta, a pagamento, il ruolo dello “zio di Roma”. Nulla dà prestigio al morto e alla sua famiglia quanto  l’invidiosa meraviglia degli amici e dei vicini. “ Marò, questi tengono uno zio che abita a Roma”: una meraviglia che si impenna vertiginosamente quando davanti al basso, nel vicolo, arriva un’Alfa Romeo “con la targa di Roma e una placca SPQR”, e dall’ Alfa scende Lattarulo “nel suo abito da mattino, di buon taglio, con il nastrino di Commendatore del Regno sul risvolto della giacca, e porgendo condoglianze asciutte e dignitose attenua la teatralità del lutto napoletano”. Lattarulo non è uno “zio di Roma” approssimativo, “a cumme vene”: egli è un interprete magistrale, attento ai dettagli: ha espressione e camminatura da nobile, riesce a imprimere alle sue parole un accento romano, e, soprattutto è sobrio e distaccato nel salutare e nello stringere le mani, mentre “i napoletani nei loro saluti sono cerimoniosi e stucchevoli”. Se qualcuno dei presenti alla veglia, osservando lo “zio”, si ricorda d’averlo già visto per le strade di Napoli, come “zio” di altri defunti o anche come avvocato, questa scoperta “se la tiene per sé”:  tutti devono campare, soprattutto in giorni come quelli.

Di qua la cronaca vera di Lattarulo che fa “lo zio di Roma”, di là la scena di “Napoli milionaria” in cui Totò interpreta la parte del morto: la verità della cronaca rende vero il teatro, che, a sua volta, in uno scambio di suggestioni, rende teatrale la cronaca. E tutt’intorno c’è la cornice di una città devastata sia da alleati diventati nemici che dai nemici diventati alleati.

Tutto questo accadde solo a Napoli, perché solo a Napoli poteva accadere: Lewis lo capì e lo raccontò.