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“ Vivere oltre l’istante” è  una rubrica che vuole raccontare la resistenza  all’alluvione delle chiacchiere e delle false notizie e alla cultura dell’apparire che stanno scompaginando il sistema sociale e ci tolgono “il passato e il futuro”. Le riflessioni di Sennet e di Bauman. Le tre virologhe che hanno isolato il “coronavirus”, invitate a Sanremo, ringraziano, ma declinano l’invito, perché la guerra contro il virus è nella fase decisiva.

 

Il mondo andrebbe meglio, se il “pieno” delle parole si pagasse, come si paga quello della benzina. Sul nostro giorno si abbattono alluvioni di parole, uragani di chiacchiere: servirebbe una crociata per il silenzio. Del resto, è probabile che le parole stesse si ribellino, stanche di essere violentate, maltrattate, private della loro identità. L’accusa più dura ai “social” non è quella di Umberto Eco: l’ha fatta Richard Sennet quando ha detto che ci hanno tolto il passato e il futuro e che ci costringono a “vivere all’istante”: e Bauman gli ha dato ragione, e ha condiviso il suo acido attacco alla capacità mefistofelica di Bill Gates di “incentrarsi sulla manipolazione dell’effimero, di disfarsi delle cose per far spazio ad altre cose parimenti transitorie e parimenti intese a un consumo immediato.”. Gli spazi delle falsità si sovrappongono a quelli del vero, in un concerto di assurdità che risultano di giorno in giorno più sconvolgenti: la cosa, in fondo, ci conforta, perché è fatale che l’impalcatura di questo fantastico Mondo della Menzogna crolli, un giorno, su sé stessa. Un giorno, certamente: ma l’attesa è un esercizio poco piacevole. Di ridere, non viene più la voglia. Sulla “pagina” di Fb che scorre rapidamente sotto i miei occhi alle condoglianze per il parente di un “amico” seguono la faccia di Trump e un titolo sulle sue dichiarazioni di ieri: ma subito “sale” la notizia che il signor Lapo Elkann vuole offrire una “bistecca alla fiorentina” al presidente dei Viola, e poi la sfilza dei post, delle foto e delle condivisioni sul “coronavirus”, sul razzismo della quarantena, sulla lezione di civiltà data dal Presidente Mattarella che ha fatto visita a una scuola frequentata da molti alunni cinesi, sulle “ultime” di Feltri, di Zingaretti, di Renzi, sul “vaudeville” della prescrizione, in cui qualche politico dice oggi esattamente il contrario di ciò che diceva ieri; e il Festival di Sanremo, i pro, i contro, i cachet, gli abiti, Rula Jebreal, Achille Lauro,  Fiorello che si veste da don Matteo e afferma, audacemente, che il parroco investigatore interpretato da Terence Hill è il solo Matteo che funzioni, in Italia (mi permetto di far notare che Fiorello ha dimenticato un altro Matteo che funziona, Matteo Messina Denaro).

.Nella “selva” di chiacchiere una notizia, salda e forte come tronco di quercia. Le tre virologhe che hanno isolato il “coronavirus”, Concetta Castilletti, Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita sono state invitate al Festival di Sanremo, ma hanno detto di no. Chi si aspettava che dietro il “no” ci fossero ragioni “moralistiche” – noi siamo scienziate, non siamo donne da spettacolo; non si fa spettacolo su una mortale epidemia; vi ricordate di noi solo quando vi conviene, e così via – è rimasto deluso. Le signore hanno ringraziato per l’invito, ma hanno spiegato che non potevano recarsi a Sanremo perché era da sconsiderati allontanarsi dal laboratorio proprio in un momento decisivo della battaglia contro il male: e poi “con i riflettori già abbiamo esagerato”. Concetta Castilletti non nasconde di essere stata anche sconfitta dai “virus”: l’agente infettivo responsabile dell’ultima pandemia influenzale “non si è lasciato trovare, eppure lo avevano già isolato in tutto il mondo”. E la virologa ringrazia il marito, che, quando i figli erano piccoli, si alzava di notte, per riaddormentarli, “anche lui ha cambiato i pannolini”. Ringrazia anche Maria Rosaria Capobianchi, che è “tuttora la mia guida allo “Spallanzani”. E’ un vulcano di idee, ci trasmette passione, ogni domanda trova risposta”. La Castilletti è di Ragusa, la Capobianchi è di Procida, la Colavita è una trentenne di Campobasso. Il contratto che lega Francesca Colavita allo “Spallanzani” è a tempo determinato, e scade nel prossimo novembre: “durante l’epidemia di Ebola è andata più volte in Liberia e in Sierra Leone, dove ha partecipato a progetti di sicurezza fino al termine dell’emergenza.” (CdS, 4 febbraio).

Ragusa, Procida, Campobasso: le virologhe sono tutte e tre del Sud: e questo ha consentito a  Feltri di fare una battuta “buona” sulle capacità dei “terroni”. Le tre signore ci permettono di dire che c’è un’altra Italia, e c’è un altro Sud, diverso da quello dei 24 narcotrafficanti di Posillipo che “hanno il reddito di cittadinanza” ( CdS, 5 febbraio).