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 “Vesvinum vinum”: la preziosa cultura del vino che il vulcano ha donato,  dall’antichità, ai Vesuviani

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 L’”economia” del vino a Pompei e nel territorio tra Pompei e Nola.  Il “Trimalchione” di Petronio,  “figura” di un importante sistema socio-economico. I caratteri del vino vesuviano, e i giudizi severi di Tiberio e di Caligola sul vino di Sorrento. L’economia del vino ispira anche l’arte, come dimostra il celebre “vaso blu” in vetro- cammeo, la cui immagine correda l’articolo.

 

Ha scritto uno storico vesuviano, che ha dedicato tre libri ai vini del Vesuvio: “Le pietre e i colori delle case di Pompei celebrano i fasti di Bacco. La tensione dionisiaca si propaga per le pareti della villa dei Misteri dal moto delle Menadi e percorre le edicole in cui il dio tiene a guinzaglio una pantera, e il triclinio dei Vettii, ove lo trasporta un tiro di caproni e lo incanta, col doppio flauto, Pan itifallico. Nel silenzio di oggi l’orecchio attento percepisce l’eco dei timpani delle Baccanti nella casa dei Dioscuri, e in quella di Paquio Proculo i remoti clamori dei Satiri e del vecchio Sileno intorno all’asino stramazzato, e la voce marina delle ninfe che offrono uva dagli affreschi della casa del Menandro, dove, tra recipienti pieni di miele e di aceto alessandrino, furono trovate anfore di vini sorrentini di annate diverse.  Sulle pareti di Pompei si dispiega la mutevole natura del dio: qui punisce crudelmente Penteo, lì asciuga dolcemente le lacrime di Arianna abbandonata o amoreggia con Venere tra Eroti che cavalcano pantere e vendemmiano e travasano vino.”.

Scrive Petronio nel “Satiricon” che Trimalchione, personaggio “vesuviano”, edificò sul vino la sua immensa fortuna: ” costruii cinque navi, le caricai di vino, era oro in quei tempi, le spedii a Roma. Tutte le navi naufragarono: nemmeno l’avessi fatto apposta. Credete che mi sia arreso ? Feci costruire altre navi, più grandi e più solide… le caricai un’altra volta di vino, di lardo, di fave e di schiavi.. con un viaggio guadagnai tondi tondi 10 milioni di sesterzi “. Scriveva Ada Negri, durante i terribili giorni dell’eruzione del 1906, che i contadini vesuviani avevano ricavato dalla secolare guerra contro il vulcano coraggio e tenacia, e l’idea, cara ai loro antenati greci, che la storia è circolare, crea i problemi, ma poi li risolve. Le grandi famiglie pompeiane, gli Olconii, i Vettii, avevano vigne e masserie tutt’intorno al Vesuvio, a Terzigno, a Boscoreale, a Ottajano, a Somma, ove oggi, finalmente, le scoperte preziose di scavi recenti, gli studi, i nuovi musei incominciano a rivelare la storia ordinata di comunità che tra Pompei e Nola avevano costruito un complesso e originale sistema economico, sociale, culturale. .E’ stata finalmente superata la “stagione” archeologica segnata dal nome illustre di Amedeo Maiuri, che forse “vedeva” solo Pompei..

Il vino di Pompei prendeva nome dai luoghi, Vesvinum, Pompianum, e dai proprietari delle vigne: Lucretianum, Curtianum, Faustianum, Marianum, Propertianum, Fabianum, Tironianum. Le anfore di Lucio Eumachio arrivarono a Cartagine e ad Alesia, e in tutta la Gallia sono stati trovati i sigilli dei Clodii e  di M. Porcio, che con generosi contributi alle feste e agli spettacoli sperava di far dimenticare ai Pompeiani che le sue ricchezza erano il bottino dei tempi feroci delle proscrizioni di Silla. Gaio e Mamerco Lassio  producevano vino anche a Nola e a Sorrento. Plinio scrive che  i  ” veteres “, le antiche generazioni, avevano prediletto i vini di Sorrento, che erano leggeri, non annebbiavano il cervello e frenavano i flussi dello stomaco e dell’intestino. I nipoti, invece, preferivano il Falerno e l’Albano, anche perché contro i vini di Sorrento si erano accaniti due imperatori, Tiberio e Caligola: Tiberio, incontentabile, aveva sentenziato che solo una congiura dei medici aveva fatto passare per nobilissimo un vino che era solo un buon aceto, mentre Caligola andava dicendo che il Sorrentino era un vino ” scemo “. I vini di Pompei, non  tutti robusti, erano alquanto infidi: talvolta provocavano lunghe e forti emicranie. Anche nelle vigne vesuviane agli ” operai ” si dava l’ ” acquata “, il ” vinum faecatum ” di Catone, la ” deuteria ” dei Greci, prodotta spremendo le vinacce fino all’ultimo succo e macerandole nell’acqua.

Sulle pendici del Vesuvio si aprivano i lunghi filari delle viti aminee, in 5 varietà, secondo Plinio, o in 6, secondo Columella. La più preziosa era “ la germana minor”, dagli acini piccoli, che resisteva ai venti e traeva dalle lave antichissime il caldo vigore. Robusto era il vino della “vennuncola”, chiamata “sorcola” nel resto della Campania, e vini di buona qualità davano la vite rebellica, la caulina, la trebulana (la trebbiana ), l’olconia, adatta solo ai terreni campani, la murgentina, che veniva dalla Sicilia ma aveva attecchito agevolmente nelle vigne di Pompei. Una casa pompeiana fu battezzata “ Casa della Nave Europa”, perché vi fu trovato il “graffito” di una nave chiamata “Europa” in omaggio alla principessa rapita dal toro bianco in cui Zeus si era trasformato..  E’ probabile che il proprietario della casa fosse un ricco mercante, abituato, come Trimalchione, a sfidare, per la sua attività, anche il mare.

Nel suo orto egli coltivava cavoli e le rare e preziose cipolle, e nelle stalle allevava animali, di cui sono state ritrovate le ossa. Però tra le vigne aveva piantato fave: una scelta  che Plinio e i competenti del vino avrebbero giudicato un errore grossolano, una “bestemmia”.