Uno dei “segreti” dello chef Biagio? Chiudere il pranzo con un caffè “filosofico”

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Nell’ Odissea Elena placa Telemaco, il figlio di Ulisse, offrendogli il nepente, una bevanda che la regina ha conosciuto in Egitto. Qualche studioso ritiene che il nepente omerico possa essere il caffè. Lo chef Biagio riesce a fare un caffè che rende “ragionevole” e rasserena chi lo beve : lo chef può essere giudicato, in base ai parametri fissati da Eduardo, da Michele Prisco e da Domenico Rea, un “artista” del caffè. Il caffè degli “artisti” del “BlandCafé” di Somma Vesuviana illumina e accende energie.  Apre l’articolo l’immagine del quadro “ Donna che prende un caffè” di Edward Hopper..

 

A metà del Settecento le “botteghe del caffè” presero il posto della taverna, come luogo d’incontro e di discussione. Il vino “distraeva” e annebbiava le menti, mentre i fratelli Verri sentenziarono che chi beve caffè, fosse anche “l’uomo più plumbeo della terra” – a Napoli diremmo “’no chiummo”- “ è costretto a risvegliarsi, e almeno per mezzora diventa “uomo ragionevole”. Il caffè “rallegra l’animo, risveglia la mente, infonde nel sangue un sale volatile che ne accelera il moto e in certa guisa lo ravviva”. E la rivista dei Verri si chiamò “Il caffè”. Eleonora Pimentel Fonseca prima di salire sul patibolo chiese un caffè, e fu il suo ultimo desiderio. Roberto Gervaso ricorda che Talleyrand amava il caffè quanto la politica e le donne, purché “fosse nero come il diavolo, caldo come l’inferno, puro come un angelo, dolce come l’amore. Piacere condiviso dall’amico – nemico Napoleone, che Talleyrand servì con lo stesso zelo con cui lo ingannò. Cosa sarebbe stato del condottiero se, invece di caffè, avesse fatto uso di latte o di cioccolata?. Quel che sappiamo è che i chicchi di Arabia contribuirono a infondergli quel vigore, quel coraggio, quell’entusiasmo che in pochi anni lo resero padrone del Vecchio Continente”.  Non ci furono,in Italia e in Europa, movimento politico e “corrente” culturale la cui storia non fosse legata a una “bottega del caffè”: si pensi quanto sia stato importante il Caffè Michelangiolo per i “macchiaioli” impegnati nelle loro discussioni di arte e di politica. Anche gli intellettuali e gli artisti napoletani si incontravano nei “caffè”, ma i poeti preferirono continuare a cantare “la taverna”: solo il genio di Eduardo restituì al caffè, con il famoso monologo sul balcone, il ruolo prestigioso che la “tazzina” napoletana meritava ( vedi immagine in appendice). Michele Prisco volle ricordare l’odore “sprigionato” dai chicchi di caffè, quando “almeno due volte alla settimana si tostava in cucina” nell’ “abbrustolaturo” che non era facile da usare, perché era necessario “saper graduare i tempi della tostatura, sia impugnando l’utensile con il manico e facendolo girare con pazienza, adagio, come suonando una specie di ghironda, sia sollevandolo ogni tanto dal fuoco e imprimendogli per qualche istante piccoli energici colpi spingendolo avanti e più indietro, avvicinandolo o allontanandolo dalla fiamma perché i chicchi, dentro, compissero una completa rotazione.”

Matilde Serao apriva la giornata con un “doppio caffè” che la aiutava  a superare dubbi e incertezze e a trovare l’energia necessaria per scrivere i due articoli che scriveva ogni giorno. Allo stesso modo, la donna del quadro di Hopper sembra che chieda al caffè la forza per resistere agli “schiaffi” della vita quotidiana e alla malinconia della solitudine. Il marito della Serao, Eduardo Scarfoglio, “aveva finito per prendere la forma fisica del caffè. Aveva la così detta “bocca a caffè”, le labbra schifate del prossimo; gli occhi di una intelligenza spogliatrice; una maniera di star seduto come se fosse sempre sul punto di scivolare”. Così scriveva Domenico Rea, che ci offre una sua riflessione preziosa: “Un uomo che non ha bevuto la sua brava tazza di caffè al mattino è privo di linfa vitale: di qualcosa di essenziale. E’ un uomo inerme. Non potrebbe competere con una persona che ha bevuto il caffè. Sorbito il caffè, spunta subito un altro atteggiamento verso le difficoltà della vita. Finalmente essa sembra possibile, aggirabile, conquistabile. Un uomo diventa attivo e fattivo”. E’ di fondamentale importanza trovare un “artista” del caffè che sappia “sentire” le voci e gli odori della nera bevanda: lo chef Biagio ha anche questa virtù. E la deve avere anche il barista, se abbiamo l’abitudine di prendere il primo caffè al bar. Il nostro barista, dice Roberto Gervaso, “è, al tempo stesso, un amico, un confidente e un sacerdote: un amico perché ha a cuore il nostro benessere; un confidente, perché è partecipe dei nostri segreti; un sacerdote perché il rito che celebra è fra i più sacri.”. Da tempo abbiamo preso, un mio amico ed io, la bella abitudine di prendere il primo caffè del giorno a Somma Vesuviana, al “BlandCafè”: gli “artisti” al banco fanno un caffè che ci rende sereni e “ragionevoli” e, di questi tempi, non è poca cosa. Tra essi c’è Oana che quando prepara il caffè si astrae per un lungo attimo dalle “voci” del banco e “sente” solo il liquido nero che aspetta il momento in cui incomincerà  a fluire nella tazzina “sapendo” di essere controllato e giudicato dallo sguardo di lei, che è vero sguardo d’artista. Ma altri bar di Somma e di Ottaviano fanno un caffè “prezioso” e “sussurrante”: ne parleremo con calma.