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I racconti della Pozzolini Siciliani e di Giuseppe Porcaro. I “piatti” più famosi della trattoria, e le liste dei clienti stilate tra il 1858 e il 1859 dai poliziotti ”travestiti” dei Borbone, alla caccia di liberali e di nemici della monarchia. I pranzi in onore di Carducci e di Zola. Carlo del Balzo fa l’elogio della trattoria.

 

A Posillipo, lungo la strada del Paradisiello, c’era la trattoria “Lo Scoglio di Frisio”, gestita dalla famiglia Musella, i “Pacchianiello”. In un libro pubblicato nel 1880 Cesira Pozzolini Siciliani racconta che la trattoria era famosa per “la genovese d’annecchia”, “i maccheroni con le vongole”, il fritto di triglie e calamari “ e quelle sogliole color d’oro che escono dal mare e saltano in padella.”. Secondo Giuseppe Porcaro, la lista era completata da “bottiglie di Posillipo e di Vesuvio, di Capri rosso e bianco, di asprinio e di lacrima Christi, musica in parte patetica e in parte ridicola, allegria, buon umore…e il conto di monsù Pacchianiello sempre salato. Ma chi bada al conto? Chi bada a monsù Pacchianiello?”. Nella trattoria si esibiva uno dei più famosi posteggiatori napoletani, “’o zingariello”: il soprannome gli veniva dal colore della pelle. Negli ultimi anni dei Borbone lo “ Scoglio di Frisio” acquistò la fama di essere luogo d’incontro di “settari” e di liberali che tramavano contro la monarchia. E quindi venne senza sosta controllata da poliziotti “travestiti” che “studiavano persino i gesti, le occhiate, il modo di vestire dei sospetti”, e quando “le parole dei commensali si facevano palesemente sediziose e antimonarchiche”, procedevano agli arresti. Tra il 1858 e il 1859 questi poliziotti “travestiti” comunicavano ai loro capi gli elenchi delle persone che frequentavano “lo Scoglio”: sono notizie preziose, come dimostrano quelle pubblicate da Porcaro, dalle quali apprendiamo che erano clienti abituali della trattoria il console di Danimarca, inglesi, francesi, olandesi, tedeschi, i parroci di Posillipo e di Mergellina, imprenditori, funzionari dei ministeri, “galantuomini” di Napoli e della provincia. Il 6 novembre del 1859 ci fu una “tavolata” di 110 persone, 40 donne, 40 uomini, 25 ragazzi, tutti operai, tutti “ospiti dei loro padroni, i fratelli Labalme“ che possedevano una “ferriera” alle rampe Brancaccio. Questa “tavolata” “era solita farsi ogni anno”.Il 14 novembre 1859 mangiarono allo “Scoglio” “don Michele”, usciere del Tribunale Civile e una “tavola” di “noti personaggi” del quartiere Porto, i “cui nomi verranno comunicati a parte, anche se niente è da dire sui loro comportamenti.”. Si trattava probabilmente di guappi e camorristi. Il  27 novembre del 1859 due poliziotti travestiti  da “cantinieri” registrarono la presenza di una “compagnia di dieci persone, tra le quali c’erano i fratelli Giuseppe e Luigi Marino, figli del Cassiere del Banco della Prima Cassa di Corte”. E’ giusto ricordare che, quando Garibaldi entrò in Napoli, Luigi Marino era già un garibaldino ardente. Nel 1891 allo “Scoglio di Frisio” gli intellettuali napoletani offrirono un banchetto a Giosuè Carducci e alla sua nuova fiamma Annie Vivanti, e Ferdinando Russo con la sua canzone “Scetate, bella mia”, cantata in onore della Vivanti da maliziosi posteggiatori, stava per scatenare un dramma della gelosia. Allo “Scoglio di Frisio” nel marzo del 1892 il libraio – editore napoletano Luigi Pierro festeggiò con gli amici la croce di cavaliere della Corona d’Italia che il re gli aveva concesso, e nel 1894 gli scrittori napoletani salutarono ‘Emile Zola. Raccontano che Gabriele D’Annunzio abbia scritto sul registro degli ospiti illustri della trattoria: “Al par di Saffo mi inabisserò sullo Scoglio di Frisio lanciandomi dall’alto di una fumante caldaia di vermicelli alle vongole”. L’immagine pare autenticamente dannunziana. Ma ha ragione il Porcaro quando scrive che le parole più belle a questa trattoria, posta in un angolo magico del golfo, le dedicò nel 1885 il “saporitissimo” Carlo Del Balzo, scrivendo che “lo Scoglio di Frisio” era il luogo dell’amore e che un gentiluomo, solo se avesse “mangiato le ostriche innaffiate di Capri” in compagnia di una donna raffinata, avrebbe potuto cogliere la meravigliosa bellezza di un paesaggio in cui erano incastonati Capri, Sorrento, il Vesuvio, le luci di Napoli e “il mare cantava la sua vecchia canzone alle alghe nascoste tra gli scogli”.