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Una fila interminabile davanti a una clinica in cui “si fanno tamponi”, un violento alterco tra signore per questioni di precedenza. Il doppio insulto “ ceuza lumera”, e la discussione sull’etimologia delle due parole, che oggi non usa più nessuno, o quasi. E alle radici di queste due parole ci sono la lingua greca, la storia “minuta” dei quartieri di Napoli, il genio dei Napoletani nel giocare con le metafore.

 

In un luogo della Campania Felix, davanti auna clinica in cui si fanno tamponi- si dice così ?- la fila delle auto è lunga, e immobile. Ed è da sola, a osservarla bene, la misura precisa di come la pandemia demolisca le tradizionali percezioni del tempo, dello spazio, del vivere in comunità, del rispetto non dico dei diritti degli altri, ma almeno dei cartelli stradali e dei doveri elementari di chi guida un’auto. Fateci caso: la “freccia” la usano in pochi, ormai: è quasi tutto è affidato alle doti divinatorie di chi sta dietro: che farà questo, girerà a destra o a sinistra, o si fermerà un attimo per spegnere il telefonino? Poi va a finire che ti blocca il duello tra due automobili che si contendono lo stesso posto nella fila dell’attesa. Le duellanti sono una minuta signora dal vistoso toupè  e due mature megere dalla voce acuta e urtante. La signora del toupè non sa gridare, cerca di spiegare le sue ragioni con un tono, sì, concitato, ma rispettoso dei procedimenti della logica: e alla fine deve arrendersi all’aggressivo strepitare delle due rugose. E la più magra delle due – la più astiosa- rientrando in auto lancia alla sconfitta l’ultimo insulto, un doppio insulto: ‘sta ceuza lumera.E’ come se il tempo tornasse d’un tratto, e vorticosamente, all’indietro, ai giorni di un assai remoto passato in cui i cortili e le strade delle terre vesuviane erano percorsi da flussi di parole della lingua napoletana, da modi, da gesti, da pause: e quei luoghi ora mi tornano alla mente come i “luoghi” descritti da Viviani. Anche il mio amico vedo che pensa ai due insulti, e incomincia a interrogarsi: e così, al tavolo del caffè in cui siamo venuti per discutere della poetessa Louise Gluck, fresco premio Nobel, si affronta un argomento diverso, e il mio amico rinvia volentieri ad altra data il tentativo di convincermi che la Gluck è una grande poetessa, mentre io penso che sia soprattutto una Maestra nell’ uso delle tecniche della retorica.. Il mio amico sa che in lingua napoletana la “lumera” è una flatulenza silenziosa, che però viene subito “tradita” dall’ effluvio del cattivo odore: ma qual è l’origine della parola? Quasi tutti gli studiosi si sono fatti ingannare dal “lume”, e si sono arrampicati sugli specchi per trovare un nesso tra la maleodorante flatulenza e la luce. Qualcuno si è spinto a immaginare che alla base di tutto ci sia la “lumera”, quel rigo di polvere da sparo a cui si dà fuoco per innescare la girandola dei fuochi artificiali: ed è polvere da sparo che può sprigionare cattivi odori. Ma la storia è molto più semplice: “lumera” deriva dalla parola greca “lyma” – la radice del verbo “lymainomai” – che significa già in Omero “lordura, sozzura”. Leggo nel “Dizionario napoletano” di Sergio Zazzera che la “lumera” è “ la prostituta che staziona accanto a un fanale”: ma l’insulto si riferisce non alle pratiche dell’eros, bensì solo al cattivo odore reale e metaforico con cui la donna segna la sua presenza.

Sul significato di “ceuza” l’analisi di Francesco D’Ascoli è completa. Le “ceuze” sono le more del gelso, e per i giochi della somiglianza, sono anche le “emorroidi”. Una persona che “tene ‘e ceuze” soffre di pruriti di ogni tipo, è irrequieta, non resiste a certi stimoli: il tono dell’espressione è tuttavia leggero, non è offensivo. Ma dire a una donna “sei una ceuza” significa insultarla con violenza. A  Napoli tutta la zona de “vico lungo Gelso” ai “Quartieri” era piantata a gelsi, le cui foglie alimentavano i bachi da seta: e il numero delle piante crebbe notevolmente quando i frati della Certosa di San Martino vendettero il luogo al  duca di Cariati, che aveva investito molto danaro nella produzione della seta. Il Celano e Gino Doria raccontano che in questi boschi i Napoletani incominciarono a praticare “laidezze” di ogni genere, e che già nella prima metà del ‘600 i viceré spagnoli cercarono di frenare l’esercizio del “meretricio”: alla diffusione di questo esercizio contribuivano, in verità, le guarnigioni di soldati spagnoli insediate nella zona.Nella seconda ecloga delle “Muse Napolitane” di G.B. Basile, Giangrazio dice a Antoniello “Io vengo da le “Ceuze” / da pigliareme spasso”, sono stato a spassarmela al “vico Gelso”. E il protagonista della novella “Lo Mercante”, accingendosi a lasciare Napoli, si chiede dove troverà un altro quartiere “Ceuze”, dove “i bachi da seta dell’amore preparano senza sosta bozzoli pieni di piaceri”. La donna “ceuza” è una prostituta di basso rango, da soldataglia.

Non c’è parola napoletana che non porti dentro di sé i segni della Storia, di ogni livello della Storia.