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Il “pazzariello” faceva pubblicità a botteghe e a “cantine” nei quartieri “plebei” di Napoli, vestito come un generale borbonico, accompagnato da un “concertino” e declamando proclami in cui l’esagerazione della propaganda era sempre attenuata e complicata dall’ ironia  e da allusioni scherzose. Le note d G. Artieri e di F. D’Ascoli. “’O pazzariello” di R. Viviani annuncia l’apertura di una macelleria e della “cantina” di zia Stella.

 

In un “pezzo” pubblicato nel 1955, e dedicato ai “Pazzi di Napoli”, Giovanni Artieri scrisse la storia mirabile di due “pazzi” di genio, Vincenzo Gemito e Antonio Mancini e citò due “pazzi da strada”, “Pimpinella” e “Baccalà”, che giravano senza sosta per i quartieri della plebe, che il “risanamento” poi demolì, e comunicavano le “ultime notizie”, “liberando il bilancio dei poveri della notevole spesa di un soldo per l’acquisto del giornale”. Questi “filosofi da marciapiede”, questi “Socrati senza Platone”, finirono a Capodichino, nel Manicomio provinciale, che i Napoletani chiamano Pazzeria, “deposito dei pazzi”. Ma il capitolo si apre con il nostalgico ricordo di una “maschera”, “’o pazzariello”, che, scrive l’Artieri, è scomparso da tutti i quartieri della città, anche “dai dedali” della Napoli “egizia, greca, fenicia, bizantina: Forcella, San Gregorio Armeno, via Nilo, l’Anticaglia, Sant’ Agostino alla Zecca”. “’O pazzariello”, bardato con la divisa eccessiva di un ufficiale borbonico – feluca, spadino e svolazzi di carta colorata-, ma con la fascia tricolore, e armato con il nero bastone del comando, che Artieri paragona a un “tirso bacchico,  girava per i quartieri popolari annunciando l’apertura di una nuova “cantina” con filastrocche declamate a voce straripante, “ Uommene e femmene, gruosse e piccerille, nobele e snobele, ricche e puverielle, int’’o vico… s’è aperta una cantina nova, attaccata a ‘o pustiere, de rimpetto a ‘o pizzaiuolo, addò se venne ‘o vino ‘e Gragnano, e ‘o russo d’’o Vesuvio a duie grana ‘a caraffa”.. attenzione, battaglione, è asciuto pazzo ‘o padrone.”. “’O pazzariello” annunciava, ricorda Francesco D’Ascoli, anche l’arrivo del vino nuovo, e il ribasso del prezzo della pasta praticato da qualche bottega, “è una pasta di sostanza, che vi riempie gli intestini e la panza”. Lo accompagnava, in questi giri pubblicitari, “’o cuncertino”, un gruppo di suonatori che da pifferi tamburi triccheballacche putipù e scetavajasse traevano inni chiassosi. Abbiamo davanti agli occhi “’ o pazzariello” che Totò interpretò nell’ “Oro di Napoli”.

Notava Artieri che tutti i cantori della Napoli popolare, la Serao, Di Giacomo, Ferdinando Russo, Bovio, Galdieri, Nicolardi, hanno trascurato questo personaggio, questa “maschera”: tutti, eccetto Raffaele Viviani. Il suo “pazzariello”, protagonista di una splendida poesia del 1908, annuncia al popolo l’apertura di una nuova macelleria, “’a chianca nova”, all’inizio di via Cavone di piazza Dante. E subito sferra un colpo ai bottegai: dice infatti che al padrone i conti non tornano, perché sua moglie, “’a maesta”, donna Vincenza, non fa imbrogli sul peso, “mette ‘o gghiusto ‘int’ ‘a valanza”: “ si ‘a vedite, benedico / tene ‘a faccia d’abbundanza”. Da vera “maschera” carnevalesca, “’o pazzariello” di Viviani dice amare verità e fa allusiva ironia sulle altre “virtù della “maesta”, che “s’aggarba ‘e cliente a uno a uno”, che soddisfa le richieste di ogni suo cliente, e a tutti permette di toccare con mano la carne, che “nun è carne americana”, ma è “robba paisana / staggiunata, fresca e sana”. “’O pazzariello” di Viviani annuncia poi al popolo che nel “vico ‘e femmenelle”  zia Stella – “zia” è un titolo di riverenza- ha aperto una nuova cantina, “cu ‘na bella frasca ‘a fore”. Ma la tradizione e le ragioni del mercato dicono che, per attirare clienti, non basta che il vino sia buono: è necessario, prima di tutto, che l’ostessa sia una donna piacente e cordiale: e zia Stella è veramente “bella”, e basta guardarla per sentirsi già ubriaco, anche perché la sua veste mette a nudo una parte del corpo, un po’ di carne, “’o ppoco d’’a ciacella”, e ai suoi clienti viene l’acquolina in bocca, “ognuno fa sputazzella”. Chi sa come zia Stella è riuscita a trovare il riccone, “ ‘o capitalista”, che le ha allestito “il locale” sfondando sette “bassi”, uno nell’altro, “uno int’’a n’ato”. E poi c’è il vino buono: solo sette soldi per un vino di Marano, un vino purissimo. Da zia Stella i clienti non troveranno mai “o vino ‘mmisturato / ‘a birra svapurata / e ‘a gassosa sfiatata”.

Avevano ragione Melville, Benjamin e Domenico Rea: Napoli è tutta un eterno teatro.