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Il misterioso francese che nel 1761 l’abate di Saint- Non incontra nei panni di eremita del Vesuvio e di cui ha lasciato un terribile ritratto. E’ poi la volta di un parrucchiere londinese, che diventa famoso per le sue frittate. L’incidente capitato alla Vigée- Lebrun. La visita di Emanuele Bidera e la “scoperta” dei volumi con le firme dei visitatori celebri. L’articolo è corredato dall’immagine di un quadro di Pietro Fabris (17840- 1792), un pittore che conosceva bene il Vesuvio e che fu ospitato dai Medici nel Palazzo di Ottajano.

Nel suo libro “Il Vesuvio dei Borbone” C. Cimmino scrive che “l’eremita della collina del SS. Salvatore fu una nota di colore nella letteratura del Vesuvio.” “Coniugando il sacro” della religione rivelata e del culto della Natura con il “profano” dei facili guadagni e delle “tavolate”, questi eremiti ispirarono giudizi contrastanti. Tra il 1760 e il1762 visitò Napoli l’abate di Saint- Non, in compagnia del pittore Fragonard. L’eremita che egli incontrò sul Vesuvio era francese, si chiamava Claude, forse Claude Veléne e veniva probabilmente da Amiens. Il ritratto che ne fa l’abate è a tutto nero: questo “gran parlatore si era fatto passare per l’ Uomo dei Miracoli e per i suoi intrighi aveva acquistato in un primo momento una grande reputazione che gli era valsa perfino la presentazione a Corte; ma poiché la sua condotta non corrispondeva esattamente all’immagine di santità che avrebbe voluto dare, era stato obbligato a rinunciare a prediche e a miracoli per attenersi alla sua condizione di mendico, nella quale esibiva una grande disinvoltura.”. E tuttavia il fatto che viveva da solo sulla collina del SS. Salvatore gli garantiva il rispetto degli abitanti dei villaggi vicini: inoltre, egli giurava solennemente che le elemosine incassate non le teneva per sé, ma le distribuiva tra i poveri di quelle terre, e così si sentiva autorizzato “ad estorcere spesso con la improntitudine cose che non avrebbe ottenuto in altro modo.”.

Claude morì nel 1773, e il suo posto fu preso da un altro “attore” in cui nella sua ascesa al Vesuvio del 1786 la scrittrice Hester Lynch Salusbury Piozzi riconobbe un parrucchiere londinese. Il quale divenne famoso per le sue frittate: ma nel 1787 Emma Hamilton non poté gustarle, perché la cucina dell’eremo era stata distrutta dalle fiamme del Vesuvio. Tre anni dopo la grande pittrice Elisabeth Vigée Lebrun si sedette a tavola, ma fuggì via subito, poiché l’eremita le comunicò che dietro la tenda giaceva il “compagno d’eremitaggio deceduto durante la notte”.Il mito dell’eremita e i misteri, veri o presunti, del Vesuvio vennero dissolti dai progressi della scienza e dall’attività dell’Osservatorio Vesuviano. Il 18 ottobre 1844 salirono all’eremo Emanuele Bidera e gli attori del Fiorentini che due sere prima, a San Giorgio, nella villa di Giuseppe IV principe di Ottajano, avevano fatto festa a Carlotta Marchionni, “ex prima attrice del Real Teatro di Torino”. La comitiva si era affidata alle guide di Resina, una delle quali “ di grottesca figura e di parlare faceto e franco si chiamò col titolo di Cicerone del Real Vesuvio.”. Racconta Bidera che l’eremo era tenuto da eremiti e da militari, da cui i visitatori comprarono pane, formaggio e lagrima di Somma. Fu l’eremita a mostrare a Bidera e ai suoi amici gli otto volumi dell’album dei visitatori illustri. E quelli lessero con attenzione, foglio per foglio, “come chi legge un terno vinto al lotto” e trovarono firme celebri: Goethe, Monti, Byron, Dumas, Kotzebue, la Malibran.  Quando trovarono la firma di Vittorio Alfieri, “l’Eschilo italiano”, a Bidera e agli altri parve che quell’umile stanza si trasformasse all’improvviso in un “Panteon popolato dall’ombra di quei geni”. Bidera scrisse il suo “nome oscuro” sotto la firma di Lamartine,  e quando il “Cicerone del Vesuvio” annunziò che bisognava proseguire il viaggio, i commossi visitatori brindarono a quei Grandi con un ultimo bicchiere di lagrima.