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La presenza dell’Ordine francescano nell’antico casale di Sant’Anastasia è databile intorno alla metà del secolo XV e va individuata in quel caratteristico movimento della Regolare Osservanza, la cui rapida diffusione avvenne tra il 1368 con Paoluccio dei Trinci fino al 29 maggio del 1517 con la divisione ufficiale dell’Ordine sancita dalla Bolla Ite Vos in vineam meam di Leone X.

 

Il compianto Padre francescano anastasiano Cristoforo Bove (1948 – 2010) asserì che quella delle Osservanze fu una tendenza che esortava il ritorno a uno stretto rispetto della Regola, soprattutto in merito alla povertà. Fu un nuovo orientamento che, nell’espressione migliore, doveva ritenersi sintomo di tensione spirituale e ricerca di una maggiore fedeltà agli ideali dei Fondatori. Certo che non è ancora ben noto come e quando si insinuò l’Osservanza nella Provincia di Terra di Lavoro (certamente agli inizi organizzata in vicaria). Solo grazie agli studi dello storico della Provincia Napoletana p. Gioacchino d’Andrea, siamo in grado di ricostruire almeno una parte degli avvenimenti più significativi, come spiega Fulvia Serpico. Comunque resta il fatto che la Provincia Osservante di Terra di Lavoro si costituì propriamente e ufficialmente solo dopo il 1517, comprendendo un vastissimo territorio destinato a suddividersi ancora negli anni seguenti. Nel salernitano, ad esempio, già prima della costituzione della provincia osservante – continua Serpico – emergevano tendenze autonomiste e separatiste che avrebbero portato poi alla costituzione di una provincia autonoma: era la provincia osservante di Principato nel 1575, i cui confini geografici corrispondevano alla divisione territoriale del fiume Sarno.

A Napoli i primi Osservanti si stabilirono già nel 1426 presso il convento della SS. Trinità di Palazzo e più tardi ottennero dal Provinciale del tempo, Padre Giovanni da Nola, di passare al vicino convento di Santa Maria la Nova. San Lorenzo Maggiore divenne, in seguito, il quartiere generale dell’Ordine. Il movimento, che visse nel pieno periodo aragonese, fornì certamente un fervore culturale a Napoli e tutta la sua provincia. Il casale di Sant’Anastasia, all’epoca, per la giurisdizione civile si riallacciava alla Regia Città di Somma, mentre per quella religiosa rientrava, oltre che nella diocesi di Nola, anche nella Provincia francescana di Terra di Lavoro.

Il sacerdote Gianstefano Remondini (1699 – 1777) nel terzo tomo del 1757 della sua opera Della nolana ecclesiastica storia, scrive a pagina 304: …Altre ve ne son (in Sant’Anastasia) di minor conto, e perciò tralasciandole direm, che verso la metà del XV secolo vi fu il P.(adre) F.(rancescano) Lodovico da Napoli Minor(e) Conventuale, che con le raccolte limosine quasi diede a fabbricare una Chiesa a San Bernardo (Bernardino da Siena) con un piccolo Convento per li suoi Religiosi, ai quali né confermò il possesso il Sommo Pontefice Paolo II (+ 1471) con sua Bolla spedita in Roma a i IV di Febbraio nel MCCCCLXVIII e diretta al Nolano Vescovo Leone V di Simone (+15 luglio 1469).

Dall’ attenta lettura si evince che il Remondini, all’epoca della stesura della sua ricerca, non era a conoscenza dell’esistenza in loco, già prima del 1446, di una chiesetta intitolata a S. Maria delle Grazie, dove Padre Lodovico da Napoli avrebbe fatto poi costruire accanto quel primo nucleo conventuale (oratorium) per sé ed altri quattro religiosi. Di Padre Lodovico sappiamo solamente che fu, intorno al 1640, Lettore Predicatore Generale dei frati minori della Provincia di Principato Citra, passò per un certo periodo al Convento di Messina dove impartì ai novizi studi di filosofia e teologia.

Toccò al Padre O.F.M. M° Giovanni Antonio Pititto da Saponara – futuro vescovo dell’antica Diocesi di Marsico Nuovo dal 27 luglio 1478 alla sua morte nel 1483 – l’incardinazione giuridica del nascente convento anastasiano alla Provincia religiosa di Napoli. Una notizia questa, riportata da Bove, che se risulta attendibile, confermerebbe la presenza della Provincia Osservante sul territorio già nella prima parte del XV secolo. Il convento in origine fu una grancia (struttura produttiva monastica) assoggettata al convento di San Lorenzo Maggiore di Napoli.

Nel 1567 detta chiesetta, nella sua forma originaria costituita da una navata centrale e una laterale a destra che immetteva nell’oratorium – conventino, fu ampliata e aggiunse, significativamente, la denominazione di San Bernardino da Siena, come ci conferma autorevolmente Padre Bove nelle sue pregevoli ricerche pubblicate nella sua opera Un convento francescano del secolo XV in Sant’Anastasia. L’antica struttura  – secondo il Padre francescano –  va identificata attualmente nelle stanzette che fasciano il retro della Congrega dell’Immacolata e, attraverso la sacrestia, proseguono per la fascia anteriore del coro dove sono recentemente emersi resti tardo-gotici, fino all’atrio attuale del convento. A tal riguardo va detto che l’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione, eretta nel XVI secolo, si estinse dopo il 1935. A conferma di ciò esiste un Regio Decreto del 15 luglio del 1935 che non solo dichiara la sua antica esistenza sul territorio, ma ne accerta anche il suo scopo esclusivo o prevalente di culto dopo il Concordato del 1929. Nel 1800 la congregazione possedeva a Sant’Anastasia 1 moggia di selva affittata a tale Antonio Maione. Numerosi stralci di documenti del sodalizio sono tuttora conservati nell’archivio storico del convento.

Il 16 dicembre del 1631 il Vesuvio inflisse un duro colpo all’ intera comunità vesuviana. Sant’Anastasia fu quasi distrutta, mentre la chiesa e il convento subirono una forte devastazione. Il 28 marzo del 1632, il popolo anastasiano inviò un memoriale a Napoli, implorando licenza di poter riedificare convento e chiesa con le elemosine raccolte dai fedeli stessi, perché detto convento se ritrova in molta povertà et necessità che non se può da esso stesso refare. Il convento riconsacrato assunse, per pietà popolare, una seconda denominazione, stavolta, a Sant’Antonio di Padova. Dal Catasto Onciario della Terra di Somma del 1744 risulta che il Venerabile Monastero percepiva censi dovuti da Giuseppe Scafuto, Rosa Granato e Giuseppe Rea per la concessione di territori:…Sono in tutt(o) oncie centoquindeci e t(arì) 24. Nel 1800, inoltre, il convento possedeva a Sant’Anastasia un territorio vitato, arbustato e seminato di circa moggia tre, censito a Carmine  Barone, si stima per censo, e miglioria con una rendita annua di 65 ducati, come risulta nella Descrizione dè territori, rendita di essi e nomi de rispettivi Possidenti in S. Anastasia, allegata alla mappa del museo di Capua del 1800 del cartografo Luigi Marchese. Il convento, come si evince da alcuni dati pubblicati sul sito ufficiale dell’OFM Conventuali della Provincia di Napoli, subì la soppressione francese del 1809 e quella savoiarda del 7 luglio 1866 (Legge Siccardi – Asse ecclesiastico). Fu ricomprato dall’Ordine nel 1895 con parte del giardino, e fu sede del Ministro provinciale negli anni cha vanno dal 1922 al 1934. Fu casa di noviziato dal 1929 al 1932 e dal 1935 al 1938 e sede del Seminario maggiore. Nel 1976, Mons. Guerino Grimaldi, Vescovo di Nola, concesse alla Provincia napoletana dei Frati, ad nutum Sanctae Sedis,  la Parrocchia di Sant’ Antonio con sede nella chiesa. Dal 1985 il convento è sede del centro regionale O.F.S. (Ordine Francescano Secolare) e Gi. Fra.(Gioventù Francescana). Nel 1988 vi furono traslate, in forma solenne e con grande partecipazione di popolo, le spoglie del Venerabile Padre Michele Abete O.F.M. (1879 – 1964), che tanto si prodigò per la chiesa.