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Consigliere comunale fin dagli anni ’80, assessore dei sindaci Antonio Manno e Cosimo Scippa, tre volte candidato alla carica di primo cittadino, vicesindaco di Carmine Pone, oggi tra i banchi di opposizione, Paolo Esposito ha alle spalle ben trent’anni di attività politica. Democrazia Cristiana, Partito Popolare, Democrazia Europea, Udc, non si è mai mosso di un millimetro dalle posizioni centriste ma ha preferito, per almeno due volte, presentarsi all’elettorato con liste civiche. Cinquantanove anni, medico chirurgo, specializzato in pediatria ed endocrinologia, è sposato con Carla e ha due figli, Maria Assunta e Francesco. Ha due passioni, la politica e la squadra del  Napoli. Nella lunga chiacchierata che segue ha confessato di avere un solo rimpianto: quello di non aver fatto abbastanza per evitare la fine dell’amministrazione Pone (2007 – 2009), l’esperienza in cui, dopo un apparentamento e la vittoria  – ma senza maggioranza in consiglio comunale – diventò vicesindaco. Per gli appassionati di profili astrologici, il suo – come è consuetudine per questa rubrica – lo si trova in coda all’intervista: Esposito appartiene al segno zodiacale del Sagittario, il suo Ascendente è in Acquario.

Paolo, hai radici anastasiane, cosa facevano i tuoi genitori?
«Mamma e papà erano contadini, hanno sempre vissuto nel quartiere Ponte di Ferro dove mio nonno, che è morto a 98 anni, aveva piantato le tende. I miei lavoravano la terra e in seguito misero su un’attività commerciale, una bella salumeria di stampo rurale ma attrezzata, avevano anche prodotti per l’agricoltura. Si lavorava tanto perché in quel periodo ci fu il boom degli allevamenti di polli e conigli, chiunque avesse un po’ di spazio o un capannone si dava da fare e guadagnava anche bene. Avevo poco più di 14 anni, ricordo, e aiutavo volentieri mio padre, scaricavamo camion di mangimi in arrivo ogni settimana dalla Puglia dove andavamo pure a comprare l’uva. Ho continuato praticamente fino alla laurea, mi piaceva, ci sono stati momenti in cui pensavo che il mio destino fosse quello. Ma poi cominciarono a sorgere come funghi i grossi supermercati e si doveva fare una scelta: allargare gli orizzonti o chiudere. Michele Piccolo, che faceva allora la nostra stessa attività, ebbe infatti un’intuizione fortunata, come le sue aziende oggi dimostrano».

 

Ma alla fine non hai fatto né il contadino, né il commerciante.
«No, anche se diventare salumiere non mi sarebbe spiaciuto. Però il mio sogno, l’alternativa, era quello di diventare un ingegnere. Infatti scelsi l’istituto tecnico, poi mi iscrissi a Ingegneria. Ma qualcosa nel frattempo cambiò, per me le scelte di vita sono sempre state basate sull’intuito e  quando mi accorsi che mia sorella Carmen, già iscritta a Medicina, preparava esami che stuzzicavano il mio interesse, con materie in cui ero già molto ferrato alle superiori, dalla biologia alla chimica o alla fisica, decisi di cambiare strada e mi iscrissi alla sua stessa facoltà. Non me ne sono mai pentito, nonostante tuttora mi affascinino branche di sapere come l’architettura o l’ingegneria».

Frutto di scelte basate sull’intuito anche le tue specializzazioni?
«Dopo la laurea ho iniziato il tirocinio in chirurgia ma ben presto ho capito di non essere tagliato per la sala operatoria. Pensavo a Ortopedia, ma avevo fatto richiesta anche per il tirocinio in pediatria, mi chiamarono e ne fui contento. Nel frattempo presi la specializzazione in endocrinologia. Alla fine però, nonostante eserciti in entrambi i campi, ho scelto di fare il medico di famiglia.  Mi piace il contatto con la gente, la professione a tutto tondo».

Com’era Sant’Anastasia negli anni della tua adolescenza?
«A dire il vero ho sempre vissuto  di più Pomigliano d’Arco, per una questione di territorio. La mia casa è a 500 metri da Pomigliano, a tre chilometri dal centro di Sant’Anastasia. Mi piacciono entrambe le realtà e sono contento quando i pazienti di altri paesi mi dicono che la nostra è una bella cittadina, che magari vorrebbero venire a vivere qui. Anche Pomigliano è bella, ci sono stato di recente per la notte bianca, una splendida manifestazione che in quel contesto sembra naturale, a Sant’Anastasia meno».

Magari perché quando si fanno manifestazioni di una certa levatura a Sant’Anastasia c’è sempre chi critica, no? Anche a Pomigliano in verità, ma con meno enfasi.
«Forse. Io seguo molto la politica dei paesi limitrofi e dico spesso, scherzando, che se mi candidassi a Pomigliano forse prenderei più voti».

I tuoi assistiti sono a Sant’Anastasia.
«Ecco, questo è un altro mito da sfatare, io non conto molto sui miei assistiti in tempo di elezioni, anche se magari è più facile avere il contatto quotidiano con loro. In tanti non mi votano».

Prova a Pomigliano tra cinque anni, allora.
«No, scherzi a parte. Ho compiuto trent’anni di politica attiva ed è giunto il momento di mettere la parola fine. Ci pensavo proprio qualche giorno fa, che strano: ho iniziato la mia esperienza politica con Franco De Simone – fu lui a propormi la candidatura quando giovanissimo già frequentavo la Dc – e l’ho conclusa con la sorella Annarita, al mio fianco nell’ultima tornata elettorale».

La tua “fede” democristiana non ha mai vacillato?
«No, mai. L’appartenenza a un ideale è qualcosa che senti dentro, tuo. Il modo di confrontarsi con le persone, la maniera di porsi, la capacità di parlare con chiunque comprendendo anche le convinzioni altrui, senza estremismi che ti offuschino: non si decide di essere un democristiano, lo si è e basta. Ho sempre fatto riferimento alla cultura di questa parte, alla cultura centrista, non ad un personaggio in particolare. Ho conosciuto Andreotti, Casini, sono stato a casa di Gava, ho avuto contatti con esponenti Dc importanti e di spessore che non ci sono più. No, effettivamente il mio modo di concepire la politica non ha mai vacillato».

A casa della tua famiglia si parlava di politica?
«Sì, i miei votavano allora il sindaco Francesco Beneduce che non era certo uomo di sinistra. Amava il popolo – ne ricordo la figura – persona autorevole, forse anche autoritaria. Mio padre parlava di politica e mi ha insegnato che le leggi vanno sempre rispettate, anche se non sono giuste. Quando poi ho iniziato a frequentare le superiori a Pomigliano d’Arco tra i miei amici c’erano molti estremisti di sinistra, alcuni rivisti di recente dopo tanti anni. Vissi il periodo delle proteste, delle occupazioni, c’ero anche io ma già capivo che il mio orientamento politico era quello di un moderato, di un centrista. Anche se, in verità, il mio primo voto fu per un socialista, un professore pomiglianese che venne a casa a chiedere sostegno, mi piacque molto la sua figura operosa».

Quand’è che invece è iniziato il tuo impegno attivo?
«Antonio Dobellini, che all’epoca insegnava a Pomigliano, si fermava a casa nostra a prendere il pane che cuoceva mia madre, un pane squisito. Lo conobbi così e con lui e Sebastiano Curcio parlavamo molto, ci confrontavamo, anche se Antonio è sempre stato un po’ più di sinistra. Però fu appunto Franco De Simone a spingermi alla prima candidatura. Mi votarono in 400, ma perdemmo le elezioni e in quell’anno diventò sindaco Giuseppe Pone, seguito poi da Mario De Simone».

In politica si vince e si perde.
«Io ho perso spesso, in trent’anni è normale. Ma diventai consigliere comunale per la prima volta nel 1985, con il sindaco Antonio Manno. L’anno prima mi ero sposato con Carla, in pratica mia moglie ha vissuto al mio fianco tutto il percorso in politica, anche da fidanzata. E nel 1988 diventai assessore, con deleghe all’ambiente e alla polizia municipale».

Qual è la differenza tra la politica di allora e quella di oggi?
«Il dibattito era molto più elevato, anche se piuttosto acceso. In quegli anni ho imparato molto da esponenti politici che oggi potrebbero essere definiti maestri e il sindaco Manno dava grande spazio a noi tutti, a differenza di quanto si possa pensare. Ricordo che da assessore all’ambiente provai a introdurre per la prima volta in assoluto la raccolta differenziata dei rifiuti, ma ancora non era radicata questa cultura e anche tra gli stessi consiglieri comunali era considerata come una cosa da snob, qualcosa cui nessuno dava la giusta importanza. L’intuizione la ebbi, ho sempre cercato di anticipare i tempi ma, purtroppo, non se ne fece nulla. Non ci credevano. Però quella giunta produsse idee e fatti, con personaggi di spessore: Luigi De Simone, Antonio Ceriello, Antonio Dobellini, Giuseppe Cangiano, Franco Tufano. Tornai poi a fare l’assessore con il sindaco Cosimo Scippa, persona della quale conservo ricordi eccezionali.

Hai lavorato, dalla maggioranza o dall’opposizione, con tutti i sindaci dal 1995 in poi. Cioè con coloro che, in virtù della legge che introdusse l’elezione diretta del primo cittadino, sono stati scelti direttamente dal popolo. Mi dici cosa pensi di ciascuno, da Mario Romano a Lello Abete? Ovviamente dal punto di vista politico.
«Il compianto Mario Romano era una bravissima persona, con qualità innegabili, ma era rigido. Non aveva, a mio parere, l’elasticità necessaria per essere capo di una coalizione, non ritengo fosse adatto a fare il sindaco. Enzo Iervolino ha lavorato bene per i primi anni, forse perché accanto a lui c’eravamo noi. Gli va dato il merito di aver fatto per dieci anni il sindaco, di aver saputo gestire le responsabilità. Fu lui a volere mia sorella Carmen come sua vice, all’epoca fece discutere molto quella scelta proprio perché io ero in consiglio comunale, ma non ci fu alcuna strategia e tutto quel che si disse all’epoca rimane nell’ambito delle frottole. Il rapporto si incrinò dopo qualche anno e tutto il resto dei mandati di Iervolino si ridusse a mera gestione del potere, tant’è che i guasti fatti allora si vedono e si sentono ancora. Quanto a Carmine Pone, è stato un buon sindaco, con una giunta di qualità. Avrebbe potuto essere un primo cittadino eccellente ma non è riuscito ad essere leader,  non seppe gestire scaramucce di poco conto. Si lavorò bene e delle cose messe in piedi allora, come l’avvio della raccolta differenziata in piena emergenza, se ne beneficia ancora oggi. Non siamo più amici, quasi non ci salutiamo più, ma devo dire che lo ricordo come un buon sindaco, avrebbe potuto governare per dieci anni o scegliere di fare carriera politica, diventare in virtù delle sue qualità una personalità politica di spicco, di primo piano, lo avremmo sostenuto. Ha perso questa occasione e mi spiace molto, non capirò mai perché non abbia perseguito questi obiettivi. Il governo di Carmine Esposito ha invece coinciso con il periodo buio della politica anastasiana, non ha dato nulla di nuovo. Non spetta a me giudicare la vicenda per la quale si è interrotta quell’esperienza e non lo farò, anzi gli riconosco innegabili capacità politiche e sono obiettivo: ma la sua voglia di far tutto da solo, senza coinvolgere, senza lasciare spazi a chi gli stava accanto non posso condividerla. Se il sindaco Manno poteva considerarsi autorevole, Esposito che in un certo periodo fu anche il suo vice, può definirsi autoritario. Il populismo non paga mai. Si possono vincere le elezioni, ma è un successo effimero. Tutti i grandi uomini che hanno avuto questo atteggiamento, che hanno pensato di essere onnipotenti, hanno poi dovuto scontrarsi con la realtà, da Cesare a Mussolini, da Hitler, a Stalin».

Non ho capito se stai davvero paragonando l’ex sindaco Esposito a Cesare e compagnia…
«Assolutamente no, dico solo che bisogna studiare la storia. Leggere i libri, ispirarsi al passato, capire che non è possibile governare, in democrazia, pensando che gli altri non contino nulla. Io ho anche condiviso alcune sue azioni, ma alla fine non ha portato avanti le cose che Sant’Anastasia si aspettava da lui. Non nego le sue capacità, ma le ha sprecate. In modo diverso da Pone, ma le ha sprecate comunque».

Eppure se sbirci i social network e i commenti vari, ti rendi conto che l’elettorato rimpiange quel periodo.
«Attenzione, stiamo parlando comunque di un elettorato di minoranza. Se si fanno un po’ di conti, sommando chi ha votato il centrosinistra e chi ha votato noi, non si può parlare di maggioranza, nemmeno per coloro che hanno votato il sindaco attuale».

La legge elettorale questa è. Cosa pensi invece della gestione Abete?
«Il sindaco Abete non ha esperienza, non ce l’hanno nemmeno i suoi assessori, con qualche eccezione, come Armando Di Perna. Lui, al fianco di tre sindaci consecutivi, lo paragonerei ad un “proteus”, uno di quei microbi che riescono a mutare e vivere stando bene dappertutto».

Starebbe bene anche da sindaco, allora.
«Quando una classe dirigente non esiste, chiunque può fare il sindaco. Ma non solo a Sant’Anastasia, sia chiaro. Oggi i sindaci che hanno le qualità per essere chiamati tali sono pochi,  si vota e c’è uno che viene eletto. Mancando le qualità, si omogeneizza tutto verso il basso. Ma stavo parlando di Abete, lui ha vinto le elezioni appunto, gli elettori gli hanno dato ragione per le cose che diceva, o ripeteva, e che io non ho condiviso. Non mi è piaciuto il comportamento la sera della vittoria perché, come tutti sanno, non è riuscito a controllare e contenere i suoi supporter, si è fatto prendere la mano».

Stai parlando dei «festeggiamenti» rumorosi sotto casa degli avversari.
«Sto parlando delle offese lanciate sotto casa di Antonio De Simone e sotto casa mia. Un comportamento ignobile, soprattutto da parte di chi ormai aveva vinto. Mi sarei atteso una telefonata il giorno dopo, un invito a prendere un caffè insieme per stemperare gli animi, per me si poteva risolvere tutto con una stretta di mano. Invece siamo stati per quasi un anno senza salutarci finché, qualche mese, fa sono andato io da lui in qualità di presidente dell’associazione medica Igea, per chiedere il patrocinio comunale a un progetto medico con il quale intendiamo avviare un programma di screening su scoliosi, obesità, patologie tiroidee, difetti della vista, mirato alla popolazione scolastica media ed elementare. Ero insieme ad un collega, sono andato da lui senza alcun problema, si è mostrato disponibile e da allora abbiamo ripreso  a salutarci. Ciò non toglie che da un sindaco mi sarei aspettato comportamenti diversi. Io so bene quanto sia difficile amministrare oggi, dunque dopo un solo anno diciamo che il giudizio va quanto meno “sospeso”, ha accanto giovani volenterosi, però c’è carenza di produttività».

Ma alla fine, perché credi abbia vinto Abete? C’eri tu, c’era Antonio De Simone che è arrivato in ballottaggio, oltre a Capuano e alla Marchioni del M5S. Gli elettori avevano ampia scelta.
«Noi potevamo vincere. Se solo avessimo portato avanti l’originaria idea di un’alleanza che ci vedesse tutti uniti, dalla sinistra fino a Forza Italia, passando per il centro, con la possibilità che il candidato sindaco fossi proprio io. A me sembrava l’unica strada, purtroppo è mancato a molti il coraggio di sperimentare esperienze nuove. Non hanno voluto tentare la strada di una coalizione vincente, non sono stati realisti, non hanno voluto fare i conti con i numeri dai quali non si può prescindere, soprattutto in politica.  Ritengo che trent’anni non siano passati invano e penso di avere capacità politiche e fiuto: ed è esperienza, non presunzione, la capacità di capire come si fa a vincere le elezioni. Il centrosinistra aveva già perso in questo paese per due volte di seguito, con Antonio Dobellini e con Giovanni Barone, era chiaro che se il candidato fosse stato nuovamente di quelle fila, la terza sconfitta era scontata. Occorreva un moderato, possibilmente conosciuto, mi spiace dire che ne avevo le caratteristiche, ma è solo realismo».

Credi avresti vinto anche nel 2010, se fossi arrivato tu in ballottaggio al posto di Barone?
«Credo proprio di sì».

Hai detto che la somma dei voti tuoi e del centrosinistra è maggioranza nel paese, allora perché non hai sostenuto De Simone?
«Perché avremmo perso comunque con un candidato di sinistra. La sinistra, vedi, è masochista. Preferisce perdere piuttosto che concedere ad altri la guida della coalizione. Prima di chiudere definitivamente i giochi, ci incontrammo nel Pd. Parlai con Antonio De Simone, siamo amici, colleghi, ci conosciamo da una vita e ci stimiamo, ma glielo dissi chiaro e tondo: lui non avrebbe mai sfondato nell’area moderata, non sarebbe mai andato oltre. Gli ripetei che se lo scopo era quello di vincere, il candidato dovevo essere io. Un moderato ha la capacità di andare oltre gli steccati, un po’ come Renzi: non che voglia far paragoni, per carità, ma nessuno anni fa avrebbe mai immaginato l’alleanza del Pd con il Nuovo Centrodestra o il Patto del Nazareno con Berlusconi. Ebbene, i numeri dicevano che avremmo potuto vincere, non al primo turno ma al ballottaggio sì. Eppure, anche al ballottaggio scelsero di perdere e non vollero fare l’apparentamento, né con noi dell’Udc, né con Forza Italia. Come è noto, quella strategia si è rivelata perdente, esattamente come avevo annunciato».

Nel frattempo il tuo «abbraccio» elettorale con Forza Italia è finito, no? Anche se siete all’opposizione entrambi non c’è più la sinergia tra te e la capogruppo Annarita De Simone.
«Fu un’alleanza dell’ultima ora, con il senno di poi sbagliata. Sarebbe durata a lungo se avessimo condiviso con tutto il resto dell’opposizione precedente l’esperienza che, ripeto, sarebbe stata probabilmente vincente. Ma ci sono stati molti aspetti positivi, al di là di aver vissuto quell’avventura con persone degne di stima, piacevoli e squisite come la stessa Annarita verso la quale ho il massimo rispetto. Forza Italia ha preso più voti dell’Udc, e questo per me vuol dire che quell’alleanza mi ha strategicamente danneggiato, ho perso voti nell’area, diciamo così, orientata verso il centro sinistra ma che le scorse due volte aveva votato per me».

Hai due figli, nessuno di loro ha seguito le tue orme, né in politica né nella professione. Ti è spiaciuto?
«Maria Assunta si è laureata in psicologia, si sta specializzando a Roma. Francesco studia Giurisprudenza. Se dicessi che non mi è spiaciuto che nessuno dei due abbia voluto studiare Medicina mentirei, sotto certi aspetti. Però, d’altra parte, sono contento: ho apprezzato il loro carattere deciso, mi gratifica che abbiano voluto seguire le loro aspirazioni, sono orgoglioso che entrambi abbiano scelto la loro strada senza farsi condizionare. Questo vale anche per la politica, mi hanno sempre sostenuto, ma dicono che l’attivismo non fa per loro».

Quale credi sia l’insegnamento più importante che hai dato loro?
«Proprio questo, la libertà. Quella che consente di fare le scelte giuste per sé stessi, indipendentemente dalle influenze altrui. L’ho fatto io con mio padre, loro hanno fatto lo stesso con me. C’è una poesia di Khalil Gibran, si chiama “I vostri figli”, che dovrebbero leggere tutti i genitori. Dice: “Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti”. Si deve vigilare sempre, star loro accanto, ma lasciarli liberi ».

Sei stato più volte in maggioranza, da assessore, da consigliere, da vicesindaco. Qual è la cosa più importante che hai fatto per Sant’Anastasia?
«Ho sempre lavorato rispettando le regole, da assessore ai Lavori Pubblici della giunta Pone abbiamo preparato il terreno creando opportunità per chi è arrivato dopo, oltre a condurre in porto progettualità di amministrazioni passate.  Così come con Iervolino: la scuola di Ponte di Ferro è anche merito nostro, mio e di mia sorella Carmen che allora faceva il vicesindaco. Perché fummo noi a non mollare, a convincere il sindaco che era quello il momento di approfittare del futuro passaggio della ferrovia e ottenere un ristoro per il territorio. La spuntammo e arrivarono nove miliardi di vecchie lire. La scuola fu poi portata avanti nel corso del secondo mandato Iervolino e quando tornammo al governo cittadino, con Pone, il progetto rischiò ancora di arenarsi ma riuscimmo a trovare le soluzioni per portarla a termine. Ricordo che la inaugurò Carmine Esposito, senza invitare nessuno di noi. Ecco, qui si vede la differenza tra amministratori: quando l’anno precedente fu posta la prima pietra, con il sindaco Pone, tenemmo ad invitare Enzo Iervolino e Carmine Capuano. Ma anche la raccolta differenziata è opera nostra che esprimemmo una grossa progettualità pure nelle opere pubbliche da attuare nelle periferie».

C’è invece qualcosa in questi trent’anni che non sei riuscito a realizzare, pur volendo?
«Sono stato all’opposizione più tempo di quanto ne abbia passato in maggioranza e, per realizzare davvero qualcosa, si deve essere nella stanza dei bottoni. Ho sempre pensato che questo fosse un paese apatico, mi sarebbe piaciuto creare un attivismo politico e culturale che qui, a differenza delle realtà limitrofe, manca. Ecco, avrei voluto un laboratorio politico, che Sant’Anastasia esprimesse personalità anche a livelli più alti. Non abbiamo mai avuto un deputato, un senatore, nulla».

Per far questo non occorre essere nella «stanza dei bottoni», come la chiami tu.
«Infatti, il futuro mi vedrà sostenere progetti delle nuove generazioni, nella speranza di aiutare lo sviluppo di una classe dirigente giovane e capace. Stiamo creando, nel quartiere Ponte di Ferro, un centro studi che dovrebbe chiamarsi, almeno è questa per ora l’idea, “Agorà”. Mi sono aggregato ad amici come Ciccio Pone ed altri, presto formalizzeremo l’associazione che avrà un’impronta culturale e non solo politica. Ci sono già giovani coinvolti ai quali vorremmo affidare immediatamente responsabilità».

Insomma, aspiri ad allevare nuove generazioni di politici.
«Vorrei solo essere utile con la mia esperienza, senza essere presente in prima persona, perché altrimenti, pur non volendo, si finisce per fare ombra a chi deve crescere».

Ma tu perché avresti voluto fare il sindaco di questa città?
«Per senso civico, per amore di questa terra, perché se vuoi realizzare dei progetti ti devi impegnare in prima persona. Ma ora ho chiuso. Ovviamente continuerà la mia passione, non potrei vivere senza interessarmi di politica, semplicemente non mi candiderò più come sindaco».

Alle ultime regionali hai sostenuto Carmine Mocerino, candidato con la lista Caldoro Presidente. Lui è stato eletto, ma tu sei ancora nell’Udc? Sei deluso per la vittoria di De Luca?
«Conosco Carmine Mocerino da molti anni e apprezzo la sua coerenza. Se si fosse candidato con De Luca non lo avrei mai seguito, non è possibile derogare da certe regole e in politica non solo Cesare, ma anche sua moglie, deve essere di specchiata onestà. Ovviamente, Mocerino non mi ha deluso, non lo avrebbe mai fatto. Sì, mi sento ancora parte dell’Udc ma non so che fine faremo dopo la triste notizia che il coordinatore regionale è ora Giuseppe De Mita».

Non hai mai, davvero mai, derogato dalle regole?
«Non credo proprio, no. E non accetto che un politico lo faccia. Invece oggi, per avere successo in questo campo, sembra che tu debba avere come minimo un avviso di garanzia. Se poi si è un condannato, meglio ancora: vorrà dire elezione certa. Davvero io non comprendo come si sia potuto candidare un personaggio come De Luca e come la gente l’abbia potuto votare a capo chino. Quando penso chi è oggi il presidente della Regione, io mi vergogno di essere campano».

Poco più di un anno fa ti ho chiesto da un palco chi è stato il miglior sindaco di Sant’Anastasia. Me lo ripeti?
«Se ricordo bene ti risposi che era stato Carmine Pone. Aggiungo che Antonio Manno e Cosimo Scippa sono stati due ottimi primi cittadini, hanno lavorato per il popolo».

Se potessi scegliere di intitolare una strada a uno di loro, escludendo Pone per ovvi motivi?
«Per affetto e per meriti, Cosimo Scippa. Ho di lui ricordi belli e la sua morte mi ha scosso molto».

Qual è l’angolo di Sant’Anastasia che ti piace di più?
«Il mio quartiere sicuramente. Ma sono spesso a Madonna dell’Arco dove c’è il mio studio,  devo dire che quella parte del paese gode di una immagine suggestiva, di una vista amena e rilassante. Poi, sai, quando si fa il medico di base si conosce il territorio meglio di un portalettere, se qualcuno mi ferma per chiedere indicazioni è matematico che saprò dirgli per filo e per segno dove deve andare e come arrivarci. La mia cittadina mi piace molto».

Qualcuno sostiene che i medici di base non dovrebbero candidarsi, per il ruolo che hanno, per la “soggezione” che possono esercitare sugli assistiti. Tu sei massimalista, ne avrai 1500 almeno e considerando gli altri pazienti magari arrivi anche a duemila. Che ne pensi?
«Che chi lo dice è molto ipocrita. Io non ho mai estorto voti ai miei assistiti verso i quali ho il massimo rispetto. Se la mettiamo su questo piano, un sindacalista che dispone di argomenti più, diciamo, “ricattatori”, non potrebbe mai farlo. E non avrebbe nemmeno il giuramento di Ippocrate a garantire per lui. Non potrebbero candidarsi nemmeno gli avvocati, a questo punto. No, è una becera ipocrisia, ma la gente comune lo capisce bene».

Qual è la cosa più strana che ti sia mai capitata da medico?
«Tantissime, potrei scriverci dei libri. In uno studio medico capita davvero di tutto. Un esempio potrebbe essere quel paziente, mio assistito, che voleva farsi prescrivere a tutti i costi farmaci per il suo cane».

Ti piace ancora tanto la tua professione?
«Moltissimo, amo il mio lavoro. Essere medico di famiglia significa contrarre un patto di fiducia, entrare nelle difficoltà quotidiane delle persone e, perché no, capita spesso, nei loro affetti. Mi ha molto emozionato, di recente, la lettera di una  famiglia che abitava qui e che ha dovuto lasciarmi come medico a causa di un trasferimento. La conservo con molta cura».

Vedrai molto disagio…
«Vedo soprattutto molta dignità».

Cosa significa per te essere cattolico?
«Innanzitutto rispetto del prossimo. Io sono un cattolico praticante e vengo da una famiglia che lo è altrettanto. E il rispetto, molto spesso, vuol dire anche rifuggire da pettegolezzi e bugie».

Sono state dette bugie su di te?
«Sono state fatte più che altro illazioni, come la storiella che avrei, da vicesindaco, sistemato il mio presunto genero nel consiglio di amministrazione dell’Amav. Io per esempio non ho mai fatto il nome di persone, anche di famiglia, che alcuni amministratori hanno “sistemato”.

Non credi che per un politico sia più ipocrita non farli, i nomi?
«No, se parliamo di situazioni drammatiche, di persone che avevano necessità, bisogno, e delle quali si deve aver rispetto. Non escludo che la politica possa intervenire in simili situazioni, ma non accetto le illazioni come quella che mi tacciava di nepotismo».

Insomma, non era tuo genero che fu cooptato nel cda Amav?
«Non era mio genero quando lo fu e non lo è nemmeno ora. Diventò il fidanzato di mia figlia solo in seguito e peraltro si sono lasciati due anni fa. Il sindaco Pone ne esaminò il curriculum, quello di un ragazzo che all’epoca, oltre ad avere requisiti di tutto rispetto, aveva la sola colpa di essere vicino al mio entourage e di avere forse già all’epoca una simpatia per mia figlia. Quando, sapendo dell’amicizia tra i due ragazzi e immaginando che potesse sfociare in qualcosa di più, espressi le mie perplessità in merito a Carmine Pone lui, da persona intellettualmente onesta, non poté che valutare le competenze. Mi spiacque che quell’episodio diventasse poi nel 2010 oggetto di campagna elettorale ma non reagii, in caso contrario avrei dovuto fare anche io qualche nome ma non è nel mio stile. Del resto un’altra frottola assurda circolata in paese sostiene che io abbia realizzato, appena divenuto vicesindaco, la fogna fuori da casa mia. Non c’è bugia più stupida, quella fogna fu inserita nel piano delle opere pubbliche quando assessore era Carmine Capuano, allora vicesindaco, e alla guida del paese c’era Iervolino, il sottoscritto era all’opposizione. Per varie vicissitudini e accordi tra Pomigliano e Sant’Anastasia, il progetto fu spostato da via Archi Augustei a via Pomigliano, fuori da casa mia, appunto. I lavori cominciarono, mera coincidenza come può capire chiunque conosca i tempi degli adempimenti burocratici relativi ai lavori pubblici, un mese dopo che mi insediai  come vicesindaco. E ci fu chi soffiò sul fuoco del pettegolezzo».

Tra i tuoi avversari passati e presenti c’è chi dice che pur dopo trent’anni tu sia poco avvezzo alla macchina amministrativa, che non conosci le norme, che non sai nemmeno la differenza tra una delibera e una determina.
«Lo dice chi non sa come attaccarmi, visto che la mia è una vita, privata e  pubblica, specchiata. Potrei insegnare loro ogni più piccola norma del funzionamento amministrativo e di consiglio comunale. Ma se ti stai riferendo alla scaramuccia recente avuta in assise con il giovane consigliere Alfonso Di Fraia, ti rispondo che, per l’affetto che portavo a suo nonno, voglio molto bene anche a lui. Si impegna, è da apprezzare, non ne condivido la foga esagerata e spero impari a rispettare gli avversari e  non dire sciocchezze».

Che ruolo ha oggi l’opposizione in consiglio comunale a Sant’Anastasia?
«Non è coesa, quindi marginale. Credo sia la fortuna vera del sindaco Abete e della sua maggioranza. Ma bisogna andare avanti, proporre progettualità anche laddove, come sicuramente accadrà, non siano accettate. Sarà appunto così, vista la dilagante inesperienza e la evidente presunzione»

Da cattolico, cosa pensi di Papa Francesco?
«Vuole penetrare l’animo delle persone e ci riesce usando un linguaggio poco istituzionale. Mi piace ma non so se possa eguagliare, nel ricordo, Giovanni Paolo II. Ebbi il piacere di conoscerlo da vicino e mi pervase la sensazione di toccare qualcosa di extraterreno, di vedere intorno a lui un alone, era una figura enormemente carismatica».

Cosa fai quando non sei impegnato al lavoro, ti piace leggere?
«Moltissimo, ho appena terminato “Numero Zero” di Umberto Eco e sto leggendo “L’arte di correre sotto la pioggia” di Garth Stein, la storia di un cane di nome Enzo che racconta il suo padrone in prima persona».

Il libro più bello che tu abbia letto?
«”Per amore, solo per amore”, è di Pasquale Festa Campanile. Racconta dal punto di vista umano la storia d’amore tra Giuseppe e Maria, il loro rapporto di coppia fuori dal mito».

Se dovessi descrivermi la tua donna ideale?
«Senza retorica, sicuramente mia moglie. Carla mi meraviglia ogni giorno di più e me ne sono innamorato subito, non appena l’ho conosciuta. Ho dovuto faticare molto per conquistarla, all’epoca non le piaceva nemmeno il mio modo di vestire. E tuttora, quando esco di casa, devo superare il suo controllo. Ora conosce i miei gusti, si fida, ma deve comunque metterci il suo tocco personale, però mi asseconda, sa che ho bisogno di essere a mio agio. La mia donna ideale è sicuramente lei, mamma e partner perfetta, la risposerei».

Insomma, non hai un’icona femminile. Un’attrice che ti piace molto?
«No, non ce l’ho un’icona femminile. Per me una donna è bella se ha classe, se è pulita, se è curata, se è intelligente e lo dimostra, se sa parlare di tutto, dalla politica alla cultura. Ma poi l’attrazione per l’altro sesso, parlo da medico, è una questione di chimica, di ormoni, di odori, di cervello, di connessioni nervose, di circuiti. Non vorrei spoetizzare facendone una questione scientifica, ma alla fine è così».

Quale è l’emozione più forte che hai provato?
«Nella vita privata, di certo la nascita dei miei figli. Quando nacque Maria Assunta non riuscii a mangiare per tre giorni. Nella mia vita professionale, invece, quando ho avuto modo di scoprire la patologia di un ragazzo, mio assistito, che alcuni specialisti avevano dato per pazzo. Io capii, invece, anche consultandomi con mia sorella Carmen, che era affetto dalla sindrome di Cushing, una disfunzione delle surrenali. Si è salvato, sta bene, è stata una delle mie più grandi soddisfazioni da medico: se non fosse andata così, quel giovane uomo era destinato ad una fine tragica. In tanti, ai quale non hanno diagnosticato quel morbo in tempo, si sono addirittura suicidati perché tra i sintomi ci sono depressione e psicosi».

Il tuo maggior difetto e il pregio che invece ti riconosci?
«Il difetto è che, pur essendo convinto delle mie idee e delle mie intuizioni, mollo la presa se si tratta di convincerne gli altri. In politica è un errore, credo. Quanto al pregio, penso di attirare simpatia e affetto, mi faccio voler bene da tanti forse perché io profondo tutto me stesso e rispetto le persone».

La tua delusione più grande?
«I tradimenti delle persone con le quali credevo di poter condividere un percorso comune. Ma alla fine accetto tutto, anche gli sgarbi, perché i problemi veri della vita sono altri. Purtroppo in politica accade: i tradimenti, i voltafaccia, sono all’ordine del giorno».

Forse la politica, così com’è oggi, non fa per te. Ci hai pensato?
«Certo che ci ho pensato. Sarà che non c’è più una politica sana, che le differenze non sono più basate sulle sane ideologie. Io ho creduto in molti politici, come Berlusconi per esempio, poteva dare tanto all’Italia ma sappiamo tutti com’è andata poi».

Cosa faresti se avessi una enorme somma di denaro a tua disposizione?
«Il mio rapporto con il denaro è distaccato, lo ritengo utile ma nulla di più. Il mio tutor in pediatria, che si dilettava a leggere la mano, diceva che non sarei mai diventato ricco, che avevo la linea dei soldi spezzata. Deve essere così, destino. Del resto ho capito che se un medico vuole arricchirsi dovrebbe lavorare in un determinato modo che io non condivido. Ritengo comunque di essere un privilegiato da tutti i punti di vista, anche economico, mi pagano bene ma spendo altrettanto per vivere. Accumulare non serve. Se avessi tanto denaro, non so, forse penserei alle tante persone in difficoltà, ma mi fermo qui».

Oggi non lo fai?
«Non intendo rispondere, queste cose si fanno ma non si dicono».

C’è un politico, di qualsiasi epoca, che consideri un esempio da seguire?
«Non uno, tanti: i padri fondatori dell’Europa: Konrad Adenauer, Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli e tutti gli altri. Hanno avuto intuito, hanno scongiurato il ripetersi delle guerre fratricide, infatti nel nostro continente non ve ne sono da decenni».

Oggi le guerre sono finanziarie, no?
«Certo, ma nonostante ciò fu una scelta eccezionale, grande. L’errore è che l’Unione non si è rinsaldata dal punto di vista politico ed economico, con la Germania che la fa da padrona per incapacità di altri Paesi. L’economia italiana, per esempio, è bloccata dalla corruzione ai massimi livelli, la sua competitività è inquinata dalle mafie».

Qual è il film più bello che hai visto di recente?
«”Il giovane favoloso” di Mario Martone, racconta la vita di Giacomo Leopardi».

 Ti piacciono gli animali, ne hai in casa?
«Mi piacciono molto, abbiamo un cane, Rex. Me lo spacciarono come yorkshire nano, ora mi arriva alle ginocchia».

Immagina di dover stare un lungo periodo di tempo da solo. Quali oggetti vorresti con te?
«A dire il vero la solitudine non mi piace, mi fa paura quasi, sento l’esigenza di avere intorno le persone cui voglio bene, dai familiari agli amici. Se proprio capitasse, credo che vorrei un giornale, un bel libro e la Settimana Enigmistica».

Hai una vita piena, sei professionalmente realizzato, c’è un obiettivo che vuoi ancora raggiungere a tutti i costi?
«Quello forse banale, di ogni genitore. Vorrei vedere realizzati anche i miei figli».

Un desiderio tuo, invece?
«Non so, sono soddisfatto dell’impegno civico, la politica per me è stata ed è scuola di vita, mi ha gratificato. La professione continua a darmi soddisfazioni e sono costretto a rifiutare assistiti tutti i giorni, ho una bellissima famiglia, non potrei chiedere di più».

Hai un “sospeso”, qualcosa che magari non sei riuscito a dire qualcuno e vorresti farlo?
«Non sono capace di manifestare i miei sentimenti e l’affetto che provo con le parole. Preferisco farlo con i comportamenti, i fatti».

C’è un proverbio, una massima o un motto che ti rappresenta?
«Ultimamente ho cominciato a leggerle un po’ di massime, di aforismi. Da quando un amico con cui gioco a tressette tutte le domeniche se ne uscì con una frase del tipo “Non parlar di me se tu di me non sai”. La condivido».

Giochi a tressette, ma davvero?
«Si, con gli amici della masseria, io sono il più giovane. Ci divertiamo, è rilassante, puntando cinquanta centesimi a partita. Formiamo una compagnia che sembra uscita da un film di Fellini».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Tanti, sono stato a Londra, Madrid, Parigi, Praga, Berlino. Mi manca qualche capitale europea e spero di farlo. Certo, andare più lontano, in altri continenti, mi farebbe piacere ma ho un problema: soffro di claustrofobia e ogni volta che devo affrontare un viaggio in aereo, quindi un luogo chiuso, ho necessità di un bel po’ di training autogeno. Un problema non da poco, l’altra sera in tv guardavo la scena di un film ambientato in un sottomarino e mi stava prendendo una crisi».

L’opera d’arte che hai avuto modo di ammirare e ti ha colpito di più?
«Agli Uffizi di Firenze credo di aver vissuto la sindrome di Stendhal dinanzi alla Primavera del Botticelli. Dovetti sedermi per non star male. Ho ammirato anche la Guernica di Picasso a Madrid, la “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer a Bologna, le opere di Caravaggio. Un po’ mi ha deluso, al Louvre, la Gioconda. Devo dire che uno dei pregi di mia moglie è aver coinvolto e contagiato tutti gli amici con cui viaggiamo nelle visite ai musei».

Se dovessi scegliere un posto in cui vivere che non sia Sant’Anastasia?
«Purché sia in provincia di Napoli che non lascerei mai, andrebbe bene qualsiasi luogo dal quale possa vedere il mare».

Posso farti una provocazione? Mettiamo che domani tua figlia torni a casa con un fidanzato musulmano, come la prenderesti?
«Io non ho pregiudizi e ho la massima in fiducia in mia figlia. Ma fatto sta che conosco Maria Assunta e posso scommettere che sarebbe lei a convertire lui. Dovrei passarci per poter dire come affronteremmo la cosa, certo non potrei condividere alcuni aspetti dell’Islam, pur avendo il massimo rispetto per tutte le religioni e per tutte le convinzioni altrui in generale».

Torniamo per un attimo alla tua esperienza politica trentennale e alla tua aspirazione di dar vita ad un laboratorio politico culturale. Se dovessi dare un consiglio o un suggerimento al sindaco pro tempore che oggi è Abete e domani sarà un altro, cosa gli diresti?
«Che il nostro paese va affrontato senza fretta, trovando le soluzioni a prescindere dalla fregola di lasciare un segno, un marchio, a tutti i costi. Ma è così dovunque: il sindaco di Roma, Marino, ha voluto fare un’isola pedonale intorno al Colosseo, De Magistris ha spinto per il lungomare liberato. Si dovrebbero invece capire le reali esigenze di ogni città e lavorare in tal senso, non per farsi ricordare o metterci su l’etichetta con il proprio nome, come un brand. Sant’Anastasia ha bisogno di mettere in moto il piano urbanistico comunale, di affrontare il problema serio di tanti vigili urbani che hanno chiesto, per incompatibilità ambientale, di essere demandati ad altre mansioni. Io non vorrei grattacieli o strade lastricate d’oro, vorrei quel che ho diritto di avere, quello che vogliono tutti i cittadini: un paese normale. Da sindaco, se lo fossi diventato, mi sarebbe piaciuto essere ricordato per aver lavorato sul serio, non per aver messo il mio nome su una sola opera, magari inutile ai fini dello sviluppo. Amministrare vuol dire programmare, rispettare i soldi pubblici, creare indotto. Se Carmine Pone non avesse mollato,  noi ci saremmo riusciti».

Hai rimpianti, hai sbagliato qualcosa in quel periodo?
«Sì, dovevo insistere, convincere il sindaco Pone ad andare avanti. Ci provai, dissi che avevamo un’occasione irripetibile e così è stato. Forse se al mio posto ci fosse stata mia sorella Carmen ci sarebbe riuscita, lei non si sarebbe fermata, avrebbe salvato quell’esperienza e Sant’Anastasia ad oggi avrebbe fatto molti passi avanti. Invece, stiamo andando verso un precipizio».

Interpreti il momento politico attuale in maniera così tragica?
«Ma tu lo daresti ad una persona inesperta e che non ha i requisiti l’incarico di guidare un’azienda che fattura trenta milioni di euro l’anno? Ti faresti curare da uno studente di medicina, difendere da un praticante avvocato? Lo spazio ai giovani va dato, sì, ma devono prima farsi le ossa, non avere la presunzione di sapere tutto e subito. Oggi a Sant’Anastasia governano i funzionari».

Ma la squadra è giovane sì, però né il sindaco né alcuni assessori possono dirsi novellini, non credi?
«Ripeto, sospendo il giudizio perché è presto. Ma davvero vedo soltanto vanagloria. Prendiamo il bando per la piscina comunale con progetto di finanza: quale folle investirà mai qui sei o sette milioni di euro quando, intorno a noi, quasi tutti i paesi hanno già piscine, comunali e non? Allora perché – già che ci siamo – non progettare anche una cattedrale? Come se una piscina potesse risolvere i problemi di Sant’Anastasia. Io dico che non si farà. E pure se fosse, che avranno risolto?».

Paolo, per chiudere questa lunga chiacchierata, mi dici come ti descriveresti a qualcuno che non ti conosce?
«Sono una persona onesta, ritengo piacevole, estroversa, mi piace stare tra la gente, parlare con tutti. Anche con i bambini – ed ho la presunzione di dire che non tutti i pediatri riescono a farlo con i miei risultati e lo stesso piacere – amo immedesimarmi nel mio prossimo e ci riesco, non mi stanco mai di intavolare discussioni e confronti con chiunque, dai giovani agli anziani, riesco a trovare i canali giusti, ho intuito. Non mi stanco mai».

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