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Presidente del consiglio comunale di Sant’Anastasia, eletto per la prima volta alle comunali del 2010, riconfermato nel 2014 quando fu il consigliere più votato con oltre seicento preferenze nella civica «Sant’Anastasia in Volo». È stato candidato alle provinciali nel 2009 e al Senato nel 2013 con La Destra, partito che ha lasciato poco dopo in polemica con i vertici regionali.  

Cinquantuno anni, sposato, padre di due figlie. Nato e vissuto a Sant’Anastasia, ha lavorato fin da adolescente nell’azienda paterna che ha poi trasformato in una società con uno dei suoi fratelli, occupandosi della lavorazione del rame, tradizione anastasiana. Azienda che ha chiuso nel 2014, scegliendo di dedicarsi totalmente all’impegno politico. È stato candidato alle provinciali nel 2009 e al Senato della Repubblica pochi anni dopo, eletto consigliere comunale nel 2010 con la lista Pdl e il sindaco Carmine Esposito, riconfermato con più di seicento preferenze (in assoluto il consigliere più votato) nel 2014 in sostegno del sindaco Lello Abete. È presidente del consiglio comunale ed esponente del movimento civico «Sant’Anastasia in Volo» che conta in assise, oltre a lui, due consiglieri comunali cioè Rosaria Fornaro e Mario Trimarco. Ha interrotto gli studi fermandosi alla terza media, per scelta e senza ripensamenti. Più volte al centro di chiacchiericci legati ai suoi rapporti con la Gori Spa, bersaglio di polemiche, poco dopo le elezioni fu destinatario di una busta a lui indirizzata contenente alcuni proiettili che ignoti fecero recapitare a Palazzo Siano. Nell’intervista che segue, Mario Gifuni spiega quale sia al momento la sua posizione nei confronti dell’amministrazione comunale della quale fa parte ricoprendo un ruolo che per definizione è «super partes», racconta i suoi progetti, le sue ambizioni, si difende da quelli che lui definisce semplicemente pettegolezzi e che raccontano insistentemente di una presunta assunzione di una delle sue figlie alla Gori Spa. Come è consuetudine per questa rubrica, molte delle domande sono servite a mostrare lati del protagonista che solitamente non sono così «pubblici».

Mario, mi racconti della tua famiglia di origine?

«Sono il terzo di quattro figli, siamo tre fratelli e una sorella. Mio padre Antonio era un artigiano del rame, aveva una bottega che è poi stata ereditata da me e mio fratello ma ancor prima si dedicava al commercio di biancheria, come in molti a Sant’Anastasia negli anni’ 50 e ’60. Lui è stato anche consigliere comunale di area liberale, eletto nella lista dell’Aquila con il sindaco Beneduce, per due consiliature: dal 1955 al 1960 e dal 1960 al 1965».

Dunque già da piccolo sentivi parlare di politica, in casa.

«Sempre, era il pane quotidiano. Parlarne era la normalità a casa mia e molti personaggi importanti dell’epoca ci sono passati, come Francesco Di Lorenzo per esempio, che poi diventò ministro».

La tua mamma?

«Stella Pignatiello, ha lavorato nelle scuole di Sant’Anastasia, fu assunta nel 1967».

Un ricordo d’infanzia che riguardi Sant’Anastasia? Quanto è cambiata?

«Dal punto di vista urbanistico la città è rimasta identica. Io giocavo con gli amici in uno spazio che oggi si chiama via Giacomo Paisiello, una traversa del Rione Marciano a Casamiranda. C’era un campo di calcio, giocavamo a nascondino, frequentavamo il bar del Murillo di Trocchia. Cose semplici, da bambini, per trascorrere le giornate».

La scuola?

«L’ho frequentata fino alla terza media, non ho un diploma di scuola superiore. Mi iscrissi alla Ragioneria, litigai con un professore e lasciai, per protesta. Il fatto è che mi accorsi già al primo approccio che non serviva studiare: davano a tutti il «6» politico. Lo ritenevo ingiusto e rinunciai».

Quando ti chiedevano cosa volessi fare da grande che rispondevi?

«Il giudice».

Perché?

«Perché ho sempre ritenuto fin da piccolo che la giustizia di Cicerone andasse applicata in maniera equa. I reati vanno perseguiti e non devono esserci diseguaglianze. In Italia c’è bisogno di giustizia».

Hai detto la «giustizia di Cicerone». Lui evidenziava il concetto del bene morale in relazione al quale si stabiliscono doveri e comportamenti. Ma tu hai rinunciato a questo sogno, lasciando gli studi…

«Mi rifarò con le mie figlie, spero che la seconda prenda questa strada».

Dunque, accantonata la scuola, sarai andato a lavorare…

«Sì, a 13 anni. Il lavoro mi piaceva, era anche un divertimento. La bottega da ramaio di mio padre, l’azienda di famiglia che poi ha lasciato a noi e che ho deciso di chiudere nel 2014. Potevo svegliarmi anche a mezzogiorno, all’epoca, poi scendere e lavorare per tre o quattro ore».

Essendo l’azienda di famiglia…

«Avevo dei privilegi, sì».

Avevi tredici anni all’incirca, cosa ti facevano fare in bottega?

«Bucare i manici delle pentole con l’attrezzo apposito, usare il tornio, sono capace di trasformare in padella un disco di rame che man mano prende forma. Mi piaceva il lavoro manuale».

La cosa più bella che hai realizzato?

«Una pentola di quelle che si usavano anche nei quartieri napoletani per tenere calde le pizze. Negli anni ‘90 poi abbiamo fatto un corso di formazione con i ragazzi, insegnando loro come si trasforma una lamiera in un quadro, come l’artigianato diventi arte».

Come si chiamava la ditta che ti ha lasciato tuo padre?

«Come lui, Antonio Gifuni. In seguito io e mio fratello formammo una società e le demmo il nome di “La Presidente snc”».

Perciò, ruolo attuale a parte, è per questo che ti chiamavano «presidente» anche prima?

«No, questo nasce dal fatto che mio padre fosse il presidente del circolo di Sant’Anastasia intitolato a Fausto Coppi, quel nomignolo veniva già affibbiato a lui. ‘O presidente».

Hai ereditato anche quello, dunque. La passione per il ciclismo no?

«Il vero appassionato era lui. Organizzava corse ciclistiche, con il circolo riuscirono a far passare il Giro d’Italia in paese, si facevano anche corse podistiche e corse nei sacchi. Ricordo il cinquantasettesimo Giro d’Italia, stiamo parlando di più di quarant’anni fa, e il palco dove i corridori ricevettero le coppe per il passaggio a Sant’Anastasia. A me piace, sì. Ma ho preferito un’avventura diversa nel campo dello sport: sono stato dirigente del Sant’Anastasia Calcio dal 1996 al 2001, vivendo tutta l’esperienza del campionato di Eccellenza. Eravamo in trenta imprenditori che, insieme con l’allora presidente Antonio Pone, riuscirono a portare la squadra nell’olimpo dei professionisti, in serie C2. Ho scritto quella pagina, il mio nome c’è».

Ti piace anche giocare?

«Nel ruolo di centravanti, quando giocavo mi piaceva segnare».

Da quanti anni sei sposato?

«Da 26 anni, dopo un lungo fidanzamento. Mia moglie Nunzia è diplomata ma ha rinunciato a lavorare per dedicarsi alla famiglia e alle figlie. Ne abbiamo due, Stella che ha 24 anni ed è laureanda in Biologia ed Emanuela che ancora frequenta il liceo».

Quale delle due si racconta sia stata assunta dalla Gori?

«La prima, immagino».

Vogliamo spiegarla questa storia?

«Ma io vorrei lo spiegassero a me quando e dove mia figlia sarebbe andata a lavorare».

Perciò tua figlia non lavora? Né nella Gori né in società collegate?

«Assolutamente no».

Sai, dipende da chi riporta il pettegolezzo: qualcuno dice che l’assunto in Gori sia il fidanzato. Innanzitutto, è fidanzata?

«Sì, il fidanzato non lavora e non è mai stato né segnalato né raccomandato. Anzi mi dicono entrambi che il ruolo che ricopro li penalizza perché non possono chiedere. Alle mie figlie ho insegnato che non bisogna mai essere raccomandati, ho cercato di far loro capire che se si è bravi questo non serve. Se un calciatore lo è – per farti un esempio – gli possono anche annullare tre goal ma il quarto alla fine glielo danno…».

Dunque la passiamo come leggenda metropolitana?

«Questo è. Del resto le mie figlie non soffrono le ingiustizie, magari si sono poste il problema quando hanno saputo che un concorso al Comune di Sant’Anastasia, durante la gestione commissariale, era stato vinto dalla moglie del comandante dei vigili urbani».

Aveva partecipato anche tua figlia?

«No».

E allora?

«Hanno partecipato altri ragazzi, in molti sostenevano che l’esito fosse già scritto».

Ed era già scritto?

«Non lo so».

Mi parli dei tuoi rapporti con la Gori Spa? Il tuo nome è da tempo associato all’azienda, spieghi come mai?

«I miei rapporti con la Gori sono istituzionali, ho cercato di trarre il massimo dal gestore nell’unico interesse dei cittadini. Nasce tutto dalla mia amicizia con Maurizio Bruno, ex presidente, con il quale ho messo in campo sinergie che sono poi servite, permettendo al Comune di Sant’Anastasia di chiudere una lite pendente che durava dal 1999 e che riguardava allacci abusivi. Una storia che interessava via Del Ciliegio, Masseria Coppola Bianca, via Coscialonga, via Macedonia, Masseria Cutinelli, limbo pomiglianese dove il Comune di Sant’Anastasia pagava l’acqua ai residenti del paese limitrofo. Lì nessun politico aveva messo mano, anzi nel ’99 l’allora sindaco Iervolino fece disattivare le forniture ma le riattivò nel gennaio 2000 con l’impegno che sarebbero state censite le persone e sarebbero poi stati fatturati i consumi a chi indebitamente consumava l’acqua senza pagarla».

La situazione si è poi risolta durante l’amministrazione di Carmine Esposito, tu eri consigliere comunale e «delegato» ad interessartene.

«Cominciai ad interessarmene nel 2011 quando un consigliere comunale, Carmine Capuano, fece notare l’esistenza di una lite pendente tra il Comune di Sant’Anastasia e la Gori nonché la necessità di affrettarsi nel correre ai ripari prima che intervenisse un giudizio negativo. Mi ci misi e feci puntigliosamente una ricostruzione storica minuziosa. Fino al 2011 il debito maturato con la Gori ammontava a un milione di euro circa. Il Comune si difendeva in primo grado ma la situazione era tale da presagire che sarebbe stato soccombente, facendo cadere una non piacevole tegola su Palazzo Siano. Ebbene, noi facemmo un accordo: un terzo lo avrebbe pagato il Comune, un terzo la Gori e un terzo gli utenti. Poi noi non abbiamo più pagato giacché ci siamo resi conto che erano stati accesi dei mutui a favore dell’Ato per un milione e 820mila euro – durante la gestione Iervolino – e per le infrastrutture che l’azienda doveva realizzare. Dunque stiamo pagando i mutui ma non abbiamo pagato il terzo dovuto nell’accordo, compensando crediti e debiti: ci siamo accorti che stavamo corrispondendo somme indebitamente visto che gli investimenti spettavano al gestore».

Quasi quasi è la Gori che deve qualcosa al Comune?

«Sì, qualche milione di euro ancora».

Non credi che l’acqua dovrebbe essere pubblica?

«L’acqua è pubblica. Sfido chiunque a dire il contrario. C’è un Ente d’Ambito e i Comuni sono soci al 51 per cento, Gori è il gestore ed ha il 49 per cento. Sbagliano i sindaci che invece di passare per l’Ato si rivolgono alla Gori, non è questo il passaggio istituzionale. Un Comune deve rivolgersi all’Ente d’Ambito, programmare – per esempio – la realizzazione di reti idriche e fognarie. Sarà poi l’Ente d’Ambito, una volta stabilito il principio e deliberato, a demandare a Gori la realizzazione delle opere».

Se ho compreso bene, sostieni che sono i sindaci a non far valere fino in fondo i propri diritti?

«Guarda, a me che il gestore si chiami Gori o Pinco Pallino non importa. Gli aumenti tariffari, tutto quel che attiene la parte economica, lo gestisce l’Ato, così come gli oneri concessori. Dell’Ato fanno parte i sindaci.

Tu sei stato, se non erro, delegato del sindaco Esposito anche nell’assemblea dei soci dell’Ato.

«Sì, per l’approvazione del Bilancio. Sapevamo all’epoca che, avessimo o meno votato, i cittadini sarebbero stati chiamati a pagare. Se crolla Gori, i debiti ricadono sui Comuni, vale a dire i maggiori azionisti. Io capisco che fare populismo e demagogia sia semplice ma i fatti sono questi. Intanto noi, dal 2010, al contrario di altre amministrazioni, abbiamo tentato di ottenere il massimo da Gori, a cominciare dalla messa in esercizio del serbatoio Olivella. Fino al 2011 nessuno sapeva di chi fosse la responsabilità, ossia della Regione che l’ha poi affidato al gestore Gori. Ora funziona, pensa che risale appena appena al 1973».

Insomma, a tuo parere, perché in molti sostengono che tu abbia avuto dei vantaggi?

«Io sono solo stato più intelligente e onesto degli altri. Ho chiesto diritti per i miei concittadini e non posti per mogli o altri parenti, come hanno fatto all’epoca ex assessori».

Oggi alla guida della Gori c’è Amedeo Laboccetta, hai lo stesso filo diretto che avevi con Maurizio Bruno?

«Il filo diretto ce l’ho con l’amministratore delegato, Claudio Cosentino. Mi accolgono bene perché non vado lì a dire che i miei concittadini non devono pagare. Chiedo il massimo, tento di ottenere rateizzi, cerco di sfruttare i contributi previsti per legge, utilizzo ogni strumento legislativo e normativo a disposizione. Non faccio “clienti”, faccio applicare la legge. È questa la differenza tra me e gli altri».

Quindi i cittadini si rivolgono a te anche per questo. Li hai presi così più di seicento voti?

«Veramente in molti pensavano fosse controproducente dal punto di vista elettorale far disattivare le forniture idriche a centinaia di utenze, tant’è che negli anni precedenti nessuno lo ha fatto. Io ho cercato di tutelare gli altri 28mila cittadini che pagavano indebitamente anche per quelle utenze».

Hai detto di aver mangiato «pane e politica» fin da bambino. Ma attivamente quando hai cominciato ad interessartene?

«Da sempre, davvero. Fin da bambino. Ricordo consigli comunali di fine anni ’70 e inizio degli anni ’80, le transumanze di consiglieri che tradirono l’avvocato Luigi Cautiero per passare con il sindaco Antonio Manno, le monetine lanciate…».

Eri socialista?

«Mai stato socialista anche se molti, non so perché, mi affibbiano questa appartenenza. Mi sentivo già all’epoca un liberale di cultura e di fatto, per il mercato, per l’impresa. Questo non significa che disdegni il valore e la dignità che Bettino Craxi, ultimo statista, ha dato all’Italia e agli italiani. Glielo si deve riconoscere».

La tua prima tessera di partito?

«Quella di Forza Italia, nel 1998».

Ti sei tesserato dopo le elezioni del ’97 allora, le amministrative in cui vinse il centrosinistra di Iervolino e Forza Italia, candidato sindaco Luigi De Simone, perse in ballottaggio. Tu eri candidato?

«Sì, con la lista Rinascita, candidato sindaco Carmine Pone. Non fui eletto».

Ti ricandidasti poi nel 2007, quando proprio Pone fu eletto sindaco. Ma nemmeno allora riuscisti a sedere in consiglio.

«La mia prima volta da consigliere risale al 2010 con la vittoria di Carmine Esposito – da indipendente di La Destra nella lista Pdl con 258 preferenze – in fondo sono una matricola nelle istituzioni, anche se veterano dal punto di vista della partecipazione politica. Nel 2009 mi candidai anche alle provinciali con La Destra di Storace con discreto successo: 617 voti a Sant’Anastasia».

La Destra però l’hai lasciata da tempo.

«Ci sono rimasto fino alle politiche del 2013. L’esperienza finì perché avevamo un coordinatore regionale, Carlo Aveta, che sedeva allora anche da consigliere a Palazzo Santa Lucia, il quale invece di interessarsi ai problemi della gente pensava a fare leggi sulla caccia».

Hai preferito i movimenti civici…

«Un indirizzo, una strada, l’ha tracciato anche l’ex sindaco Esposito ben sapendo che i partiti stavano oramai per implodere. La distanza tra chi era eletto pensando di essere un mammasantissima o il podestà di turno e chi invece si impegnava, si candidava e poi veniva dimenticato per poi ricordarsene dopo cinque anni. Io ho subito sulla mia pelle tutto ciò, perciò fui d’accordo con lui nell’allontanarmi dai partiti. Oggi non dimentico chi mi ha fatto eleggere, per formare un seggio c’è bisogno di mille voti, una rondine sola non fa primavera dal punto di vista elettorale. Non lascio mai indietro nessuno che abbia dato un suo contributo, fossero dieci, venti, trenta o cinquanta voti, per farmi eleggere creando il quoziente necessario».

Nel 2010, la prima esperienza da consigliere come è stata?

«Ero titubante, come un ragazzo che va per la prima volta in bottega. Poi man mano si è creato un certo feeling e, appunto come avviene in una bottega artigiana, il «maestro» si accorge subito chi è capace e chi è mediocre, chi vuole dare il massimo e chi no. Ho imparato tanto da quella esperienza, anche perché la questione morale veniva prima di tutto, io mi sento tranquillo e pulito su ogni cosa che ho realizzato, penso veramente di aver fatto gli interessi degli anastasiani».

Non avevi incarichi particolari con Esposito, eri un consigliere comunale. Cosa può fare un consigliere?

«Se ha voglia, può fare tanto. Io ero il presidente della commissione Ambiente e Assetto del Territorio: ho approntato il regolamento per il decoro urbano, chiamato in audizione i dirigenti dell’Amav per capire quali fossero le problematiche del servizio e perché si facessero così tanti straordinari. Ho tentato di far valere quello che è il compito di un consigliere comunale: capire, sviscerare, risolvere problemi».

Sei stato d’accordo quando Esposito ha deciso di sciogliere l’Amav?

«Sì, però avrei preferito l’internalizzazione del servizio».

Cioè che lo gestisse direttamente il Comune? Un po’datata come idea, no?

«Non accade quasi più da nessuna parte, ma i dipendenti costerebbero di meno e andrebbero ad impattare meno violentemente sulla tassa dei rifiuti».

L’esperienza dell’Amav?

«Fallimentare, le partecipate nel Meridione d’Italia sono servite ad assumere compagni, amici, parenti, un assalto alla diligenza da parte della malapolitica».

Che fosse un carrozzone politico l’hanno detto in molti, ma io parlavo del servizio…

«Carente. Sulle aziende pubbliche non c’è quel pressing della proprietà per trarre i massimi risultati. Se oggi si va verificare, si nota che il numero dei dipendenti del servizio privato di igiene urbana è lo stesso dell’Amav. Eppure alle 11 il servizio è già terminato: con l’Amav le ore di straordinario potevano anche superare quelle di lavoro ordinario».

Dunque quella è una scelta che hai condiviso. A tuo parere, cosa ha dato al paese l’amministrazione Esposito?

«Al momento dell’insediamento c’era un tessuto degradato al massimo. Esposito ha dato uno scatto di dignità, ha rimesso in moto l’economia, creato entusiasmo, alzato i toni che spesso possono aver dato fastidio a qualcuno ma è proprio quella tensione, quell’entusiasmo, che crea la voglia di fare, la competizione, portando a risultati concreti. Quando si cerca di essere buonisti, pacifici, i risultati non ci sono. Se la gente non vive, per così dire, “sulla corda”, non ha gli stimoli giusti per produrre».

Quell’esperienza è finita per mano giudiziaria, credi alle accuse che sono state rivolte all’ex sindaco?

«No, non può essere. Non ci credo».

Dopo quell’esperienza e un periodo di commissariamento avete deciso, tutti insieme o quasi, di riproporre una squadra nel segno della continuità. Perché la scelta di candidare Lello Abete?

«A dire il vero, dal punto di vista politico, si era già creata l’idea di una certa parte che era con noi di candidare Abete. Io sarei stato più propenso a costruire prima la macchina e solo poi scegliere il pilota».

Tu eri tra coloro che proponeva le primarie, insieme all’ex vicesindaco Romano.

«Sì».

Si dice anche che tu abbia insistito fino all’ultimo minuto perché il candidato non fosse Abete.

«Sì».

Però poi ti sei arreso, perché?

«Perché ritenevo che in quel preciso momento storico chi fosse assurto al ruolo di successore doveva essere legittimato».

Abete lo era?

«Era il nipote di Esposito, il figlio della sorella. E aveva anche uno stuolo di consiglieri che lo ascoltavano e sostenevano oltre ad essere il presidente del consiglio comunale uscente».

Presidente del consiglio comunale uscente di Esposito e anche di Pone. Anche altri non erano d’accordo, no? Il consigliere Salvatore D’Auria si tirò fuori. Vincenzo Romano non si è candidato.

«D’Auria è andato via, Romano non si candidò solo per incomprensioni legate alle liste. Io alla fine ho ceduto e firmato, sono stato l’ultimo a farlo, il 25 aprile del 2014».

Perché decidesti di rimanere?

«Perché erano rimasti tutti quelli della prima ora, la squadra c’era».

 Come fu quella campagna elettorale?

«Senza contenuti, senza politica. Anche in ballottaggio. Uno dei contendenti che attaccava a testa bassa – e su fatti giudiziari – chi non poteva difendersi e l’altro con il suo modo di essere pacato, cercando di non alzare i toni per tentare di condurre la nave in porto».

L’ha fatto, l’avete fatto.

«Ce l’abbiamo portata. Dirò una cosa: analizzando quel voto, Abete è stato il sindaco verso il quale il popolo ha mostrato più consenso, prendendo 350 voti più delle liste».

Un altro al posto di Abete avrebbe avuto le stesse chances?

«No, lui partiva da un vantaggio, le persone lo individuavano come il nipote di Esposito, il suo successore naturale. Non so se verso altri ci sarebbe stato il medesimo consenso».

Tu sei stato il candidato consigliere più votato. Come si accumulano 656 preferenze?

«Stando quotidianamente in mezzo alla gente. Tutti si sentono “uomini del popolo” ma poi alla fine bisogna starci davvero e questo vuol dire vivere i problemi, rispondere, stare vicino alla gente, questa è la differenza, fa la differenza».

Questa semplificazione non rischia di degenerare in clientelismo?

«No, far realizzare tre chilometri di rete fognaria, per esempio, è compito del politico. Ciascuno di noi si presenta al giudizio della gente dicendo quel che farà, che siano strade, marciapiedi, creare lavoro».

Una cosa è la campagna elettorale, altra la prova dei fatti. Cosa ti chiedono i cittadini quando si rivolgono a te?

«Non certo posti di lavoro. Sanno per certo che non potrò darne, nessuno potrà mai sostenere che sono andato a casa sua promettendo cose simili. Anzi, se me lo si chiedeva, io consigliavo di votare per qualcun altro. A me chiedono cose normali, un parco giochi per i bambini per dirne una. Abbiamo portato l’acqua, le fogne, le strade dove non c’erano, ci chiedono l’urbanizzazione di aree dimenticate per troppi anni. Far realizzare chilometri di condotte idriche in luoghi dove non c’erano è una soddisfazione immensa per un politico, significa che sarà ricordato per quello. E così non si fanno mica clienti, una volta che la fogna è fatta non è che ti rivotano per sempre. Sono i posti di lavoro che creano la sudditanza e di quelli io non ne ho a disposizione».

Sei presidente del consiglio comunale, un ruolo importante ma non di gestione. Con il risultato elettorale che hai portato a casa non ti è stato chiesto un impegno da assessore?

«Sì, ma ho detto di no».

Per non «rischiare»? Detto in termini «popolari»: per non alzarti dalla sedia?

«No, perché ritengo che se le persone ti votano eleggendoti consigliere comunale è quello che devi fare».

Con questo assunto, nessuno dei consiglieri eletti dovrebbe dimettersi per fare l’assessore.

«Infatti sono contrario».

Non ti senti stretto nel ruolo, non ti limita? Un presidente del consiglio comunale dovrebbe essere super partes, tu sei più «politico». Non finisci per dire più di quanto dovresti?

«Io non parlo troppo, sono stato in silenzio per dodici mesi. Ho rilasciato pochissime interviste, ho cercato di ricoprire l’incarico istituzionale nel miglior modo possibile pur essendo tirato continuamente in ballo. Ho fatto ogni cosa per migliorare il funzionamento del consiglio comunale con un nuovo regolamento rivisto praticamente ex novo, ammodernato un’istituzione ferma agli anni ‘90».

Sì, ma questo ruolo ti limita o no?

«Tantissimo. Sono esuberante, sono come gli israeliani: se mi dai uno schiaffo te ne restituisco due».

I palestinesi chi sarebbero in questo caso?

«Quelli che usano i coltelli alle spalle, come i vigliacchi. La politica va affrontata con i contenuti, non con le dicerie».

Insomma, non sei pentito di aver accettato la carica di presidente dell’assise?

«No, mi piace, è una esperienza nuova. Mi tiene anche un po’ a freno dal punto di vista politico».

Il sindaco, tu, tanti altri, siete stati votati sulla base di una promessa elettorale: la continuità amministrativa. C’è?

«Il fatto è che se due piloti guidano la stessa macchina non è detto che facciano lo stesso tempo. Non tutti possono avere la medesima verve».

Se i meccanici, la squadra, magari anche il secondo pilota sono uguali….

«Saranno sempre tempi diversi, importa chi è alla guida all’interno dell’abitacolo».

Insisto, una Ferrari è sempre una fuoriserie, non è che diventi una 500.

«Sei dai una Ferrari in mano a chi non sa guidarla può diventare peggio di una ‘500».

L’azzeramento della giunta ha evidenziato problemi politici. Hai condiviso la nomina dei nuovi assessori?

«No, è prerogativa del sindaco ma non ho condiviso».

Perché, ad eccezione della vicesindaco, non sono anastasiani? Un architetto di Ottaviano, un manager di Angri…Dopo la nomina il tuo movimento ha prodotto un manifesto con poche parole: «Pronti a governare da soli». Lo spieghi?

«Qualcuno ha anche detto che dovevamo smentirlo, non vedo perché: sotto quel manifesto c’è un simbolo, non le firme dei consiglieri comunali. Se Grillo dice a livello nazionale che uno vale uno non succede nulla, se lo facciamo noi a Sant’Anastasia sembra di aver commesso il reato di lesa maestà».

D’accordo, sarà un problema mio ma continuo a non capire cosa voglia dire «Pronti a governare da soli» visto che siete tutti ancora in maggioranza. O no?

«Occorre sottigliezza e intelligenza per cogliere il senso. Chi dice che non sa darne la lettura è miope, chiuso in qualche luogo dove non riesce più a pensare».

Illuminaci, allora.

«Vuol dire che i professionisti che hanno sostenuto e votato quel movimento, coloro che ne fanno parte, chiederanno a me, a Rosaria Fornaro, a Mario Trimarco, perché dovrebbero ancora votarci se alla fine per governare si scelgono tecnici di Angri».

Il sindaco non ha chiesto a liste e movimenti una rosa di nomi?

«No, hanno detto che questa è vecchia politica. La solita demagogia.  Gli assessori li giudicherò di qui a breve, constateremo se davvero ci sarà un cambio di passo. Sostengono di aver preso in giunta le eccellenze, vedremo sui fatti».

Quindi per adesso non vuoi dire come sta lavorando l’esecutivo bis di Abete?

«È una giunta neonata, per ora non si vede alcun tipo di risultato dal punto di vista politico».

Il risultato più pregnante dall’elezione ad oggi?

«Sono state messe in campo opere già pronte, è stata iniziata la riqualificazione di via Arco».

Non mi riferivo solo a cantieri che sarebbero stati aperti comunque. Un risultato di questa amministrazione, l’attuale?

«Non riesco a ricordarlo».

Mi pare che ci sia «venduti» benino la risoluzione della querelle relativa al mercato ortofrutticolo, no?

«Innanzitutto, sulla comunicazione, ho sempre detto al sindaco che dovrebbe dotarsi di uno staff capace di vendersi bene anche uno starnuto, cosa che non c’è. Sul mercato non saprei dirti, non ho seguito la vicenda dal punto di vista tecnico, anche se posso testimoniare l’impegno del consigliere Trimarco. So soltanto che ora il Comune non deve più dare agli ex proprietari dell’area la somma di cinquemila euro al mese».

 Il vantaggio per il Comune si comprende, quello per i mercatali che non sono tra gli acquirenti qual è?

«Non commento, non ho vissuto l’iter della vicenda in maniera diretta. So che Trimarco è stato anche ringraziato dai mercatali, per il resto non sono informato».

La targa di ringraziamento in rame?

«Non l’ho fatta di certo io».

Ti senti sempre uomo di destra o magari un po’ grillino?

«Uomo di destra, quella sociale, quella che garantisce i deboli, quella non pantofolaia e che aiuta le persone. Quella che affronta la questione morale, fatta di veri valori, che rispetta sempre il settimo comandamento».

Non rubare?

«Esatto».

Questa destra non c’è più?

«No, sono diventati tutti democristiani».

Chi ha scelto il simbolo del movimento Sant’Anastasia in Volo? L’aquila che sovrasta il campanile, simbolo della città?

«L’aquila l’ho voluta io, Vincenzo Romano scelse il campanile».

Perché hai deciso di chiudere la tua azienda?

«Per non mischiare i naturali interessi di chi ha un’attività “in piazza” con la politica».

E come vivi?

«Con gli emolumenti che percepisco dal Comune».

Ossia, al netto dalle tasse?

«Sono 888 euro al mese che cerco di guadagnarmi».

Non vorrei farti i conti in tasca ma tua moglie è casalinga, hai una figlia all’Università e l’altra alle superiori, nessuna delle due lavora per la Gori o per altre aziende, ribadisco: come vivi?»

«Non devo pagare l’affitto di casa ed ho altre proprietà che rendono. Sono benestante, anche se non so per quanto giacché per vivere intacco ogni giorno ciò che avevo messo da parte lavorando. Ma preferisco così, quando mi hanno eletto ho subito detto a mia moglie che sarebbero cominciati i problemi».

Lei ti sostiene?

«Non è contenta, preferiva ovviamente il periodo in cui avevamo un tenore di vita diverso».

Perché si fa una scelta così penalizzante dal punto di vista economico? Hai detto di avere proprietà ma è comunque difficile, a meno che uno non abbia entrate di diverso genere…

«Mia moglie lo dice sempre: “chi te lo fa fare?” Ma io sono come un salmone, nuotare controcorrente mi affascina».

Dunque non hai altre entrate? Sai, quando un amministratore sostiene di «perderci» si insinua il tarlo del sospetto, quello che guadagni soldi in altro modo.

«La mia integrità morale non è in discussione, possono radiografare ogni aspetto della mia vita, controllare i conti correnti. Il discreto patrimonio accumulato lo sto intaccando per vivere. E come già detto applico il settimo comandamento ed ho costanti contatti con le forze dell’ordine».

Poco dopo le elezioni fu recapitata al Comune una busta con alcuni proiettili, era destinata a te. Hai avuto paura?

«Sì, ne ho avuta. Ma è quel che succede quando qualcuno decide di “sbattere” il mostro in prima pagina. Ed era il periodo in cui si discuteva delle partite pregresse Gori. Votammo l’aumento tariffario per il ripianamento degli esercizi pregressi oltre che la riduzione di dieci centesimi al metro cubo per nuclei familiari composti da quattro persone. Fu un voto trasversale, io rappresentavo uno dei pochi Comuni in cui le carte le avevamo lette e sapevamo benissimo che se l’Ato fosse stato soccombente le pene le avrebbero pagate i Comuni».

Perciò credi che i proiettili avessero a che fare con quella storia?

«So di essere stato attaccato violentemente sui social, con manifesti, ovunque. Se parliamo di acqua parliamo di vita, però nessuno dice che l’ABC (ndr, Acqua Bene Comune) compra acqua dalla Regione Campania a 16 centesimi il metro cubo per poi rivenderla a Gori a 54 centesimi».

Hai detto di aver seguito la politica locale fin da ragazzino. Chi è stato il miglior sindaco di Sant’Anastasia?

«Carmine Esposito per impegno, caparbietà, entusiasmo. È stato il migliore».

Gli altri?

«Di quelli ante elezione diretta sentivo parlare, posso dire soltanto che avevano ogni cosa per fare bene e realizzare. Dall’organico comunale ai soldi».

Partiamo dal 1995 allora: Mario Romano?

«Sarebbe rimasto sindaco se non fosse stato tanto caparbio. C’era un Piano Regolatore Generale approvato e ricordo che ebbi uno scontro con il suo assessore all’urbanistica sui piani di insediamento produttivo. Dicevano che occorreva una variante perché erano “a macchia di leopardo”. Diciamo la verità: per me è stato più facile diventare presidente del consiglio comunale che creare un opificio».

Cioè, se ci fossero stati i Pip avresti colto l’occasione?

«Già negli anni ’90 avrei voluto realizzare qualcosa. È il mio rammarico più grande».

Parlavamo del sindaco Romano.

«Quell’esperienza non poteva durare, ruppero già dopo sei mesi».

Enzo Iervolino? Un sindaco che ha governato dieci anni avrà prodotto qualcosa di buono.

«No, ne è prova il suo risultato elettorale quando si candidò al consiglio comunale dopo quei dieci anni. 238 voti».

Carmine Pone?

«Una meteora. Io lo sostenni, con molti altri. Credo che le poltrone cambino molto le persone, ad un certo punto era come se fosse narcotizzato».

Colui che dici il sindaco «migliore», Carmine Esposito, ha fatto qualcosa nella sua esperienza di governo che non condividi?

«No, di lui si può criticare solo il carattere, le arrabbiature. Basta conoscerlo e questo particolare diventa trascurabile. C’è qualcosa che non condividevo: lo stuolo di cortigiani, quelli che gli dicevano sempre che andava tutto bene. Spesso atteggiamenti del genere fanno perdere di vista la realtà».

Lello Abete?

«Lui è molto più calmo, dovrebbe avere un “cerchio magico” diverso».

Perché?

«Perché il cerchio magico inebria. Le critiche servono a crescere, a capire. Per uno come me che viene dal mondo del lavoro è inaccettabile assistere ai tempi elefantiaci dei dipendenti pubblici. Mi arrabbio. Le cose vanno fatte subito e bene. Il sindaco Abete ha bisogno di essere criticato e di prendersi il meglio delle critiche, darsi un taglio diverso».

Dunque cos’è che non funziona?

«Arrivare dopo Carmine Esposito non è semplice, i paragoni sono quotidiani. Se anche si dipingesse il paese d’oro nessuno lo vedrebbe. Credo che sui problemi bisognerebbe essere più aggressivi. Solo così potranno avere un cambio di passo».

Potranno? Perché non dici «potremmo»?

«Io sono il presidente del consiglio comunale, anche se non ho perso la verve politica. Sono loro ad avere la gestione. Rispetto le istituzioni ma dico anche che con la squadra che il sindaco si è creato adesso non ha più alibi».

L’ha scelta lui.

«Appunto. Se fino a ieri poteva averlo un alibi oggi non è più così. La politica non ha fatto alcuna invasione di campo, si è scelto gli assessori in piena autonomia».

Immagino che a un certo punto, da politico, farai un bilancio di questa esperienza. Due anni, quattro, quanto?

«Dopo 24 mesi già si può. Un anno è già trascorso. Diciamo in primavera. Con il nuovo bilancio di previsione. La nuova armonizzazione contabile andrà in vigore dal 2016 insieme al Dup, il documento unico di programmazione. Una rivoluzione attraverso la quale la politica si riapproprierà del proprio ruolo, diventerà più forte quando finora, in molti casi, ha abdicato sottostando ai funzionari».

Il tuo sindaco Esposito diceva che a Sant’Anastasia i funzionari prendono il sopravvento se non li si tiene a bada. È ancora così?

«Non solo qui e non solo al Comune ma in qualsiasi azienda. In Italia si è abituati a lavorare con il fiato sul collo. E così devono lavorare».

Così stanno lavorando?

«Dovresti chiederlo al sindaco».

Ti ho chiesto un parere.

«Io vedo, ma non vedo».

Non vedi il fiato sul collo?

«Non vedo lo stesso approccio».

Hai intenzione di rispondere solo alle domande che ti piacciono?

«No, ma alcune domande sono imbarazzanti per il ruolo istituzionale che ricopro».

Il cimitero comunale, stato dell’arte?

«Premesso che già all’epoca Iervolino io ero contro il progetto di finanza perché ritengo che non si debba fare mercimonio sulla morte, credo che al momento l’unico vantaggio l’abbia avuto il responsabile del procedimento: ossia ha già ricevuto il 40 per cento delle sue spettanze. Per il resto faccio pressione da mesi per il cambio del regolamento di polizia mortuaria e proprio qualche giorno fa il funzionario ci ha dato conto per la prima volta. Vedi, noi avevamo un problema: chi è nato a Sant’Anastasia ma vive altrove, pur volendo, non poteva scegliere di essere seppellito qui. Abbiamo cercato di ovviare, è questo il ruolo dei consiglieri, regolamentare. Se lo si fa non si ha bisogno di “clienti” perché il servizio c’è, è lì».

Da presidente, credi che l’opposizione in consiglio comunale sia dura?

«Non si sforzano nemmeno. Aspettano il cadavere sulla riva del fiume, convinti che ci si ammazzerà dall’interno».

Di cosa ha bisogno Sant’Anastasia?

«Di una zona industriale per far ripartire l’economia, di politiche sociali che funzionino nel miglior modo possibile, di un’amministrazione capace di regolamentare e dare servizi ai cittadini tentando di renderli liberi dai bisogni. Perché un uomo è libero quando è libero dai bisogni».

Un po’ di questi risultati possono essere raggiunti in un anno?

«Voglio crederci, se vedessi che non ci sono le condizioni deciderò».

Quando sono andate via persone con le quali avevi lavorato fianco a fianco, non hai avuto la tentazione di mollare e seguirli?

«Ce l’ho sempre. Quotidianamente mi misuro con la tentazione di andare via e rifarmi una vita lavorativa. Non dirò mai che gli emolumenti comunali sono pochi, anzi cerco di guadagnarmeli tutti, ma ho la sensazione che si potesse rimanere tutti insieme, anche litigando, anche con le diversità, senza perdere nessun pezzo».

Ambizioni politiche ne hai?

«Mi piacerebbe andare nei luoghi in cui si legifera a favore dei cittadini. Arrivare in Parlamento e fare una legge semplice: se i politici durano cinque anni, altrettanto deve valere per i dipendenti pubblici. Potrebbero lavorare 40 anni a rotazione in otto comuni limitrofi, liberando i palazzi da quelle incrostazioni di sudditanza da parte del politico. Mi spiego: se io domattina litigo con il comandante dei vigili urbani al momento vale un certo rispetto istituzionale, ma se un domani non fossi più in politica potrebbero cominciare le ritorsioni. Questo vale per tutti».

Hai intenzione di candidarti alle politiche?

«Ho già fatto un’esperienza nel 2013 da candidato al Senato con La Destra. Presi 812 voti a Sant’Anastasia su un totale del partito che ammontava a cinquemila voti in tutta la Campania. La politica è essere al posto giusto nel momento giusto, vedremo».

Si ha l’impressione che il tuo dirti «uomo del popolo» sia un po’ vanto. Che tu riesca a gloriarti persino di non aver voluto continuare gli studi. Non hai mai pensato da grande di prendere un diploma?

«Mio fratello mi aveva convinto anche a pagare i bollettini appositi, a far l’iscrizione. Dovevo andare a sostenere l’esame ma ho scelto ancora una volta di non farlo».

Perché?

«Alla fine, vedendo il mondo in cui vivo e in cui rappresento i miei concittadini, credo che nessuno si accorga che non sono laureato».

Ma tu ne vai quasi fiero…

«Ottaviano Del Turco, ex ministro, deputato, aveva il diploma di scuola media serale. Craxi era appena diplomato, è stato Presidente del Consiglio dei ministri e riconosciuto statista. Ci sono decine e decine di politici che hanno fatto più e meglio di chi aveva titoli di studio».

È anche raro vederti in giacca e cravatta, in «divisa» diciamo così istituzionale. Lo fai perché ritieni che il popolo ti senta più vicino così?

«Tengo a rimanere quello che sono sempre stato. Quando indossi giacca e cravatta l’atteggiamento nei tuoi confronti si modifica, crei sudditanza psicologica».

In un certo target di elettorato magari…

«Mi votano fior di professionisti che la gente nemmeno immagina. Non ho difficoltà a relazionarmi e pesco in tutti i ceti sociali».

Esistono ancora i ceti sociali?

«No, ci sono ricchi e poveri. Il ceto medio non esiste più».

Quindi credo volessi intendere che ti votano ricchi e poveri. Tu sei povero o ricco?

«Mi sto avvicinando più alla povertà».

La battaglia sulla zona rossa della scorsa amministrazione è scomparsa dall’agenda politica? Così come quella sui condoni del 2003?

«La battaglia si è fatta perché c’era un sindaco vulcanico, è scomparsa perché c’è chi vuole tenere i toni bassi».

E tu?

«Io sono sempre il presidente del consiglio».

Chiaro, ma hai detto anche di non aver perso la verve politica.

«Io ho un’idea mia, tutta personale. Sanerei tutti gli abusi di necessità. Mettiamo che per abbattere una costruzione occorrano centomila euro. Io la sanerei facendomi dare il denaro e rimpinguando anche le casse comunali».

Quante pratiche di condono sono giacenti al momento?

«Milleottocento circa».

Nemmeno tantissime, direi.

«Infatti, Sant’Anastasia non è stata così violentata dal punto di vista urbanistico, a differenza di altri paesi».

Però avrebbe bisogno di una risistemata dal punto di vista urbanistico ed edilizio, non trovi?

«Come no, ci vorrebbe un Piano Marshall per l’edilizia in Campania a dire la verità».

Esagerato, addirittura un piano post bellico.

«Sì».

Se l’ex sindaco Esposito si candidasse tra un anno, tu dove saresti?

«Se lo facesse tra un anno vorrebbe dire che qualcuno avrebbe già mandato a casa il sindaco attuale. Io dico solo che se non ci saranno più le condizioni da un punto di vista politico mi dimetterò, non sarò io a staccare la spina».

Ti dimetteresti dal ruolo di presidente o da consigliere?

«Da consigliere».

Subentrerebbe l’ex assessore Barra, in quel caso. Quali sarebbero le condizioni in cui opteresti per questa scelta?

«Se ci fosse un ribaltone in consiglio».

Cosa intendi per ribaltone? Parli di posizioni ufficiali e palesi o anche di soli voti di componenti dell’opposizione al bilancio, per esempio?

«Già se uno o più componenti dell’opposizione votassero un bilancio lo considererei un ribaltone».

Secondo te, la dialettica accesa tra chi è andato via dall’amministrazione e chi è rimasto, è una questione politica o una faida familiare come dice qualcuno?

«Le faide le lasciamo ai paesi arabi. È senza dubbio una questione politica».

Che tu condividi almeno in parte?

«Sarei stato per la lotta dura dall’interno».

Di recente la consigliera Zucconi, capogruppo di Alleanza per Sant’Anastasia e attualmente all’opposizione, ha presentato una richiesta di revoca in autotutela di due delibere con le quali si destinano fondi Rif alla riqualificazione di via Marconi. Si è sollevata una polemica accesa tra chi sostiene che quel finanziamento era vincolato, da destinare unicamente a via Pomigliano, al quartiere Starza. Tu che pensi?

«Non sono d’accordo, anche se si perdesse il finanziamento di via Marconi – cosa che non è accaduta – perché togliere ad un quartiere destinando ad altro uso quello che non si è stato capaci di prendere? Il fatto è che quel finanziamento andava ad impattare sul patto di stabilità».

Cosa fai nel tempo libero dagli impegni?

«Cerco di stare con mia moglie quanto più è possibile. E di leggere qualche libro».

L’ultimo che hai letto?

«Sto leggendo la biografia di Socrate. Mi ha colpito e affascinato una sua frase: “Io so di non sapere”».

Tu sai di non sapere?

«Sì».

Cerchi di sapere o ti crogioli nel fatto che non sai?

«Tento di dare una risposta a quello che non so».

Il tuo film preferito?

«Non ci resta che piangere, con Massimo Troisi. Racchiude il senso dell’identità campana, quella convinzione che la “nottata” deve passare, ciò che quotidianamente viviamo ancora oggi».

Il politico che ammiri di più?

«Bettino Craxi come statista, mi è rimasto impresso l’episodio di Sigonella quando riuscì a dare un minimo di dignità alla nazione senza farsi mettere i piedi in testa dagli americani. Dopo gli italiani, nel cui Dna c’è il tradimento, hanno dimenticato subito e in fretta. Il popolo non è mai riconoscente».

Sei italiano anche tu, hai il tradimento nel Dna?

«No, tento di dissentire, ma non tradisco. Se le cose non mi piacciono vado via e basta».

Tra i politici attuali, nessuno?

«Sono tutti autonominati, autoreferenziali. Guarda il consiglio regionale campano dove sembra si faccia politica per discendenza: i figli di Amato, Fiola, Cesaro».

Non aderirai mai più ad un partito?

«Non credo abbiano più ragione di esistere, i partiti. Almeno finché saranno strutturati dall’alto e non su basi solide, secondo la Costituzione italiana. Tu vai in un partito, ti usano durante le elezioni e dopo non ti fanno nemmeno più una telefonata. Io lo dico in faccia a tutti quando vengono a chiedermi voti alle regionali, alle politiche…».

Alle ultime regionali chi hai sostenuto?

«Marco Nonno. Da me è venuto anche Armando Cesaro, ma gli ho detto che non lo avrei votato perché le vittorie hanno molti padri e le sconfitte sono sempre orfane. Si deve scegliere una sola persona sul territorio, almeno sai chi è che ti ha sostenuto. Non amo stare nei luoghi dove intorno ad un osso ci sono troppi cani».

Qual è l’angolo di Sant’Anastasia che ami di più?

«Via Marconi, ogni mattina alle 7, 10 mi ritrovo lì. Sono ormai vent’anni che incontro gli amici sempre sulla stessa panchina, parlando di calcio, delle cose che non vanno, non di politica. È difficile trovare un politico che sia già in strada a quell’ora».

Ne ho conosciuto qualcuno, in verità.

«Secondo me bisognerebbe riandare ai tempi di Giuseppe Pone».

Anche. Di cosa avrebbe bisogno il paese a tuo parere me lo hai detto. Immagina per un attimo che domattina sia tu a svegliarti sindaco. Qual è la prima cosa che fai?

«I Pip, i piani di insediamento produttivo, il mio sogno nel cassetto».

Lo stato dell’arte oggi?

«Ho chiesto all’assessore Prisco di fare come se questo “bambino” fosse nato adesso e di rispondermi per iscritto su ciò che ha ereditato e su quello che intende fare. Sto ancora aspettando la risposta».

Non ti pare che la grande assente a Sant’Anastasia sia la Cultura?

«Sì, anche perché credo che investire in cultura aiuti a rendere gli uomini liberi. Il sapere porta a non avere padroni, ad avere la libertà mentale di scegliere chi può rappresentarti. Siamo in un momento di crisi e non possiamo spendere soldi per alcune delle iniziative fatte finora, andrebbe creato invece un grande evento coinvolgendo le menti pensanti di questo paese che però non scendono in campo, magari perché hanno paura, perché non fanno parte di alcuna casta».

 C’è qualcosa che vorresti assolutamente realizzare nella tua vita, un obiettivo?

«Sogno di realizzare una grande azienda per creare lavoro, per dimostrare che il Sud Italia non è solo assistenzialismo e clientelismo. Il settore del rame ha una potenzialità enorme a livello mondiale, si potrebbe abbinare la pizza con le oliere nostrane per esempio. E un’impresa si può fare, anche senza finanziamenti pubblici».

Un’eccellenza di Sant’Anastasia, ad oggi?

«Le Cantine Olivella stanno conquistando il mercato, ma una rondine non fa primavera».

Il proverbio che ti rappresenta di più?

«Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te»

Chi è oggi, per te, un uomo di destra?

«Non ne vedo».

Intendevo cosa fa oggi un uomo di destra?

«Aiuta le persone, cerca di far applicare le leggi, tiene da conto la questione morale».

Un difetto che trovi negli anastasiani?

«Sono un po’ pettegoli».

Il tuo?

«Non riesco a dimenticare se mi si fa del male. Non sono vendicativo, magari perdono. Ma non dimentico. Ne ho anche un altro: non bisogna mai dirmi un segreto perché lo rivelo subito se non attiene alla sfera privata».

Un pregio?

«Non mi arrabbio mai, mi dicono che sono una “spugna”. Assorbo tutto».

Se vincessi molto denaro alla lotteria?

«Non compro biglietti della lotteria».

Te lo regalano, vinci. Cosa fai con il denaro?

«Ne destino una parte alle persone veramente indigenti spedendo vaglia e assegni circolari. Una parte la tengo io per vivere tranquillamente non spendendoli. Con il resto realizzo qualcosa che lasci il segno».

Vuoi lasciare il segno.

«Sì».

Perché? Una sorta di riscatto?

«Perché le persone sono ricordate per quello che hanno fatto. Sono i beni materiali che rimangono. Vedi gli scavi di Pompei e ti ricordi che sono lì perché c’erano i romani».

Tu perché vorresti essere ricordato?

«Per dimostrare che nella vita invece di parlare si può anche fare. Parlare di meno e realizzare di più».

Se potessi invitare a cena a casa tua chiunque al mondo, chi sceglieresti?

«Soltanto i miei amici, per passare una serata piacevole».

Puoi farlo sempre.

«Le persone importanti non mi interessano, il potere va usato per la gente non per ostentarlo».

Non fai un po’ demagogia?

«Oggi sono la seconda carica istituzionale in città, potrei vantarmene ma non lo faccio. Mi presento sempre come Mario Gifuni, non come presidente del consiglio comunale».

Credo sia un comportamento normale.

«Eppure è capitato che qualcuno non mi abbia ricevuto conoscendo soltanto il mio nome, aprendomi le porte quando gli hanno detto che ruolo ricoprivo. Parlo di imprenditori».

L’amicizia cos’è per te?

«L’amicizia è sacra, essere veri amici vale più che essere fratelli. Non ho amici in politica, lì c’è molto opportunismo, gli amici sono quelli che incontro il sabato sera cenando a casa loro o da me. Quelli cui importa non cosa faccio ma chi sono, quelli che se alzi il telefono alle 3 del mattino ci sono sempre».

Il tuo viaggio più bello?

«Il viaggio di nozze, in Israele e in Egitto. Una crociera. Ricordo il museo del Cairo, i luoghi dove è nato Gesù. Fu tutto molto bello, la meta la scelse mia moglie».

 Tu sei cattolico?

«Non praticante. Quelli che si battono il petto in chiesa sono i più cattivi. Si vive di azioni».

Il viaggio che vorresti fare?

«Andrei via dall’Italia definitivamente. Lo dico sempre alle mie figlie che devono andare all’estero. In Inghilterra magari, dove c’è la democrazia che considero più avanzata».

Cosa hai insegnato alle tue figlie?

«L’onestà. E il merito, parola piccola e importante. Loro non saranno mai delle raccomandate».

Il regalo più bello che hai ricevuto?

«Sono loro, le mie figlie».

Quello che hai fatto?

«Mi è rimasto impresso un giocattolo, una casa di Barbie a forma di camper che si smontava e rimontava. Mia figlia, la prima, lo custodisce ancora gelosamente».

Se dovessi descriverti in due parole?

«Sono un uomo semplice, che bada alla sostanza e non all’immagine».

Quale è il male più radicato della nostra società?

«L’apparire».

Per te è proprio una costante, quasi un’ossessione, provi fastidio. Hai subito qualche trauma, un’esperienza negativa?

«No, semplicemente ritengo che molta gente vuole apparire più che essere. Questo non porta ad alcuna crescita. Per esempio, ci sono decine di imprenditori che creano ricchezza e lavoro pur non apparendo».

Di recente è nato «Fare Futuro», un movimento politico al quale hanno aderito un po’ di amministratori e consiglieri in carica. Tu no?

«No, io sono con Sant’Anastasia in Volo, un movimento che è eterogeneo e non vive di pensiero unico».

Pensa di dover andare a richiedere i voti domattina. Il gradimento dell’amministrazione comunale non può dirsi alle stelle, penso che tu te ne renda conto. Avresti qualche problema a tuo parere nel riconfermare o accrescere l’ultimo risultato elettorale?

«Sì, me ne rendo conto. No, non credo che a livello individuale avrei difficoltà. Poi dico che i voti si contano, non si pesano. Nonostante tutto la gente potrà giudicarmi per quel che io avrò fatto. Chi sta tra la gente si rende conto che non è vero che tutto va bene. Invece, chi sta solo dentro il palazzo no, non lo sa perché c’è chi lo osanna. Il gradimento si vede quando c’è entusiasmo».

Cosa farai nel prossimo anno?

«Un cambio di passo sarà difficile perché quando una negatività matura nell’immaginario collettivo non ci sono santi per far cambiare idea al popolo. Io tenterò di far capire che si deve stare tra la gente, risolvere i problemi».

Quali caratteristiche deve avere un sindaco o chi voglia candidarsi a questa carica?

«Deve essere decisionista, autorevole, capace di far comprendere a tutti la bontà del suo progetto».

Cosa diresti ad un giovane che oggi voglia affacciarsi alla politica?

«A un giovane direi di leggere, apprendere, studiare il funzionamento della macchina amministrativa, imparare come si fa una delibera o una determina, direi che la politica delle chiacchiere va tramutata in fatti. Se arrivano senza essere pronti nei luoghi deputati finiscono per non realizzare nulla».

In consiglio comunale ci sono giovani che apprezzi e ritieni validi?

«Mario Trimarco ha indubbie qualità, farà strada se riuscirà a capire che la politica è anche fatta di sogni. Rosaria Fornaro è molto intelligente, come un fiume carsico cerca di inabissarsi raggiungendo gli obiettivi che si è prefissa. Un giovane esuberante come Alfonso Di Fraia ha capacità politiche ma la sua grinta può sembrare aggressività agli occhi di chi non lo conosce, dovrebbe stare più tranquillo».

Torniamo all’ipotesi di prima: sei il sindaco, devi nominare la giunta.

«Dipende dal tipo di giunta».

Il sindaco sei tu, scegli.

«Innanzitutto non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno. Nomi non ne faccio, vorrebbe dire bruciarli».

Non è che domattina ti svegli davvero sindaco…

«No, ma la gente penserebbe che stia nominando Tizio o Caio per motivi reconditi. Posso dirti che da sindaco ridurrei le posizioni organizzative da nove a cinque e darei obiettivi precisi ad ogni assessore».

Qual è la donna più bella che tu abbia mai visto?

«Mia moglie, senza dubbio. È una bellissima donna, anche invidiata».

Hai mai preso droghe?

«Mai».

Il tuo vizio?

«Fumo. Poi sono molto parsimonioso».

Cioè, tirchio?

«Diversamente generoso».

Hai mai fatto qualcosa contro la legge?

«Mai, tento sempre di rasentare le normative. In verità cerco di far poco, quasi niente».

La cosa più strana che ti sia mai capitata?

«Perdere un portafoglio e riaverlo indietro con tutto il denaro. C’erano dentro tre milioni di lire, era il 1992, lo persi a Rivisondoli. Lo riportò alla caserma dei carabinieri di Pescocostanzo un signore che non ha voluto nemmeno lasciare il nome per essere ringraziato».

Tu lo avresti fatto?

«Mi è capitato qualcosa di simile e l’ho fatto: arrivò sul mio conto corrente un bonifico di duemila euro per errore, era destinato ad un signore di Manfredonia. Gli ho accreditato subito il denaro».

Il giorno più bello della tua vita?

«Il mio matrimonio».

Quello più brutto?

«Quello in cui è morto mio padre. Il 17 gennaio del 2000. Lui mi ha insegnato l’onestà, la partecipazione, era sempre tra la gente».

Cosa pensi ci sia dopo la vita?

«Niente».

Ma hai detto di essere cattolico, seppure non praticante.

«Crederci non vuol dire che al di là della vita ci sia qualcosa».

Un loculo al cimitero di Sant’Anastasia lo hai comprato?

«No, ci avevano già pensato i miei genitori».

Cosa ti auguri per Sant’Anastasia?

«Che finiscano quelle liti familiari che vanno avanti dagli anni ’80, che i ragazzi crescano in maniera diversa da noi».

Se fossi un animale?

«Sarei un cane. Ma anche lì bisogna essere fortunati, capitare in una bella famiglia».

La tua vita ti piace?

«Sì, sono contento, non cambierei nulla».

Nulla di cui sei pentito?

«Io no, altri mi rinfacciano spesso di non essere andato a scuola, di sbagliare i congiuntivi».

Se avessi dovuto scegliere un altro lavoro?

«Avrei diretto un’azienda. Mi piacerebbe anche adesso prenderne una in difficoltà e risollevarla. Amo la sfida, mi piacciono i numeri, il mercato borsistico, i soldi».

I soldi. Ma sei come hai detto «diversamente generoso». Cosa compri per te?

«Nulla, se non lo stretto necessario. Se devo spendere soldi mi sento male. Se mia moglie compra il prosciutto da 35 euro al chilo non fa niente ma io non ci riesco. Però lo mangio».

Sai che chi è così avaro lo è spesso anche nei sentimenti?

«Le mie figlie dicono che non riesco a dimostrarli, i sentimenti».

Stupiscile, allora. Dì loro qualcosa che non hai mai detto.

«Sono convinto che abbiano le potenzialità per fare qualcosa di importante per questa benedetta nazione che ha necessità di persone che la amano».

A tua moglie, invece cosa vorresti dire?

«Che è la cosa più importante della mia vita, l’unica cosa importante insieme alle nostre figlie».