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Attore, una lunga gavetta in palcoscenico, celebra i suoi trent’anni di teatro, lui ne ha 42 e calca il palcoscenico fin da giovanissimo.

«Attore», basterebbe. Non occorrono molti aggettivi per raccontare chi è Antonio Merone. Basterebbe scorrere le rassegne stampa degli ultimi trent’anni per farsene un’idea: «Antonio è l’ultimo erede di mio padre» – dice Maria, figlia di Nino Taranto. «Antonio Merone è un degno figlio di Totò» – ha avuto modo di commentare Liliana De Curtis. Ha debuttato nel 1986 in varie compagnie con spettacoli di teatro napoletano e la regia di Carmine Giordano, altro anastasiano doc e ideatore del premio «Franco Angrisano» con la sua scuola di teatro. Pochi anni dopo, era il 1990, recita con la compagnia di Saverio Mattei, attore noto che, formandosi a teatro con Walter Chiari ed Eduardo, ha avuto poi ruoli in numerose fiction, da «Don Matteo» a «Romanzo Criminale». L’anno dopo Merone entra a far parte della compagnia stabile del Teatro Sannazaro di Luisa Conte con lo spettacolo «’Na Santarella» che poi debutterà anche alla rassegna Incontri d’Estate alle Terme di Agnano, insieme a Concetta Barra. Non smette di recitare nemmeno quando parte per il servizio militare: viene invitato infatti a partecipare all’allestimento di uno spettacolo in occasione di un’importante manifestazione delle forze armate, guadagnandosi un elogio da parte del generale Giuliano Montinari. Il 1994 è poi un anno importante per Merone, è allora che fonda la sua compagnia mettendo in scena vari testi con le partecipazioni straordinarie di Franco Angrisano e Olimpia Di Maio. Nel 1999 l’incontro con Mario Scarpetta con il quale inizia un vero e proprio sodalizio artistico, tant’è che sarà proprio Scarpetta a firmare le regie di molti dei suoi spettacoli. Ama Nino Taranto, ed è evidente dagli omaggi che ha voluto tributargli nel corso degli ultimi trent’anni, e sarà proprio la figlia dell’attore, Maria, a scritturarlo per una serie di importanti serate nel 2005, per il ventennale dell’abbandono dalle scene. Nello stesso anno però muore Mario Scarpetta, suo amico e maestro, lui lo celebrerà poco dopo mettendo in scena «Tre pecore viziose». Due anni più tardi, per il quarantesimo anniversario dalla morte di Totò propone «I fratelli Caponi…che siamo noi!», testo di Antonello Avallone tratto dal film «Totò, Peppino e la Malafemmena». Con lui, sul palcoscenico, c’era Liliana De Curtis, figlia del principe della risata. Nel 2008 vince il premio «Mario Scarpetta» al Palapartenope di Fuorigrotta, come migliore attore. Da allora ha sempre calcato le scene, scegliendo di persona i testi: Viviani, Petito, Eduardo e Peppino De Filippo, Scarpetta, Di Maio. Ad aprile, per i suoi trent’anni di teatro, riproporrà al Metropolitan di Sant’Anastasia «I Fratelli Caponi». Nell’intervista che segue si è raccontato con naturalezza, rimarcando non solo il suo amore per il teatro e la famiglia – è sposato, ha due figli – ma anche per Sant’Anastasia dove ha scelto, consapevolmente, di restare.

Antonio, hai sempre vissuto a Sant’Anastasia?

«Ci sono anche nato, mia madre Vincenza mi partorì in casa».

Mi parli della tua famiglia?

«Mamma è casalinga, mio padre Nicola adesso è in pensione ma ha sempre fatto il costruttore edile e avrebbe voluto che anche i figli seguissero questa strada».

Quanti siete?

«Tre fratelli e una sorella, Nunzia. Il primo è Nello ed abita ancora a Sant’Anastasia come me. Almerigo ha ascoltato invece papà, è geometra e si è trasferito più di vent’anni fa in provincia di Perugia dove ha un’impresa edile. Ha deciso di andare via perché lì c’era lavoro, ancor prima che ci fosse il terremoto. Ma adesso è tutto fermo».

Tu non ci hai mai pensato a seguire la strada di papà?

«A dire il vero sì. Quando mio fratello lavorava ancora a Sant’Anastasia io ero con lui e quando poi decise di trasferirsi l’ho anche seguito. Ho resistito venti giorni prima di tornare, alla fine non me la sono sentita di abbandonare il teatro, la mia passione».

I tuoi studi?

«L’Istituto Tecnico per geometri, i primi quattro anni a Napoli, l’ultimo alla Montessori di Somma Vesuviana. Nello stesso anno entrai a far parte della Compagnia Stabile del Teatro Sannazaro di Luisa Conte».

So che consideri il teatro il tuo lavoro, ma è anche chiaro che oggigiorno non credo si possa vivere di questo. Fai altro?

«Per un periodo mi ci sono dedicato interamente ma, avendo una moglie e due figli, ho dovuto trovarmi un’altra attività che mi desse la possibilità di mantenere la famiglia. Da tempo anche i grandi del teatro sono in difficoltà per i tagli che il Ministero, chiunque sia stato al governo, ha fatto sulla cultura. Una compagnia che prima teneva cinquanta o sessanta recite l’anno ora, se va bene, ne fa al massimo una quindicina».

Quindi che lavoro hai trovato?

«Avevo ventiquattro anni quando ho iniziato a fare il rappresentate di un laboratorio fotografico che attualmente ha sede a Pozzuoli. Avevo clienti sulla zona di Caserta e lavoravo dalle 6 del mattino fino alle 15, così c’era il pomeriggio libero per dedicarmi al teatro. Ora, dal 2014 – dopo diciotto anni di lavoro – sono in mobilità. Sono in attesa, sto tentando di capire se posso riprendere con i vecchi clienti».

Ti sei sposato giovanissimo…

«Giovane, avevo 27 anni. Io e mia moglie Clelia abbiamo due ragazzi: Gabriele che ha tredici anni e Francesco, di undici».

Se da bambino ti chiedevano cosa volevi diventare, una volta grande, cosa rispondevi?

«Ho sempre risposto che volevo fare l’attore. Non so perché, mia madre dice a tutti che ho cominciato a recitare già nel suo grembo. Quando frequentavo la scuola elementare dalle suore ai Sodani, speravo sempre che piovesse in maniera che, dopo pranzo, invece di farci uscire in giardino a giocare ci facessero rimanere nel refettorio dove c’era all’epoca un piccolo teatrino. Mi esibivo appena possibile».

Il debutto vero e proprio quando è avvenuto?

«Fu grazie a mia cugina che nel 1986 stava partecipando alle prove del Presepe Vivente di Luigi De Simone. Debuttai con lui, all’epoca era tutto recitato, su un palco, non con le postazioni come da molti anni avviene. Poco dopo il mio compare di cresima, Ciro Fiore, mi indirizzò alla scuola di teatro di Carmine Giordano. Da lì è iniziato tutto».

Dopo le superiori non hai pensato a frequentare un’Accademia?

«Certo, ci ho provato a diciannove anni. Ho tentato il provino all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, la più importante in Italia. Il bando di concorso prevedeva un monologo, una poesia e una canzone. Scelsi una scena da «L’avaro» di Moliere, una poesia di Pirandello e una canzone italiana scritta da un autore napoletano: “Signorinella” di Libero Bovio. Ebbi elogi, ma quel giorno, su venticinque candidati, ne presero soltanto tre. Più tardi, parlando con persone dell’ambiente qualcuno mi disse che occorreva non solo il talento ma anche buone “conoscenze”. Ecco a me le “conoscenze”, soprattutto quelle “buone” sono sempre mancate. Però ho avuto comunque soddisfazioni perché i maestri, che mi avevano visto recitare o che mi avevano accompagnato al piano, mi fecero molti complimenti».

C’è stato un momento in cui hai pensato di smettere, di lasciare il teatro?

«Mai, ho recitato anche durante il servizio militare. Ero a Taranto e, durante una licenza che mi era stata concessa, alla base arrivarono un maresciallo ed un sergente da Bari, in cerca di militari che sapessero cantare o recitare. Un amico fece il mio nome e, non appena rientrato, fui contattato e mi dissero che sarei dovuto partire subito per Bari. Partii in treno e andai a fare questo spettacolo in occasione di una manifestazione organizzata dalle Forze Armate. Furono tutti entusiasti e il comandante della base mi disse, lo ricordo ancora: “Merone, lei mi può chiedere tutto”. Io gli risposi: “Comandante, io me ne vorrei andare a casa”. Ovviamente non mi mandò a casa, ma molto vicino sì, a Grazzanise, in provincia di Caserta”.

Allora vedi che qualche “conoscenza” ce l’hai anche tu?

«Tutto guadagnato da me, però. Ancora oggi sono in contatto con il sergente maggiore che conobbi in quell’occasione, lui ha una compagnia teatrale a Bari, ogni tanto vado a fare degli spettacoli lì, ci sentiamo, siamo amici».

Ricordi il momento preciso in cui ti sei appassionato seriamente al teatro, il ruolo che sognavi da piccolo, per esempio?

«Da piccolo sognavo di interpretare un giorno sul palcoscenico le macchiette di Nino Taranto, avevo un mangianastri e le ascoltavo continuamente. In estate, poi, andavo al mare a Marina di Schiavonea in provincia di Cosenza e i miei vicini di casa erano amici dei nipoti di Taranto. Raccontarono a loro che c’era un ragazzo appassionato e la presentazione tra me e il nipote di Nino Taranto avvenne sulla spiaggia. Ormai ci conosciamo da più di vent’anni, è spesso venuto a Sant’Anastasia e mi ha regalato molto materiale appartenuto a suo nonno, chiamando me – e l’ho ritenuto un grande onore, sempre – per ogni celebrazione, il ventennale dalla scomparsa, il centenario dalla nascita…».

Taranto era un caratterista elegantissimo che passava con naturalezza dalle “canzoni in giacca” alla rivista, alla prosa. Ma non si può parlare del teatro senza ricordare Eduardo De Filippo, che influenza ha avuto lui per te?

«Le commedie di Eduardo, come i film di Totò, fanno parte della mia crescita umana e artistica. Ma per arrivare a recitare i suoi testi, con la mia compagnia, ci ho messo un po’ di tempo, circa dieci anni. Il primo lavoro che ho messo in scena è stato “Sogno di una notte di mezza sbornia”, una delle più comiche a mio parere, la stessa che suo figlio Luca ha interpretato due anni prima della morte.

Un attore dovrebbe avere buona memoria, per te è così?

«Sì, mi basta leggere un copione un paio di volte».

E le emozioni sono sempre le stesse del debutto?

«Sempre come la prima volta, passa tutto dopo le prime battute».

C’è qualcuno cui senti di dovere molto, che potresti considerare un «maestro»?

«Di sicuro devo molto a Carmine Giordano, mi ha insegnato come si sta sul palco, come ci si muove, come ci si comporta, come dire una battuta. Senza di lui, quando sono entrato nella compagnia di Luisa Conte, non avrei saputo nemmeno dove mettere i piedi. Anche Saverio Mattei mi ha insegnato molto ma la vera scuola è stata il Sannazaro, sono stato lì solo due stagioni, però si recitava tutti i giorni, si imparava stando dietro le quinte. Lì passavano i grandi del teatro napoletano, da Giacomo Rizzo a Enzo Cannavale».

Nello spettacolo “’Na Santarella” nel quale lavoravi al Sannazaro c’era accanto a te anche la tua spalla storica, Carmine Beneduce, impiegato all’ufficio tecnico del Comune di Sant’Anastasia e grande appassionato di teatro.

«Sì, andò così: occorreva una comparsa e Giulio Adinolfi, sapendo che io avevo una piccola compagnia teatrale, mi chiese se ci fosse qualcuno che potevo indicargli. Così gli portai Carmine e credo che quella fu la prima volta in cui si decise finalmente a prendere un periodo di ferie dal lavoro. Non so quante ne avesse, di arretrate».

Com’è stato l’incontro con Luisa Conte?

«In quello spettacolo lei non recitava, la protagonista era sua nipote, Lara Sansone, oggi affermata attrice teatrale. Ma curava la direzione artistica e ricordo che mi chiamava “O’ nirone”, per la mia pelle scura».

La compagnia che porta il tuo nome nasce dopo che avevi lasciato la scuola di teatro di Giordano, qual è stato il primo lavoro portato in scena?

«Si chiamava “Vulesse fa l’attore” e, prima di partire per il servizio militare misi in scena un altro spettacolo che inventai da una canzone di Mario Merola, il testo raccontava di un ragazzo che partiva militare lasciando le sue amicizie, i suoi amori, la tramutai in un varietà dal titolo “Totonno se ne va”».

Dove hai incontrato tua moglie Clelia?

«A teatro, da Carmine Giordano. Lei non ha mai recitato ma sua zia ha sposato un fratello di Carmine, vennero a vedere uno spettacolo e poi…è nato quel che è nato. Ma soprattutto sono nati Gabriele e Francesco».

Spesso hai curato, per i tuoi spettacoli, anche la regia.

«Premesso che ciascuno deve fare il suo mestiere, quando ho fatto anche da regista è stato per mancanza di fondi. Se chiami un regista devi anche pagarlo e fare più serate per recuperare. Finché recitavo solo qui a Sant’Anastasia e ci si limitava a quelle dieci o dodici repliche, preferivo far da me. Quando il giro ha cominciato un po’ ad allargarsi la regia l’hanno curata Mario Scarpetta, Corrado Taranto. Ora con noi c’è il bravo Antonino Laudicina».

Il Metropolitan, il cinema – teatro storico di Sant’Anastasia, cos’è per te?

«È casa mia».

Quanti sono i componenti della tua compagnia?

«Tredici o quattordici fissi. Se c’è bisogno, spesso i testi richiedono più attori, se ne aggiungono altri».

Il lavoro più bello che tu abbia messo in scena, quello che più ti è piaciuto?

«A dire il vero, tutti. I testi li scelgo io, mi è piaciuto tutto quel che ho fatto in trent’anni. Certo, la prima volta che ho recitato un testo di Eduardo, era “Natale in casa Cupiello”, è stata una bellissima emozione. Come pure mi ha lasciato un ricordo emozionante “O’ scarfalietto” messa in scena a dicembre nell’occasione degli undici anni dalla scomparsa di Mario Scarpetta».

Come hai conosciuto Scarpetta? Tra l’altro destreggiarsi nella famiglia è difficile: Mario era figlio di Vincenzo e dunque pronipote di Eduardo Scarpetta, creatore del teatro dialettale e autore tra l’altro di «Miseria e Nobiltà», e ha lavorato con un altro suo celebre parente, il prozio Eduardo De Filippo. Ho sbagliato qualcosa?

«Niente, hai “azzeccato” tutte le parentele. Mario l’ho conosciuto a Sant’Anastasia. Era qui per le prove dell’allestimento di “Tre pecore viziose”. È stato in quell’occasione che gli ho chiesto il testo di “La banda degli onesti”, il suo adattamento teatrale dal film di Totò. All’epoca, ricordo che c’era ancora il Gran Caffè in piazza Ferrovia, andammo al bar. Ne approfittai per fare la mia richiesta e lui all’improvviso cambiò faccia, sembrava fosse assente, soprappensiero. Gli chiesi cosa avesse e lui disse: “Questa cosa che mi hai chiesto…mi fa molto piacere che tu lo abbia fatto”. Ecco, in quel momento presi coraggio e azzardai un:” Mi faresti anche la regia?”. Fu contentissimo, disse di sì. E poi in seguito fece una cosa che credo nessun altro avrebbe fatto, una cosa che ricorderò sempre: dopo “La banda degli onesti”, mi propose un altro testo suo tratto da “Signori Biglietti!”, era “Arresto in treno”; durante le prove lui fu contattato da Mario Martone per “I dieci comandamenti” di Raffaele Viviani e perciò da quel momento sapeva che avrebbe trascorso più tempo a Roma che a Napoli. Ricordo che mi disse: “Totonno (lui mi chiamava così), fai tu la regia e miette ‘o nomme mio”. Dunque sulle locandine c’era scritto “regia di Mario Scarpetta”, si fidò, mise in gioco il suo nome per me e penso che questo davvero non lo avrebbe fatto nessun altro».

Altro pilastro del teatro napoletano è sicuramente Raffaele Viviani. Tu hai messo in scena “La Morte di Carnevale”, che risale al 1928, e non per esempio una delle tante sue opere in cui avresti potuto far sfoggio anche delle tue doti canore. Perché?

«Per omaggiare Nino Taranto che ne fu, insieme a Luisa Conte, protagonista nel ruolo di Rafele. Chiesi all’epoca anche la collaborazione di Corrado Taranto che interpretò la stessa parte del padre. La famiglia Taranto ha creduto moltissimo in me, sua figlia mi ha regalato la paglietta del maestro, la sartoria che lui usava per il trasporto dei costumi e che porta impresse le sue iniziali, venticinque basi originali registrate con l’Orchestra Scarlatti di Napoli sulle quali lui cantava quando, girando per feste di piazza e matrimoni, non poteva accompagnarlo un musicista».

La sua «macchietta» che ti piace di più?

«A parte “Ciccio Formaggio” o “Agata”, tra le più note, ve ne sono tantissime altre poco conosciute. Io ho rilanciato “Juana”, “Anacleto”, “Il Testamento”, “E non sta bene”. Ma sono centinaia e centinaia, per ora ne ho imparate circa sessanta».

Hai detto che la tua compagnia recita anche fuori da Sant’Anastasia e dal «tuo» Metropolitan. Dove?

«Intanto a Sant’Anastasia facciamo due spettacoli all’anno e poi si lavora d’estate quando capita e se c’è la possibilità. Poi giriamo i comuni vesuviani, dove ancora ci sono teatri, quindi Somma Vesuviana, San Giuseppe Vesuviano, Ercolano. Ci spostiamo a Cetraro, Vallo della Lucania, Gioia Tauro. Ultimamente ci siamo fermati un po’. Ogni anno la media di dieci o dodici repliche che sono pochissime. Quest’anno abbiamo messo su lo spettacolo a dicembre e poi più nulla».

A tua moglie piace il teatro?

«Sì, le piaceva anche prima, poi si è appassionata da quando mi conosce».

Ai tuoi figli? Ricordo che Luca De Filippo, scomparso a novembre scorso, esordì nel ruolo di «Peppiniello» in «Miseria e Nobiltà», a soli sette anni, con la famosa battuta «Vicienzo m’è pate a me». Prima ancora l’aveva fatto Eduardo, figlio naturale di Eduardo Scarpetta pur portando sempre il nome della mamma, De Filippo.

«Mio figlio Gabriele ha debuttato nella stessa parte quando aveva otto anni, ma ancor prima l’avevo presentato al pubblico quando aveva solo tre mesi. Ho sempre detto che il Metropolitan è casa mia, che il pubblico è la mia famiglia, dunque ho voluto condividere anche in quel momento la mia gioia. Quel ruolo è naturale per chi vive l’ambiente. Stavo preparando “Miseria e Nobiltà”, avevo un figlio di otto anni, non avrei preso mica qualcun altro».

Recitare gli piace?

«Moltissimo. A Francesco, il secondo, meno. Ora ha undici anni, ma la parte di Peppiniello potrà sempre farla, se vuole. Gabriele ha fatto anche altre cose, a maggio la compagnia di Luigi De Filippo stava mettendo in scena proprio Miseria e Nobiltà al Teatro Parioli di Roma. L’ho portato lì per il provino e De Filippo mi disse: “Signor Merone, la segretaria mi ha detto di aver visto – tramite Facebook – che anche voi avete una compagnia, volete fare una parte?”. Io dissi di sì. Era una parte piccina, quella del cameriere scemo nel secondo atto, dice solo due parole. Mi portarono il copione, lo lessi e De Filippo commentò: “Siete attore navigato, la parte è troppo piccola per voi”. Io gli risposi: “Maestro, al Parioli vengo anche se devo pulire per terra”. Intanto avevano fatto il provino anche a Gabriele e con me c’era Carmine Beneduce che ci accompagnò a Roma. Dopo una settimana De Filippo mi ha ricontattato, siamo tornati a Roma, abbiamo parlato, disse: “Mi interessate”. Ma poi non se ne fece nulla, mi fecero sapere con una mail che avevano preferito un bambino più piccolo nel ruolo di Peppiniello ma non presero nemmeno me».

Non hai fatto altri provini, non ti presenti ai casting teatrali?

«No, non lo faccio. Sono cose che penso si debbano fare prima di sposarsi e avere dei figli. Perché anche se mi avessero preso al Parioli, per esempio, avrei dovuto cercarmi un alloggio, pagarmi le spese e in teatro pagano poco. Se fossi giovane andrei anche per pochi spiccioli in qualunque teatro ma stare lì due mesi con una moglie e due bambini a casa è complicato».

L’attore teatrale che hai amato di più, un nome del passato. Ed uno del presente, se c’è.

«Senza nulla togliere ad Eduardo, ma io ho sempre avuto una grande passione per Nino Taranto. Del presente direi Vincenzo Salemme, mi piace perché viene dalla scuola di Eduardo, dalla gavetta. Un altro che potrebbe piacermi, sempre per gli stessi motivi, è Biagio Izzo. Ma Alessandro Siani e molti altri no. Arrivano Telegaribaldi e hanno principalmente una grande fortuna, tutto qua».

A te capiterà di andare a teatro o anche al cinema, da spettatore, di tanto in tanto. Riesci a divertirti, ad astrarti senza osservare gli errori o il modo di porgere la battuta, quello di muoversi, degli attori?

«No, mi capita ma non mi diverto. Sono stato con la mia famiglia a vedere “Il Principe Abusivo” di Siani e notavo che il copione era ricalcato su vecchie barzellette, scene tratte a piè pari da vecchi film con Totò o De Sica. Non rido, mi è capitato solo assistendo alla rappresentazione della “Francesca da Rimini” con Giacomo Rizzo, tant’è che ho fatto poi di tutto per avere il copione e metterla in scena a mia volta. Come avrai capito non vado molto al cinema e, nel caso, non scelgo film comici».

Festeggi trent’anni di carriera, come ci si sente?

«Se carriera si può definire. Qualcuno potrebbe pensare: “ma che hai fatto?”.

Per come la vedo io, carriera vuol dire crescere nel proprio mestiere.

«Anche per come la vedo io, ma molti altri pensano che se fai l’attore e non “esci” in televisione non sei nessuno».

Il problema è loro, mica tuo.

«Mio no di sicuro».

Hai mai scritto un testo teatrale?

«No, ho adattato, codificato, tagliato, preso spunti. Scritto, mai. Ciascuno deve fare il suo mestiere. Io sono sicuro di essere portato per interpretare ruoli, per recitare. Faccio la regia quando vi sono costretto – come ti dicevo – ma ora fortunatamente ho passato la palla ad Antonino Laudicina che mi sta dando una mano».

C’è un ruolo che vorresti assolutamente interpretare, una commedia che vorresti mettere in scena e che ancora non hai potuto, o magari voluto per ora, prendere in considerazione?

«Tantissime, ma ne ho una in mente da diversi anni: “La Cantata dei Pastori”, in una versione meno tradizionale come quella che ha interpretato Peppe Barra. Spero di riuscirci, se tutto va bene, per dicembre prossimo».

Ti rimane tempo da dedicare a te. Riesci, per esempio, a leggere un libro?

«Leggo solo copioni e quasi sempre in napoletano, lingua che so anche scrivere bene. Di recente sono venuti alla luce dei copioni, mai pubblicati prima, di Vincenzo Scarpetta, figlio di Eduardo».

Dunque fratello dell’altro Eduardo, De Filippo.

«Con le parentele vai alla grande».

Lo so. Quindi?

«Quindi hanno pubblicato un primo volume di una collana che sta curando la nuora di Vincenzo Scarpetta, sono quattro commedie per ora. Sto leggendo quello, adesso».

Qual è il complimento più bello che ti abbiano fatto dal punto di vista professionale?

«Dai Taranto ne ho avuti tanti, il regalo dei cimeli storici appartenuti al maestro è un onore ma anche un complimento. Poi, dalla figlia di Totò, Liliana De Curtis. È stata ospite a casa mia per due giorni quando abbiamo messo in scena il testo “I fratelli Caponi…che siamo noi!” nel 2007, era il quarantesimo anniversario della morte del principe e la invitai. Ci fece i complimenti come compagnia e sottolineò che eravamo stati bravi perché non avevamo né imitato né copiato Totò o Peppino De Filippo. Mi disse: “Sei un degno figlio di Totò”. Ne fui felice, uno che fa questo mestiere come me non può permettersi di imitare personaggi inimitabili».

Sei sempre contento di te, sul palcoscenico?

«Vorrei sempre che non finisse mai. Quando mettiamo in scena uno spettacolo a Sant’Anastasia il venerdì, la prova generale, è il giorno più bello, come è bella la fase di preparazione. Il sabato sto bene, la domenica già comincio a pensare che non ci sono altre repliche e mi dico: “Che farò domani?”.

Tu hai scelto di restare a Sant’Anastasia, di vivere la tua vita e di lavorare qui. Con un mestiere come il tuo ci si potrebbe anche vivere, in un paese di provincia, se l’atteggiamento del pubblico o magari delle amministrazioni locali fosse diverso?

«No, non credo che ci si potrebbe vivere. I cittadini quelli sono e Sant’Anastasia è un po’ particolare. A Pomigliano, per esempio, il teatro Gloria conta sul circuito del Teatro Pubblico Campano e gli artisti che sono in rassegna attirano pubblico anche da altre zone. Qui è diverso».

Sinceramente, sei contento di stare qui o rimpiangi di non aver colto opportunità, di non aver tentato altrove?

«Sono contento di quel che ho fatto finora, tanto è vero che rifarei di sicuro tutto un’altra volta. Ho sempre ricordato qualcosa che mi disse Carmine Giordano quando rivolsi a lui la stessa domanda che mi stai facendo ora. Gli dissi: “Tu fai il regista, perché insisti a rimanere qui e non cerchi qualcosa di più?”. Lui rispose: «È meglio essere capa ‘e sarago che coda ‘e cefalo».

Che se volessimo tradurlo ad un milanese suonerebbe più o meno: «Meglio essere primo, in un sia pure ristretto consesso, che ultimo in una folla».

«Direi che un milanese capirebbe».

La tua si può dire l’unica compagnia professionale di Sant’Anastasia?

«Penso di sì, ne conosco di amatoriali e Carmine Giordano non ha compagnia».

Avrai conosciuto, in questi trent’anni, molti sindaci.

«Ho cominciato quando c’era Cosimo Scippa e ne ho un bellissimo ricordo. Ogni volta che mettevo in scena uno spettacolo era lui a chiamare me e chiedeva se volessi averlo sul palco per dire due parole. Io rispondevo sempre che per me era un piacere, anche se il giorno dopo tutti insinuavano che il Comune mi avesse foraggiato».

E non era così?

«Assolutamente no, gli faceva semplicemente piacere parlare alla platea».

Come a tutti i politici di razza, del resto.

«Infatti».

Però non è mica una vergogna, per un artista, poter contare su fondi pubblici. Gli enti locali finanziano sagre su sagre, da quella della lumaca a quella della papera arrosto (ti assicuro che esistono e si fanno in Italia), che investano sul teatro, sulla musica, sulla cultura, sul progetto e non certo sulla singola persona lo trovo ragionevole. No?

«Certo, e bene o male abbiamo fatto qualche spettacolo con quasi tutti i sindaci, da trent’anni a questa parte. Però Cosimo Scippa sul serio non ha mai dato contributi ai miei spettacoli. Qualcosina con Mario Romano, pochissimo con Iervolino».

Perché pochissimo con Iervolino? Dieci anni di consiliatura…

«Premettiamo che non sono mai stato politicamente schierato – salvo la mia recente candidatura nel 2014 con una lista in sostegno di Lello Abete per mere ragioni affettive e non ripetibile perché l’artista è di tutti, non di una parte – ma ricordo un episodio che all’epoca mi colpì molto: fu un mio parente a dirmi: “Sai perché non ti fanno fare nulla? Perché non appartieni a loro”. Io gli risposi che non appartenevo nemmeno ad altri. Dopo sette anni mi diedero un contributo per una serata di spettacolo, era il 2004 credo, misi in scena “Natale in casa Cupiello” per il Comune. Alla fine, ringraziai l’amministrazione dal palco e dissi, non potrò dimenticarlo, credo: “Vi ringrazio di aver ricordato, dopo sette anni, che a Sant’Anastasia c’è anche Antonio Merone”».

Gelo in sala, immagino. E poi?

«Poi ovviamente non ho più fatto nulla, per il Comune».

Però, Antonio, non è che le cose scendano dal cielo. Tu sei andato, non dico a chiedere, ma a spiegare quel che fai, i progetti, quello che possono significare per la comunità?

«Sì, anche se secondo me, dopo trent’anni, non dovrei più andare a dire nulla. Dovrebbero chiamarmi loro, non me la sento di andare a chiedere l’elemosina per una serata. Basta, se mi vogliono sanno dove sono».

Hai ricordato la tua recente candidatura in una lista del sindaco Abete. Per affetto, hai detto.

«Sì, siamo amici, più che fratelli. L’ho fatto solo per questo. Ho preso i miei 80 voti che come prima ed ultima volta vanno benissimo. Parentesi aperta e già chiusa».

Ma la politica ti piace?

«Con Lello mi ci sono avvicinato, ma ora quando guardo quel che sta accadendo, le critiche che dovrebbe fare l’opposizione, e che invece gli muovono gli stessi che stavano con lui, mi tengo lontano da questo mondo, non mi piace».

Un tempo gli attori si prendevano i pomodori, un sindaco deve prendersi anche le critiche, non credi?

«Sì, certo».

Ti propongo un gioco: se dovessi identificare ogni sindaco degli ultimi vent’anni che hai conosciuto con una «maschera» teatrale o un personaggio?

«Se penso alla buonanima di Mario Romano mi viene in mente, per esempio, il personaggio di Armenzio nella Cantata dei Pastori, per la barba, la bella presenza. Iervolino, per la fisionomia, appena appena più magro potrebbe ricordare Eduardo, non l’ho conosciuto bene quindi mi baso sulla fisicità».

Carmine Pone?

«L’attore bello, il protagonista. Siamo anche mezzi parenti, sai com’è».

Carmine Esposito?

«Lo vedrei protagonista in una commedia di Eduardo, “Il sindaco del rione Sanità”.

A questo punto sono curiosa di sentire chi ti ricorda l’attuale sindaco.

«Lello Abete? Non sa dire di no a nessuno, è accomodante. Lo vedo bene nel ruolo di un Santo».

C’era un bel film di Totò, «San Giovanni Decollato» …

«Queste sono cose loro…».

Facciamo così: se dovessi affidare a ciascuno di loro una parte nell’allestimento di «Natale in casa Cupiello»?

«La parte di Lucariello, quella che fu di Eduardo, sicuramente a Iervolino. Carmine Pone sarebbe perfetto nel ruolo di Vittorio Elia. A Lello Abete affiderei la parte di Nennillo».

Ad Esposito, scommetto, quella di Pasqualino.

«Sì, quella dello zio».

Riempiresti il teatro, mi sa. Intanto però, c’è un luogo di Sant’Anastasia che ami di più?

«Il centro storico, dove c’è la chiesetta del Beato Castelli. Lì abitava mia madre da piccola e sempre lì ho giocato con i cugini, proprio sotto la casa del Beato. Rimpiango il punto di riferimento di quando ero ragazzo, la folla di giovani fuori dal cinema, alla Ferrovia. Ora c’è un mortorio e basta. Vedo più affluenza a Madonna dell’Arco dove sono sorti nuovi locali o in via Pomigliano. Al centro non c’è più nulla, ormai».

Sei cattolico, credi in Dio?

«Sono cattolico e praticante. Prima no, ma da un paio d’anni mi sono avvicinato di più alla fede».

Come vorresti che fosse il tuo paese tra vent’anni, per i tuoi figli?

«Migliore di com’è adesso di sicuro. Ma vedo che, anche a livello nazionale, più si va avanti e più si peggiora. Quindi non so, spero che loro se la cavino».

Un difetto degli anastasiani?

«L’invidia, forse. Ho notato, per esempio, che quando faccio spettacoli gratis, all’aperto, arrivano tremila persone e si divertono. Sono contenti, mi riempiono di complimenti e sorrisi. Se però si tratta di venire a teatro pagando dodici euro per uno spettacolo, spesso per riempire due serate ce la caviamo di misura. Allora mi domando: non vengono perché non gli piacciono i miei spettacoli o non vengono perché si paga? Poi ci sono gli altri che magari non vengono perché fanno parte di altre compagnie amatoriali e non lo dico certo perché ho la presunzione che potrebbero imparare qualcosa da me, no: io stesso, dopo trent’anni, ho molto da imparare. In questo campo non si finisce mai. A me non accade spesso ma, se posso, a vedere gli spettacoli degli altri ci vado».

Lo diceva Eduardo: «Gli esami non finiscono mai».

«Appunto, c’è anche la poesia di Viviani, “Campanilismo”. Ricordo che il giornalista Francesco De Rosa, qualche anno fa – nel corso del premio Fontana d’Argento che fu assegnato anche a me nel 2006 – chiese agli anastasiani di definire gli anastasiani. Usci fuori di tutto, erano tutte definizioni vere: invidiosi, bigotti, pettegoli».

Ricordo, ce n’erano anche tanti positivi. Il tuo difetto, invece?

«Dovresti chiederlo a mia moglie».

Fai autocritica, su.

«Sono quel che si dice “pesante”. Se c’è qualche contrarietà mi chiudo in me stesso e magari scarico sulla mia famiglia. Non è giusto, lo so. Quindi è un difetto».

Il pregio?

«Sono allegro, casa mia è un teatro. Tutti i giorni».

L’amicizia cos’è per te?

«È importantissima, ad un amico sincero offro l’anima, sono a disposizione per qualsiasi cosa. Se però mi accorgo, come è capitato, che dall’altra parte c’è solo opportunismo mi allontano subito. E se posso non saluto nemmeno più. Sprango porte e portoni».

Il tuo rapporto con il denaro?

«Non sono spendaccione, però non riesco comunque a conservare nulla anche perché non è che guadagni chissà che. Mia moglie, invece, è saggia».

Ecco perché è l’amministratrice della tua Compagnia.

«Per forza, lo facessi io…il fatto è che con l’euro è precipitato tutto. Di recente ho ritrovato la busta paga del Sannazaro: prendevo quasi novecentomila lire al mese ed avevo diciassette anni. Oggi sarebbero quattrocento euro. Non potrei farci nulla».

La cosa più romantica che hai fatto per tua moglie?

«Non saprei, le ho portato dei fiori».

Ma dai, sei un attore, almeno una poesia.

«Sono attore sul palco, non nella vita. Non sono proprio bravo in queste cose».

L’attrice con la quale ti piacerebbe lavorare?

«Sophia Loren».

Il regalo più bello che hai fatto e quello che hai ricevuto?

«Ho regalato una bellissima penna Montblanc ad un amico che stimo, lui ha ricambiato con una…Montblanc. Ma il regalo più bello l’ho ricevuto forse da un mio professore delle superiori, Raffaele De Simone che, quando celebrai vent’anni di teatro, si presentò con una maschera di Pulcinella. In questi giorni ha visto che festeggio il trentennale e mi ha mandato un messaggio scrivendo: “Mi devo preparare”. Gli ho risposto che può farlo, con la sola sua presenza».

C’è un posto del mondo nel quale ti piacerebbe tanto andare?

«Vorrei semplicemente fare una crociera, ho questo desiderio da tanto ma non ci sono mai riuscito. A mia moglie non piace l’idea».

Tu fai cultura a Sant’Anastasia?

«La cultura la fanno altri, infatti non mi tengono in considerazione».

Non ti ho chiesto cosa pensano gli altri, ma cosa pensi tu.

«Penso proprio di sì, faccio cultura».

E di chi si può dire lo stesso?

«Luigi De Simone, sicuramente. Carmine Giordano. Francesco De Rosa. Non mi viene in mente nessun altro».

Non credi che tra gli operatori culturali, o chi ambisce ad essere identificato come tale, dovrebbe esserci sinergia? Un forum, una struttura, magari con regia istituzionale?

«Tanti anni fa avevo un progetto: formare una Compagnia dei Comuni Vesuviani con gli attori più bravi. Ma siccome tutti vogliono essere primo attore o prima donna, ho dovuto rinunciare. Cominciarono a chiedere: “chi dirige, chi fa il protagonista?” Così preferii la mia compagnia che in un certo senso interpreta l’idea perché in pochi sono di Sant’Anastasia, come Carmine Beneduce o Lisa Terranova, per esempio. Altri arrivano da Napoli, Massa di Somma, Cercola, Pollena Trocchia. E poi c’è il nostro maestro, Giovanni Sepe».

Ad aprile prossimo, sabato 2 e domenica 3 precisamente, rimetterai in scena per la seconda volta «I fratelli Caponi…che siamo noi!». Dunque rivedremo la scena della lettera tanto celebrata in «Totò, Peppino e la Malafemmena» e molte altre. Cos’è questo testo per te?

«L’ho messo in scena nove anni fa, con accanto la figlia di Totò. Non l’ha mai fatto nessuno, i nomi grandi non lo farebbero mai. Ecco, per un verso sono un fortunato, mi consento cose che personaggi più famosi non potrebbero».

Se avessi la possibilità di dire qualcosa agli anastasiani, sapendo che ti ascoltano tutti dopo trent’anni regalati al teatro e al pubblico, cos’è che diresti loro?

«Che li ringrazio uno ad uno perché se ancora sono qui dopo trent’anni è merito loro: senza pubblico non ci sarebbero spettacoli. Negli anni il mio è aumentato, dunque potrei soltanto dire grazie e chiedere loro di non abbandonarmi perché ho intenzione di mettere su spettacoli e recitare per altri 60 anni».

Ecco, così chiunque può prenderla come vuole, sia promessa o minaccia. In ogni caso avresti precedenti illustri.

«Sì, Carlo Giuffrè per esempio. O Luigi De Filippo che ha 84 anni e ancora recita».

Un proverbio che possa rappresentarti o semplicemente che ti piaccia?

«Sono anni che dico di esserci per tutti ma poi, quando arriva il momento che serve qualcosa a me, se ne vanno tutti, o quasi. Perciò: “Quanno se zappa e quanno se pota, Antonio Merone nun tene nipute; quanno è tiempo ‘e vendemmià, Antonio Merone ‘a ccà e Antonio Merone ‘a llà”. Ossia, se c’è da lavorare non trovi mai nessuno, arrivano tutti nel periodo della raccolta».

Siamo a fine gennaio, ancora in tempo per gli auguri di un buon anno. Cosa auguri a Sant’Anastasia?

«Di risorgere al più presto. Quando giro per le strade e ricordo com’era questo paese vent’anni fa mi prende la malinconia».

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