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Un caffè con… Padre Alessio Maria Romano

Trentacinquenne, originario di Parabita (Lecce), da febbraio scorso è il nuovo Priore della comunità Domenicana e Rettore del Santuario di Madonna dell’Arco.

Giovane, allegro, brioso, solare. Svolge il suo ruolo di responsabilità seriamente ma ha quel «quid» che forse – con le dovute eccezioni per cui bisogna andare un po’ indietro nel tempo – finora è mancato alla guida della comunità domenicana: sa coinvolgere, sa aprire le porte a tutti, vuole che il Santuario viva, con la gente e tra la gente. Già amministratore della Pontificia Basilica di San Nicola di Bari e direttore del Museo Nicolaiano, amministratore del Santuario di Madonna dell’Arco nonché vicario parrocchiale e sottomaestro dei novizi domenicani, padre Alessio ha conseguito il Baccalaureato in Teologia nel 2007, alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna. A Napoli ha diretto la Corale San Domenico della Chiesa di Santa Maria della Sanità. A Bologna ha fondato e diretto il Coro e l’Orchestra della Patriarcale Basilica di San Domenico. A Bari è stato direttore della Corale San Nicola. Nell’intervista che segue ha risposto con franchezza a tutte le domande, raccontandosi con il sorriso. Come accade sempre per questa rubrica, in coda trovate la sua carta astrale. Lui è nato sotto il segno del Capricorno, il suo ascendente è il Toro. Evidentemente non crede all’influenza delle stelle ma è stato al gioco (che è innocuo e mai irrispettoso), come tutti coloro che lo hanno preceduto.

Padre Alessio, un salentino doc ora trapiantato nel napoletano. Mi racconti della tua famiglia di origine?
«Sono il secondo di tre figli, ho un fratello più grande che vive a Rimini, Germano, è sposato ed ha una bimba. Mia sorella Antonella è invece rimasta a Parabita e gestisce con il marito un negozio online di modellismo, una cosa pazzesca, bellissima: miniature di stazioni ferroviarie con treni che entrano ed escono sui binari. Papà Giorgio e mamma Anna sono due pensionati, lei è una ricamatrice e ha lavorato per molti anni in una casa di riposo prima e in una casa famiglia poi;  lui invece è un elettricista ma ha gestito per diversi anni un circolo – bar a conduzione familiare: vi si facevano eventi, cene, feste di capodanno, diventava anche discoteca».

Che bimbo sei stato?
«Terribile, vivace, curioso ma anche educatissimo, non superavo mai i limiti. Però ero capace di smontare e rimontare qualsiasi cosa in pochi secondi. Costruivo enormi fattorie con tanti animali e grandi palazzi con i Lego. Palazzi con tante stanze, perché il mio concetto è che la famiglia debba vivere tutta insieme, compresi gli amici, condividendo tutto».

Quando ti chiedevano cosa volevi fare da grande, che rispondevi?
«Il prete, ho sempre voluto diventarlo. Vengo da una famiglia religiosissima, sono stato educato alla fede, alla preghiera in comune. Non solo a tavola, tant’è che con i miei – anche i nonni vivevano con noi – ci riunivamo insieme ai vicini per recitare il Rosario».

Hai conosciuto, evidentemente, figure di sacerdoti che ti hanno incoraggiato.
«Nel mio paese ci sono i Domenicani e ho avuto la fortuna, sì, di conoscere e frequentare figure come padre Renato D’Andrea, colui che più di tutti mi ha invogliato. Ma anche padre Stefano Farano – colui che qui ha propagato i grandi Lunedì della Madonna, Pietro Avigo, Venturino Cassetta, Carlo Viviani, tutti esempi di grande spiritualità e religiosità».

Davvero non hai mai pensato di fare altro?
«È che a me piaceva proprio l’idea della vita fraterna, mi ha sempre affascinato. Non avrei mai scelto però di fare il diocesano per non stare da solo, non esisteva per me altro Ordine che i Domenicani. Forse mi ha confuso un po’ mio padre quando, alla soglia dei diciotto anni, mi ha regalato il libro “La Storia di un’Anima» di Teresa de Lisieux – che rileggo spesso e conservo con affetto – ecco lì, per un attimo, mi ha fatto innamorare del Carmelo. Ma sono sempre stato fedele ai Domenicani».

Perciò, da adolescente, non è mai capitato di innamorarti?
«Certo, come a tutti. Ma capivo bene che ad attirarmi, sopra ogni cosa, era un amore più grande. Il donare la mia vita agli altri, per il bene degli altri, per aiutarli. Non è facile spiegarlo a parole ma è ciò che ancora oggi mi spinge ad andare avanti, l’idea si mantiene sempre ben salda, ferma».

Quando sei entrato in seminario?
«Dopo l’istituto magistrale. In seminario qui a Madonna dell’Arco, il noviziato a Chieri in provincia di Torino. Dopodiché ho studiato filosofia a Barra per tre anni e completato gli studi  teologici a Bologna».

Quale filosofo hai amato di più all’epoca?
«I presocratici, il legame tra natura e filosofia. Ovviamente anche San Tommaso d’Aquino, ma è un amore che è arrivato più tardi. Alle superiori lo hanno liquidato in meno di una lezione e durante gli studi, dovendo imparare tutta la sua Summa in 36 volumi, capirai bene che non ero così ben disposto vista l’ansia da esami. Ma da sacerdote ho poi scoperto tutta la bellezza di leggere Tommaso per passione».

In che anno sei diventato sacerdote?
«Otto anni fa, l’8 settembre del 2007, ho scelto una data Mariana perché sono devotissimo alla Madonna».

Alla Madonna dell’Arco?
«Immensamente, ma nel mio cuore cristiano occupa il terzo posto. C’è prima la Madonna della Coltura, del mio paese, sono cresciuto con lei.  Poi la Madonna di Pompei alla quale la mia famiglia è devotissima tanto che venivamo tutti insieme, ogni anno, per la Supplica, la prima domenica di ottobre. Alla Madonna dell’Arco mi sono  legato già a 13 anni, quando venni qui ospite in convento prima di andare a Lourdes. Conobbi questa realtà quando il Rettore era padre Tommaso Tarantino, tra i più grandi insieme a Padre Mariano Nazzaro, loro hanno contribuito moltissimo al culto della Madonna dell’Arco».

Ma tu che sei così legato alla famiglia, alla tua terra, non soffri nel vivere lontano?
«Il distacco non è stato facile ma io sono uno spirito libero ed è una fortuna. Vivrò qui tre anni, forse sei, poi non so. Mi sposteranno come accade, è la regola. Si è chiamati a svolgere il Ministero altrove e magari hai nel frattempo costruito amicizie, legami belli e profondi. Un po’ come è accaduto quando sono andato via da Bari dopo sette anni. Noi non dobbiamo essere l’unico punto di riferimento, siamo sempre un tramite: ecco perché tento di far tutte le cose in maniera che le persone vi si appassionino e poi continuino, anche se io andrò via. Come la musica, il canto. Ho diretto tanti cori, in questi anni. Se finisci per fondare tutto sulla tua persona poi quelle realtà scompaiono e ti accorgi di non aver costruito nulla, invece la mia più grande soddisfazione è vedere che continuano a vivere anche se io non ci sono più. Come il coro e l’orchestra di Bologna, per esempio».

Hai studiato musica e canto?
«Il pianoforte già un po’ da giovanissimo, con lezioni private. Da grande ho iniziato a studiare canto a Bologna e poi a Bari. Ho avuto la fortuna di incontrare suor Cristina Alfano, una francescana già cantante lirica che ha lasciato la sua carriera artistica ed è entrata in convento dopo una marcia della pace ad Assisi. Il Signore le ha dato la capacità di mettere questo suo dono al servizio degli altri e porta avanti un progetto insieme ad altri due sacerdoti della Diocesi di Bari. La predicazione attraverso l’arte, tramite concerti, musica, danza, canto, poesia. Sono esperienze bellissime, ho collaborato con loro per quattro anni».

Tenore o baritono?
«Sono un tenore pop lirico. Sullo stile di Andrea Bocelli o Josh Groban».

Qual è l’opera che ami di più?
«La Tosca. Il massimo del sentimento che la musica possa esprimere, unito alla religiosità. A Bari abbiamo fatto concerti, dvd, due cd con loro. Spettacoli non proprio, sono fondamentalmente timido. Però mi piacerebbe dirigere una Tosca».

Quale soprano vorresti la interpretasse?
«Angela Gheorghiu perché – a mio modesto parere – è una delle cantanti che più merita e più studia. Avrei detto Maria Callas, se ancora fosse tra noi».

Non è che nella tua stanza, in convento, hai il poster della Callas?
«Ovvio. Ma non è un poster, è un quadro dipinto da un confratello. Insieme alla collezione di tutte le sue opere costruite negli anni, un patrimonio per me preziosissimo. Lei è stata una grande artista e grande studiosa».

Cos’altro c’è sulle pareti della tua stanza?
«Immagini sacre della Madonna della Coltura e San Domenico, acquerelli dei luoghi di Tosca che una mia amica ha fatto apposta per me».

Ormai sei a Madonna dell’Arco da due anni, sei diventato Rettore a fine febbraio scorso. È una grossa responsabilità?
«Grandissima, sono Priore di una comunità che ha anche una casa di formazione, il noviziato, un Santuario  importante in Campania, il peso di tutte le Opere. Un compito che richiede energia e impegno».

Mi racconti una tua giornata tipo?
«Non esiste una giornata tipo. Ovviamente la mattina c’è la preghiera, una Messa, poi mi chiudo in ufficio e cerco di capire come portare avanti le varie realtà, ricevo durante il giorno molte persone che chiedono di tutto, dall’aiuto spirituale a quello materiale. In più cose pratiche, le responsabilità che comportano la Casa di riposo per anziani e la residenza sanitaria per malati particolari, il centro studi, il museo. E il Santuario, naturalmente».

Sai che la convinzione generale è che voi Domenicani di Madonna dell’Arco siate stati per troppo tempo molto lontani dalla gente, chiusi in una realtà che sembra slegata dal territorio?
«Non posso negare che ci sia della verità in questo. Ma sto provando con un nuovo inizio. Però, sai, questa cosa va vista da due angolazioni: c’è la città che ha sempre guardato il Santuario in un certo modo creando di fatto già un pregiudizio; dall’altro lato c’è chi, conoscendo il pregiudizio, ha tentato di difendersi. Questa doppia chiusura è stata dunque costruita da entrambe le parti e si è evoluta. Oggi possiamo svoltare, far crollare questi miti. Credo che a me competa il ruolo importante di far da legame, di valorizzare le tre realtà che un Santuario come il nostro, in questo territorio, non può non tener presenti: quella spirituale, quella culturale, quella sociale. Dobbiamo crescere insieme sotto questi tre punti di vista».

Li analizziamo un attimo? Come crescere insieme spiritualmente?
«Oggi c’è grande sete di Dio e soprattutto di preghiera alla quale si dedica poco tempo perché siamo oberati da impegni, da tante cose che abbiamo ereditato, che dobbiamo portare avanti un po’ per responsabilità e un po’ perché vi siamo costretti. Ti faccio un esempio: oggi occuparsi di una Casa di riposo non è come vent’anni fa, ci sono mille problematiche burocratiche, normative, giuridiche ma dobbiamo farlo mantenendo l’idea originale, quella di una casa che accolga anche anziani in difficoltà che con la loro pensione nessun altro accetterebbe. Noi lo facciamo, garantendo uguali servizi a tutti. Ecco, magari per portare avanti tutto dedichiamo poco tempo alla preghiera comunitaria, è una critica che faccio prima a me stesso».

A proposito di sforzi per tirare avanti, ho sempre sentito dire che voi Domenicani di Madonna dell’Arco siete molto ricchi.
«Forse era vero un tempo. Oggi il bilancio del Santuario è in rosso continuo. Abbiamo 51 dipendenti e tante strutture le cui uscite non corrispondono ad altrettante entrate. Molti di noi lavorano, insegnano, soprattutto non ci sono più le offerte che una volta consentivano di mandare avanti con serenità le Opere assistenziali».

La crescita culturale e quella sociale, invece? Che idee porterai avanti?
«Per me gli spazi di Madonna dell’Arco appartengono a tutti, sono aperti e a disposizione di qualunque iniziativa, con il solo limite del rispetto dei luoghi. Sarei contentissimo, per esempio, di ospitare serate dedicate alla lirica e mi sto muovendo in questo senso. Per il sociale, è ovvio: il Santuario è la casa di tutti, io non chiuderò mai le porte a nessuno. Questo è il mio compito. Ma le tre direttrici, spirituale, culturale, sociale, si combinano: sai che oggi Papa Francesco ha dato un po’ una svolta e capita che tantissime persone si avvicinino per questo, per la sua figura. Ci si trova così a dialogare con tutti, anche con chi non sa nemmeno cosa voglia dire essere cattolico. Perciò quando dico che la Chiesa è aperta a tutti, intendo proprio a tutti, a chi crede e a chi non crede, dialogo e parola non si negano mai, nel rispetto delle idee di ciascuno. Così come io non mi sento di giudicare il credo o la religiosità di un altro, deve però accadere lo stesso dall’altra parte».

Com’è Papa Francesco, mi dici il tuo pensiero?
«Incarna la parte della Chiesa più sociale, meno liturgica, aperta. Viene da una cultura completamente diversa, dunque sembra che a volte rischi di andar fuori dai contesti cui siamo abituati».

Qual è il Papa che hai sentito più vicino al tuo cuore?
«Giovanni Paolo II è senza alcun dubbio il mio Papa. Quando è mancato avevo 25 anni ed ero già in convento, mi sono reso conto allora che un Papa poteva anche morire, prima non ci avevo mai pensato. Avevo ricevuto le Ceneri da lui, l’avevo incontrato e fu bellissimo: mi inginocchiai toccandogli le gambe per vedere se era vero. Una figura così bella, così Santa. Nel Museo a Madonna dell’Arco conserviamo  un suo scritto lasciato quando venne qui in visita da Cardinale e in cui ringrazia Padre Mariano Nazzaro per l’ospitalità».

Io sento invece molto vicino Papa Ratzinger, cosa pensi della sua scelta di lasciare?
«Penso che Benedetto XVI abbia avuto grande coraggio, è stato sotto il fuoco incrociato di tante circostanze e anche vittima di tante cattiverie, soprattutto da parte di voi giornalisti, con una pressione mediatica incessante. Non si poteva non amarlo, è stato un grande Papa che scopriremo nel tempo e ha lavorato con la dignità che si addice a chi governa».

Non posso darti torto se penso alla prima pagina di «Il Manifesto», il giorno dopo la sua elezione. Titolò «Il Pastore Tedesco». La conservo ancora e, se la trovai geniale dal punto di vista giornalistico, mi dette molto fastidio dal punto di vista umano.
«Sì, la considerai una terribile caduta di stile. Non era facile raccogliere l’eredità di Papa Giovanni Paolo II, Ratizinger aveva un’educazione più composta, forse più rigida, magari non si immergeva tra la folla ma non è stato un Papa che non abbia saputo fare una carezza. Ha vissuto sempre dietro una cattedra, nel rapporto docente  – alunno, so che lo apprezzeremo molto in futuro».

Il Lunedì in Albis è un giorno importante per la comunità di Madonna dell’Arco. Non trovi eccessive le manifestazioni di fede dei fujenti, che il folklore superi la devozione?
«Qualche eccesso ci sarà, ma non spetta a me giudicare. Per me è un giorno molto bello, mi tocca tanto. Quelli che spesso sono considerati eccessi si devono forse alla stessa iconografia della Madonna dell’Arco, lei non mette distanza tra sé e la gente, è una Madonna del popolo, una mamma, un’amica che aspetta tutti i suoi figli, anche quelli arrabbiati, che non si sono comportati bene»

In tanti hanno scritto che quel giorno ci sono tra i pellegrini, pregiudicati, camorristi. Capita ovunque, certo. Ma sembra che qui sia più evidente.
«Perché la nostra è la Madonna degli ultimi. Chi commette azioni sbagliate, e magari se ne vanta pure, è però sempre cosciente di vivere al limite tra la vita e la morte, ha sempre nel cuore il desiderio di un’esistenza migliore, di pace, di affetti che lo circondino, di serenità, tranquillità. La Madonna dell’Arco accoglie, non emette giudizi, non ti guarda in maniera regale come magari accade con altre rappresentazioni iconografiche della Vergine. Non richiama, dà pace. A tutti, anche a chi compie il male».

Quale è l’usanza tipica della fede verso la  Madonna dell’Arco che ti è più cara?
«Lo sventolio dei fazzoletti, il saluto alla Vergine dei Grandi Lunedì al canto del Salve o Regina. Penso che non solo vada conservata, ma tramandata. Emoziona tantissimo, in quello sventolio c’è per me qualcosa di davvero magico, un gesto semplice che eleva lo spirito».

C’è una cosa che desidero chiedere da tempo a un sacerdote: molti anni fa ho letto un libro, “Io ti assolvo” di Giordano Bruno Guerri. Un’inchiesta sulla confessione – poi bollata come sacrilega – condotta da lui e due collaboratrici che, fingendosi penitenti, hanno registrato confessioni in molte città italiane con diversi sacerdoti alle quali si esponevano problemi etici, politici, sessuali. Ne venne fuori un quadro tragico, non piacevole, con risposte nella maggior parte dei casi non all’altezza. Violenze familiari definite “normali”, per esempio. E molto altro. Tu confessi?
«Sì, confesso. E sì, ho letto quel libro. Capisco che possa sconvolgere la reazione di alcuni sacerdoti ma c’è una distinzione importante da fare, tra chi è confessore e chi è confessore occasionale. Il primo dedica molto della sua vita a questo importante Ministero che richiede grande tatto e ascolto, il secondo magari confessa perché glielo impone il ruolo, lo sente come Ministero non suo, non lo percepisce come ricchezza e fuggirebbe volentieri. La questione vera è capire quanto sia importante quel momento in cui una persona ti apre la sua vita, ascoltare e trovare le parole giuste con grande prudenza. In quel libro cui ti riferisci c’erano casi limite, gravi, ma erano confessioni false. La confessione necessita di fiducia da ambo le parti».

Senza ovviamente entrare nel merito, c’è stata una confessione particolarmente difficile per te?
«Capita. Non una in particolare e molte non sarebbero state nemmeno necessarie, spesso le persone vengono a raccontarti i fatti degli altri o hanno solo bisogno di parlare. C’è poi chi vive drammi veri e lì è molto difficile, si diventa il terminale di un disagio e si prova a dare slancio. Lo si può fare solo affidandosi a Dio, perché umanamente non ne saremmo capaci. Succede di dire cose che non avresti immaginato e ti accorgi di aver acceso una speranza, di aver aiutato, in quel momento riconosci che è Dio che parla, servendosi di te».

Qualche sera fa, nella trasmissione Anno Uno a La 7, si parlava di omosessualità. Con testimonianze di persone che sostenevano si potesse uscire da questa condizione, magari attraverso la fede, come se si trattasse di una malattia. Tu che pensi?
«Innanzitutto l’omosessualità non è una malattia da guarire e su questo non si discute. Una persona omosessuale ha tutto il diritto di fare il proprio cammino di fede ma questo non lo dico io, lo diceva già il Catechismo pubblicato da Giovanni Paolo II negli anni ’90. La Chiesa lo sostiene da parecchio, se qualcuno non legge o non capisce non possiamo farci nulla. C’è un documento che parla molto chiaro: gli omosessuali, come tutti, vanno accompagnati nella fede, non discriminati. La Chiesa invita tutti ad essere casti fuori dal matrimonio, non solo loro. Perché la valenza del dono fisico, all’interno della nostra religione, è vissuto come qualcosa di grande, di importantissimo, l’unione perfetta dei coniugi che completa il rapporto tra due persone. Si amano e donano sé stessi all’altro. L’istinto non porta sempre al bene, se controlli quello controlli tutto».

Cosa c’è di male nell’istinto?
«Dipende da cosa vuoi, da cosa ti aspetti. Noi difendiamo una realtà che è il matrimonio, nessuno impone a qualcun altro di essere cattolico, di essere praticante, di avere fede. Ma se decidi di fare un percorso, noi ti offriamo questo, la nostra religione insegna questo. Poi spetta a chi si avvicina decidere se farne uso o no, non ci si può dire cattolici se poi si contesta tutta una serie di cose che per di più trovano fondamento al di là dei dogmi. Il cristianesimo ha una grande valenza che gli va riconosciuta, quella di salvaguardare l’Amore nella sua accezione più alta, la carità tra i fratelli, il bene, il rispetto. L’uomo è stato creato per essere una persona buona, bella, di carità, che voglia bene agli altri e se ne preoccupi. Quando viene meno tutto ciò non viene meno il cristiano ma l’uomo stesso».

Tu hai studiato i principi delle altre religioni, vero?
«Sì, ci tocca. Ho sempre trovato principi comuni, tranne in qualcuna dove ci sono secondo me cose che cozzano con l’umanità e non solo con la religiosità, l’Islam per esempio».

Nello specifico, cosa trovi di poco umano nell’Islam?
«L’atteggiamento verso le donne e il loro ruolo, l’assenza di rispetto».

Pensi che un giorno ci saranno donne sacerdoti?
«No, non credo. Ma non è certo il ruolo sacerdotale che fa grande una persona. Ci sono tanti laici, uomini e donne che sono Santi e anche di più. Cosa mancava a Madre Teresa per esserlo? Il fatto di celebrare Messa? Lei andava molto oltre. Così Bartolo Longo, Giuseppe Moscati e tanti altri».

Nella vostra comunità ci sono anche tante suore ma le più giovani sono peruviane per lo più. In Italia la vocazione femminile è calata?
«Sì, da parecchi anni. Anche per colpa nostra credo, perché gli Ordini religiosi non si sono evoluti al passo con i tempi. Nel caso del ramo femminile vige una mentalità, passami il termine, antica. Però ci sono in Italia congregazioni che hanno fatto passi avanti, che sono scese in strada, che si sono fatte posto in mezzo alla società con grande dignità e riescono ad attirare. Eppure la ripresa delle vocazioni esiste: c’è grande richiamo per la vita claustrale. Il monastero, il silenzio, la preghiera continua, affascinano molto più della vita attiva».

Questo stupisce un po’, non credi che in tante lo facciano per scappare da una vita frenetica e di ansia tipica di questi tempi?
«No, lo fanno per trasporto di fede. Perché in clausura, se non ci fosse la vocazione, impazzirebbero».

In «Il Codice Da Vinci», tra l’altro ispirato a documenti che si dice esistano realmente, si racconta del matrimonio di Gesù con Maria Maddalena. Ha fatto molto scalpore, cosa sarebbe cambiato nella Chiesa se così fosse davvero?
«Non ho letto quel libro, non ne sono mai stato affascinato. Ma se Gesù fosse stato sposato non sarebbe stato un problema, non vedo motivi per cui si doveva tenerlo nascosto. Semplicemente non è così, è un voler andare alla ricerca di cose mai accadute. Pietro era sposato, tant’è che si racconta di Gesù che ne guarisce la suocera, lo erano altri apostoli. Del resto la Chiesa ha sempre difeso la famiglia».

Magari per salvaguardarne l’immagine di uomo casto.
«Ma questa cosa della castità nasce nell’anno mille, per evitare che i feudi dell’Impero andassero dai Vescovi ai figli, ecco perché si impose il celibato, non è mica scritto nella Bibbia o altrove. Bisogna distinguere il voto dalla promessa. Io sono religioso, per me il voto di castità è appunto un voto: ossia rinuncio ad avere una paternità mia per una più grande, quella del gregge a me affidato. Mentre il sacerdote diocesano fa una promessa di castità, non un voto, è completamente diverso. La castità è una scelta della Chiesa e se, pure tra mille anni, i preti potessero sposarsi chi avrà fatto una scelta come la mia sa che la sua famiglia sarà soltanto la comunità».

In tutti i tuoi impegni ti resta tempo per la lettura?
«Leggo di tutto, quando posso. Ho appena comprato l’ultimo volume della trilogia di Ken Follett “The Century”, dedicata al Novecento. Ma amo anche altri autori, da John Grisham a Patricia Cornwell, a Sveva Casati Modigliani. Poi naturalmente libri di chiesa, mi piace molto la Mariologia. E i libretti d’opera lirica. Puccini, insieme alla Callas, è uno dei miei grandi amori».

Complimenti, passi dai Legal thriller ai romanzi storici e d’amore.
«Però non leggo né guardo cose orribili come Gomorra. Certe cose andrebbero conosciute sì, ma non si dovrebbe fare in modo che il pubblico vi si appassioni, c’è il rischio di emulazione o di non comprensione di messaggi. Si trova sempre chi percepisce atti crudeli come affascinanti, la dignità dell’uomo non andrebbe mai calpestata».

Cosa guardi in TV?
«La guardo pochissimo. Mi piacciono i cartoni animati e le serie tv americane. Seguo molto I Simpson e I Griffin. Poi se capita vado al cinema, ma non succede da tempo. Credo che l’ultimo film visto sia stato Maleficent, con Angelina Jolie».

E quello più bello?
«Notting Hill, con Julia Roberts e Hugh Grant».

L’arte che peso ha nella tua vita? Visiti musei, ti affascinano i dipinti?
«Adoro Caravaggio perché trovo che, come Puccini nella musica, esprima i sentimenti nella sua arte con grande tatto, i suoi quadri vanno osservati attentamente per coglierne i messaggi reali. C’è genialità e fascino, per esempio, nel suo “Sette opere di Misericordia”. Andavo spesso a vederlo prima perché era gratis. Ora molto meno».

I sacerdoti hanno uno stipendio?
«Noi frati no. Se lavorano, insegnano o sono parroci, sì. E lo mettono in ogni caso in comunità. Non è che l’8 per mille arrivi nelle nostre tasche, sai».

Sei un buongustaio tu? Com’è la cucina del Santuario?
«Il cibo è molto buono perché le signore che cucinano per noi ci trattano come mamme, il sapore è dato anche dall’affetto che ci mettono. Diciamo che a me piace molto mangiare e aspetto con ansia gli gnocchi. Assaporo con piacere tutto quel che è salato, i rustici. Mangiamo naturalmente tutti insieme e, dopo pranzo, ci fermiamo a chiacchierare nella sala caffè, è bello condividere momenti con i fratelli».

E per le persone che non hanno da mangiare, fate qualcosa?
«Certo, attualmente aiutiamo circa 45 famiglie, principalmente di questo territorio. Anche in collaborazione con il Comune che ci segnala casi specifici. Arrivano beni alimentari dalla Comunità Europea tramite il Banco Alimentare di Caserta e, ogni lunedì, suor Rosetta si occupa di distribuire i pacchi alle famiglie».

Qual è la cosa più strana che ti sia accaduta nella vita?
«Un episodio legato alla mia fede. Avevo diciassette anni, sono morto e poi rinato. Il giorno prima sognai che la statua della Madonna del mio paese, sorridente, mi dava in braccio un bambino bellissimo che mi accarezzava. Mi svegliai piangendo e mi dissi che stavo diventando proprio bigotto se ormai mi capitava di sognare cose del genere. Lo raccontai anche ai miei amici. Il giorno successivo, all’improvviso, ebbi come una sensazione di spaccatura, mi sentii tagliare in due, avvertii una sorta di torsione al braccio sinistro e persi conoscenza.  Restai così per più di mezz’ora. I miei chiamarono il 118, il personale dell’ambulanza tentò di soccorrermi ma io non davo segni di vita. Restavo a terra, immobile, mentre arrivavano intorno a me anche tutti i vicini di casa. Poi mi svegliai. Dopo ho fatto ogni sorta di controllo, ma nessun medico ha mai capito cosa mi fosse accaduto, nessun esame poté evidenziare i motivi di quell’episodio. Qualcuno ipotizzò una crisi da stress, ma io avevo diciassette anni e nessun motivo al mondo per essere stressato. Per me fu chiaro, invece, che Maria mi aveva protetto. Lo presi come un segno. Però fu un momento brutto comunque, perché al risveglio non riuscivo a muovere – e durò un po’ – né la mano né la gamba sinistra. Tutto quel che pensai, piangendo per questo, fu: “Non posso più suonare”».

La musica è importante per te. Cosa ascolti a parte la Callas, Bocelli, Groban e la lirica in generale?
«Renato Zero, amo molto i suoi testi. Poi Sal Da Vinci che considero una delle voci italiane più belle, ma anche qualche canzone di Rosario Miraggio o Gigi D’Alessio. Per il resto vivo con la lirica e dirigo pure il coro parrocchiale liturgico».

La canzone napoletana che ti piace di più?
«Tu ca nun chiagne».

Abbiamo parlato del Lunedì in Albis, ma c’è un altro importante appuntamento al Santuario, la Festa dell’Incoronazione a settembre. La prossima sarà la tua prima da Rettore.
«Sì e per l’incendio al campanile vorrò stupire con effetti speciali. Musica, suoni, colori. La mia idea è questa. Oggi le persone hanno bisogno di momenti di aggregazione, anche di spensieratezza. Qualcuno potrebbe pensare che spendere denaro per fuochi di artificio e spettacoli sia uno spreco. Ma non è così, quando l’ho chiesto a persone che per prime sarebbero interessate perché magari mancano di tutto, spesso del necessario, mi hanno risposto che non si può togliere loro anche il sorriso di una sera».

Cosa ne diresti di un’isola pedonale intorno al Santuario? Un’isola di pace senza auto, senza mezzi pesanti?
«Sarebbe bello, forse permetterebbe di vivere un po’ di più gli spazi. Però la nostra è una Madonna nata sulla strada, quell’Arco era di sicuro un passaggio e forse la sua natura è questa. Il suo posto è la strada, lei vuole così: chi passa guarda la porta della chiesa e può mandarle un bacio, un pensiero».

E il marciapiede antistante il portone principale disegnato dai Madonnari ti piacerebbe?
«Magari, sarebbe fantastico».

I Domenicani pagano le tasse?
«Certo, se vuoi vederle ho una marea di cartelle esattoriali. So che c’è molta ignoranza su questa cosa, noi non siamo esenti».

Da Rettore conoscerai le cifre, a quanto ammontano le tasse in un anno?
«Sono quasi ottantamila euro. Il Santuario si sostiene con le offerte, ed è l’unico stabile esente dalle tasse in quanto luogo di culto. Ma per tutti gli altri immobili paghiamo eccome, è il motivo per cui si è deciso di dare in gestione a privati i locali dove ora ci sono il Bar del Pellegrino e il ristorante Palazzo Dominici, così anche per l’albergo. Poi è anche bello entrare nella cinta del convento e vedere vita, movimento. I fitti non sono grosse entrate – del resto non siamo sul lungomare di Napoli – ma servono a pagare in parte le tasse sugli immobili. Il Centro Studi, il Museo, tutto il resto, non danno alcuna entrata ma dobbiamo mantenerli. Abbiamo affittato l’ex stabile del Liceo Padre Gregorio Rocco all’Istituto Iervolino, dunque tornerà ad essere una scuola, privata, anche se non più tenuta da noi».

Quanti sacerdoti ci sono ora nel convento di Madonna dell’Arco?
«Siamo in dodici, più nove novizi. Quanto alle suore, invece, ce ne sono tre alla Casa di Riposo, venticinque ai Sodani e due a Pollena».

Segui la politica nazionale?
«Poco, pochissimo. Sono monarchico».

Perché?
«Perché credo che in tutte le cose occorra qualcuno che dirima le questioni e ci metta un punto, oggi questo non c’è. La mia generazione non sa quanto è costata la democrazia perciò se ne fa un uso sbagliato, scambiando la libertà di dire ciò che pensiamo con la pretesa che ciò che diciamo è giusto».

Insomma, vorresti ci fosse un Re.
«Il Papa è il sovrano dello Stato Vaticano, non posso che essere monarchico. Alla fine credo ci voglia una figura che sia garante del volere del popolo che oggi nessuno sembra ascoltare».

Vieni da una famiglia di Destra, scommetto.
«Sì».

Cosa ti sentiresti di dire a chi fa del pettegolezzo una ragione di vita? Può essere definito un peccato?
«Non solo è un peccato cristiano ma, se lo si fa con cattiveria e al fine di distruggere un’altra persona, io non ci trovo nulla di umano. Inoltre è uno spreco di tempo che potrebbe essere impiegato meglio. Certo se si scherza chiacchierando e senza malizia è un’altra cosa».

Cosa dovrebbe significare, per un cattolico, impegnarsi in politica?
«Per fare politica, un cattolico deve essere innanzitutto capace di distinguere il bene di tutti, a prescindere dal credo religioso. Deve lottare per il rispetto della sua religione, tutelarne i principi purché questi non intacchino il bene comune. La tutela dell’uomo è la prima cosa, il valore aggiunto deve essere la carità».

Quanto conta il denaro per te e cosa faresti se ne avessi tanto?
«Le opere di carità non contano, rispondono così quasi tutti e non fa testo».

Ma se lo dici tu ci credo.
«Lo impiegherei per la felicità degli altri, comprerei tutto quello di cui possono aver bisogno».

Per te nulla?
«Non nascondo che mi piacerebbe viaggiare. In Europa principalmente, nella monarchica Spagna, a Vienna perché sono un tifoso degli Asburgo, in tante città d’arte. L’America mi affascina meno ma non mi dispiacerebbe vedere New York, Beverly Hills, Hollywood».

Tu puoi tenere animali in convento?
«Mi piacerebbe, adoro i cani. A casa ho avuto un pastore tedesco, poi un beagle bellissimo che mi distruggeva ogni cosa. Ma qui sarebbe un grande impegno e so di non poterlo affrontare. Però ho un pesce combattente, in una bellissima boccia. Si chiama Vince. Ovviamente non combatte».

Sul tuo comodino cosa c’è?
«L’immagine della Madonna della Coltura, una croce con l’Addolorata e una lampada a forma di mappamondo».

C’è qualcosa che vuoi assolutamente fare prima di terminare il tuo compito da Rettore?
«Risollevare il culto, fare in modo che il Santuario torni ad essere un tempio di preghiera, un centro di spiritualità. Vorrei che Sant’Anastasia e non solo – ma soprattutto – sapesse, senza togliere nulla ad altri parroci, che la vita della nostra comunità e della preghiera è viva, attiva e continua».

C’è confronto con gli altri parroci?
«Sì, ci vediamo in varie occasioni, ci riuniamo per il Decanato e abbiamo ottimi rapporti. C’è confronto e amicizia con tutti, ma devo dire che don Ciccio d’Ascoli, il parroco di Santa Maria La Nova, è simpaticissimo».

C’è una donna famosa, magari un’attrice, che trovi piacevole da guardare?
«Raffaella Bergé, un’attrice che recitava nella soap Centovetrine».

Non dirmi che guardavi Centovetrine.
«Ero costretto, a casa comanda la mamma».

Qual è l’insegnamento più importante che riconosci ti abbiano dato i tuoi genitori?
«Mamma e papà mi hanno insegnato ad amare tutti, a non fare del male, a non esprimere giudizi, a non denigrare, a non ridere mai di nessuno. Su questo non si transigeva, mai. Poi mi hanno insegnato la libertà. Quando avevo quindici anni chiesi per la prima volta a mia madre se potevo andare in discoteca a Gallipoli, lei mi disse di sì. Chiesi a che ora dovevo rientrare. Lei mi disse: “Non c’è orario finché ti comporti bene e non fai nulla che possa danneggiare te o altri. In caso contrario, perderai tutto”. Sono sempre rientrato tardissimo e non mi è mai venuto in mente di bere, correre in auto o fumare uno spinello. Mi hanno perciò insegnato la responsabilità».

Ricordi il momento preciso in cui hai deciso di diventare sacerdote?
«Fu dopo l’episodio che ti ho raccontato, quando persi conoscenza dopo aver sognato la Madonna. L’anno successivo vissi un periodo buio, mi allontanai dalla parrocchia e mi dedicai alla musica, partecipai a concorsi e arrivai secondo ad uno importante, per la Fly Records, era il 1997. Nel mese di agosto di quell’anno la mia professoressa di musica mi chiamò proponendomi un altro concorso che mi avrebbe aperto le porte di SanremoLab. Ma in quel momento avevo già deciso quale fosse la mia strada e le risposi che a settembre sarei entrato in convento».

Ci sono tanti sacerdoti e suore che cantano in pubblico, non ti piacerebbe?
«La musica è un modo per avvicinare le persone. Questo dono che Dio mi ha dato lo metto al suo servizio, la cosa più bella è cantare per Maria e per il Signore».

Dunque se ti capitasse di poter fare un duetto con Sal Da Vinci, per esempio, non ti piacerebbe?
«Chissà».

Il secondo weekend di luglio sarà a Sant’Anastasia per il Festival Giovani Talenti. Posso invitarti almeno in platea?
«Non dico mai no alla bella musica».

Qual è il peccato oggi più comune nella società, il male più radicato?
«Il menefreghismo».

Come sono attualmente i rapporti Santuario – Comune di Sant’Anastasia? In passato le frizioni non sono mancate.
«C’è una bella sinergia con il sindaco e altri amministratori. Amichevole e di grande confronto, trovo sempre una grande disponibilità, ricambiata. Il Santuario è a disposizione per qualsiasi cosa sia utile alla città, da un convegno a una conferenza, da concerti a incontri. Noi ci siamo».

Ti senti cittadino di Sant’Anastasia?
«Conservo la residenza a Parabita, ma sono parte di questa città, vivo qui. Gioisco con gli anastasiani delle cose belle, soffro con loro se accade qualcosa di male».

Santuario a parte, quale trovi sia l’angolo più bello di Sant’Anastasia?
«Il Boschetto, c’è un contatto con la natura molto particolare, un suggestivo angolo di verde che ti sommerge».

Hai trovato degli amici qui? C’è una persona che hai incontrato e con la quale ti piace parlare, confratelli a parte?
«Sì, è il vicesindaco di questa città, Armando Di Perna. Siamo quasi coetanei e andiamo molto d’accordo, ci incontriamo ogni mattina in chiesa».

Supponi di dover stare lontano da tutti e tutto per un bel po’ e di poter tenere con te solo tre oggetti. Quali scegli?
«Un I-pod con tutta la musica possibile, il mio Rosario che non deve mai mancarmi e una fotografia della mia famiglia allargata, parenti ed amici».

Immagina di poter fare una modifica estetica o architettonica al Santuario o alle sue pertinenze e di non avere problemi economici in merito. Cosa faresti?
«Lo renderei ancora più barocco, abbonderei con i marmi. E sicuramente rifarei ex novo l’aula liturgica, ripensandola completamente e rendendola aula polifunzionale, quasi un teatro, capirai bene anche il perché. Per inciso, a settembre prossimo, per la festa, ci sarà un’altra sorpresa. Ma questa proprio non posso dirtela».

Mi dici invece, per finire, quelli che pensi siano i tuoi pregi e i tuoi difetti?

«Sono simpatico, aperto, solare, altruista, mi piace stare in compagnia. Quanto ai difetti, a volte sono brutale nel dire le cose, spesso non riesco a trovare termini delicati per dire quel che penso. Insomma, non la mando a dire e questo a volte può ferire un altro senza volere».

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