Transizione ecologica, il punto critico a cui è pervenuto lo stato del pianeta terra

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Transizione ecologica, riscaldamento globale e consumo delle risorse del pianeta: il punto critico a cui è pervenuto lo stato del pianeta terra, causato dallo sviluppo economico provocato dall’uomo che ha assoggettato alle sue esigenze tutti gli altri esseri viventi, animali e vegetali presenti.

Transizione ecologica: parola magica entrata nel linguaggio comune dei politici e dei mass media, che ne fanno un uso smodato senza mai entrare nel merito, unitamente ad altri due termini: riscaldamento globale e consumo delle risorse del pianeta.

Questi termini vogliono certamente evidenziare il punto critico a cui è pervenuto lo stato del pianeta terra, causato dallo sviluppo economico provocato dall’uomo sapiens, che ha assoggettato alle sue esigenze tutti gli altri esseri viventi, animali e vegetali presenti.

Questa condizione a cui si è pervenuti è ascrivibile essenzialmente a due cause ben precise, aumento pressante della popolazione e consumo delle risorse necessarie al suo mantenimento. 

Affrontiamo il problema delle risorse ed in particolare delle risorse energetiche, il cui utilizzo tanto allarma per l’inquinamento che provoca nell’atmosfera terrestre.

Sino ai primi anni del 1800, le uniche fonti energetiche utilizzate erano ricavate dalla forza muscolare degli uomini e degli animali, dal vento per la navigazione marittima e l’azionamento di rudimentali mulini, dalla corrente dei fiumi per l’azionamento di grossolane macchine operatrici, dal legno per il riscaldamento, la cottura di cibi, la fusione dei metalli, oltre a limitati quantitativi di carbone già da qualche secolo prima, nient’altro.

L’invenzione della macchina a vapore nel IXX secolo, stravolse completamente la situazione con il crescente utilizzo di combustibili fossili necessari ad azionare sempre più macchine, passando dal carbone, al petrolio, al metano. Nel contempo, si diffuse l’energia elettrica che non è una fonte primaria, in quanto ha bisogno di essere prodotta con l’utilizzo di combustibili o dalla forza di gravità dell’acqua che viene fatta scorrere da una certa altezza lungo condotte in ferro. In tempo più recenti, successivamente all’ultima guerra, sono state costruite nel mondo numerose centrali elettriche ad energia nucleare. L’Italia, a seguito del referendum del 1987, ha rinunziato a costruire centrali simili e smantellato quelle esistenti o in costruzione. Alla fine del secolo scorso si è diffuso la produzione di energia elettrica da altri fonti, quella fotovoltaica e quella eolica con l’utilizzo, rispettivamente, del sole la prima e del vento la seconda. Per entrambe la produzione è intermittente e fuori dal controllo dell’uomo, dipende appunto dalla presenza del sole e dal vento.

Premesso brevemente quanto sopra, esaminiamo l’entità dei consumi energetici in Italia. Cominciamo dall’energia elettrica. Nel 2019, la richiesta complessiva di 319.622 GWh (milioni di KWh) è stata così soddisfatta (fonte società Terna che gestisce la rete elettrica):

14,89% da fonte idrica, 1,78% da fonte geotermica (è utilizzato il vapore d’acqua che fuoriesce   dalla terra), 6,27% dall’eolica, 7,30% dalla fotovoltaica, 58,61% da fonte termica (utilizzo di combustibili), il resto da scambi con l’estero.

Nella fonte termica, oltre ai combustibili di origine fossile, sono compresi anche quelli utili per attivare la cosiddetta economia circolare, cioè l’utilizzo di scarti (legname, stralci da coltivazione, rifiuti, metano ricavato dalle biomasse). Questi combustibili, bruciando per fornire energia, contribuiscono anche loro all’emissione di inquinanti e di anidride carbonica nell’atmosfera. Il loro apporto nel 2019 ha soddisfatto il 5,5% circa della richiesta di energia elettrica. 

Le fonti attuali che non inquinano l’atmosfera terrestre sono l’idrica, la geotermica, l’eolica e la fotovoltaica. La idrica e la geotermica sono fonti che hanno già da anni raggiunto la piena disponibilità esistenti in Italia e, quindi, non suscettibili di ulteriori aumenti significativi. Restano la fotovoltaico e l’eolica, uniche fonti attualmente disponibili per ulteriori incrementi di richiesta di energia elettrica senza inquinare l’atmosfera.

L’energia elettrica copra solo una parte dei fabbisogni energetici dell’Italia. Il totale dei consumi energetici cosiddetti finali è stato pari nel 2017 (ultimo dato disponibile) a 125,5 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, unità di misura che si adotta per equiparare tra loro tutte le fonti energetiche, 1 Mtep è pari a 11,63 miliardi di KWh). A tale consumo, l’energia elettrica ha contribuito con il 21,9% circa.  

Dai dati statistici esposti, risulta chiaro che, se si vuole rinunziare del tutto alle fonti fossili, occorre reperire un’altra fonte della stessa entità. Oggi si parla molto dell’idrogeno come fonte energetica per soddisfare i fabbisogni. Vediamo nel dettaglio se e come sia possibile.

L’idrogeno è l’elemento più diffuso nell’universo. Sulla terra però non esiste in forma libera, ma combinato o con il carbonio nei carburanti fossili o con l’ossigeno nell’acqua. Per ottenerlo si parte da carbone, petrolio o gas, con produzione di anidrite carbonica (CO2), come sottoprodotto, (cosiddetto “idrogeno grigio”), oppure con tecnologia che consente la cattura e lo stoccaggio della CO2 (“idrogeno blu”). Entrambe le tecnologie di produzione sono avversate dagli ecologisti per il sottoprodotto CO2 e propendono per l’elettrolisi dell’acqua, dalla cui decomposizione si ottiene ossigeno e idrogeno (“idrogeno verde”). La dissociazione elettrolitica dell’acqua richiede la fornitura d’energia elettrica per realizzarla, con una efficienza del 75%-80%, ciò significa che spendendo 100 di energia elettrica, otteniamo idrogeno con un contenuto energetico di 75-80, una trasformazione energetica in perdita, quindi. Affinché l’idrogeno così ottenuto sia realmente “verde”, è necessario che l’energia elettrica utilizzata per la dissociazione dell’acqua sia proveniente da fonti che non producono CO2. Queste fonti sono l’idroelettrica, la geotermia, l’eolica e la fotovoltaica, avendo l’Italia abbandonato il nucleare.

Precedentemente abbiamo quantificato il totale dei consumi energetici in Italia a 125.5 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Questo è il valore finale. Per arrivarci occorre considerare a monte tutte le perdite di trasformazione, in ragione di ciò il totale fabbisogno da fonte primaria è stimato in 170 Mtep.

Abbiamo o avremo energia sufficiente a produrre da fonte non inquinante questo fabbisogno energetico? Esprimendo in Mtep la produzione di energia elettrica che non sviluppa CO2, abbiamo i seguenti valori: 4,09 Mtep d’idrica, 0,49 Mtep di geotermia, 3,73 Mtep di eolica più fotovoltaica. Abbiamo già evidenziato che la idrica e la geotermia sono fonti che hanno già da anni raggiunto la piena disponibilità esistenti in Italia e, quindi, non suscettibili di ulteriori aumenti significativi. Restano la fotovoltaica e l’eolica, uniche fonti attualmente disponibili per coprire il fabbisogno elettrico senza inquinare e per la produzione d’idrogeno. Il loro valore attuale di produzione, malgrado gli incentivi che sono stati profusi da quasi trent’anni per promuoverne la produzione, incentivi caricati sulla bolletta elettrica, ammonta, come già detto, a 3,73 Mtep, irrilevante rispetto ai 170 Mtep circa necessari. Illusorio, quindi, ipotizzare la possibilità di poter costruire, in un futuro più o meno prossimo, impianti fotovoltaici e eolici in numero e potenzialità tali da coprire l’intero fabbisogno energetico, a parte le limitate quote d’idrica e geotermia, con la totale o per lo meno significativa decarbonizzazione dell’energia.  

La completa rinunzia alle fonti fossili per produrre energia non è un obiettivo alla portata dell’umanità allo stato attuale delle conoscenze. E’ possibile, invece, graduare vari interventi per miticarne gli effetti sull’atmosfera, come in realtà si sta già operando da tempo, per esempio: azzerare l’utilizzo del carbone e ridurre, per quanto possibile, quello del petrolio a favore del metano, incrementare la produzione d’energia fotovoltaica ed eolica, mettere in atto processi per la cattura del CO2, migliorare i processi produttivi e l’isolamento delle costruzioni per ridurre i consumi energetici, digitalizzare le attività ed incrementare il lavoro a distanza per abbattere la necessità di spostamento delle persone, riorganizzare in sintesi la società perché sia mena famelica d’energia. Tra questi obiettivi c’è naturalmente anche l’utilizzo parziale dell’idrogeno, sia esso grigio, blu o verde, che ha bisogno di lunghe e complesse sperimentazioni per un impiego diffuso. Ovviamente nessuno di questi provvedimenti sarà la panacea, tutti insieme potranno soltanto contribuire a miticare l’inquinamento dell’atmosfera terrestre. 

Per concludere, ritorniamo alle cosiddette energie rinnovabili, tanto propagandate. Distinguiamo tra quelle ad impatto zero sull’atmosfera perché non emettano inquinanti, come l’idroelettrica, la geotermia, l’eolica, la (fotovoltaica e quelle utili per attivare la cosiddetta economia circolare, come già precedentemente precisato, legname, stralci di coltivazioni agricole, rifiuti, metano ricavato da biomasse, che sono comunque dei combustibili che bruciando emettono inquinanti, tra cui la CO2. Inserirle tutte insieme nella categoria di rinnovabili, ha generato nell’opinione pubblica l’equivoco che siano tutte non inquinanti. L’esempio clamoroso sono rappresentate dalle stufe a pellet per il riscaldamento domestico, tante propagandate dagli ecologisti perché utilizzano combustibili di provenienza naturale, legno, (quindi bio), e che si stanno diffondendo a macchia d’olio, contribuendo sensibilmente alla presenza d’inquinanti nell’atmosfera dei centri abitati.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)