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Della collezione del Santuario fanno parte numerose tavolette del ‘500, alcune delle quali vennero offerte da detenuti che erano riusciti a sopravvivere ai metodi violenti – e tra questi la “tortura della corda” – usati da magistrati e guardie nelle carceri napoletane. Subivano “la corda” anche le donne accusate di magia nera e di stregoneria. La pittura “borghese” – donne e bambini “miracolati” -nelle tavolette votive dell’Ottocento.

 

Scrive Nino D’Antonio che nel 1979, anno di pubblicazione del suo libro sugli ex voto dipinti di Madonna dell’Arco, la collezione del Santuario comprendeva ben 4310 tavolette votive: di queste 688 risalgono al Cinquecento, e sono in gran parte – 542 esemplari- dipinti su legno, mentre le rimanenti 146 sono tempere su carta. Nel Settecento i pittori degli ex voto dipingono soprattutto su tela: le tele sono 838 su 937. Ma gli aspetti tecnici di questa straordinaria raccolta di arte religiosa conviene trattarli a parte, anche perché nel ‘700 e nell’’800 sempre più netta diventa la differenza tra i dipinti che rivelano una “mano maestra” e quelli che invece provengono dalle botteghe popolari di San Biagio dei Librai e di San Gregorio Armeno. Non c’è evento, non c’è situazione di cui le tavolette votive non diano documentazione: naufragi, attacchi dei pirati, eruzioni, furti, malattie, incidenti, anche quelli banali, e possessioni demoniache spingono uomini e donne a chiedere la protezione della Madonna dell’Arco, a formulare il voto, e poi a dare testimonianza, con la tavoletta dipinta, della grazia ricevuta, “votum fecit gratiam accepit”.Nel 1892 Marcellin Pellet, console francese a Napoli, scrisse di aver visto una “scena di naufragio che recava la data del 1505 e che “sfortunatamente, un gran numero di questi quadri, vecchi di tre secoli, sono quasi cancellati dal tempo o sono stati collocati fuori vista, a venti metri d’altezza”.

Molte tavolette del Cinquecento e del primo Seicento, dedicate a fatti giudiziari, documentano il terrore che anche a delinquenti incalliti incutevano i sistemi di tortura praticati nelle carceri di Napoli. Faceva paura soprattutto la “stanza della corda”, dove i carcerati che si rifiutavano di rispondere alle domande dei giudici e delle guardie venivano sospesi ad una corda collegata a una carrucola e erano sottoposti a strappi improvvisi, con conseguenti dolorosissime slogature, e alla terribile punizione delle frustate con le “funicelle”. Anche le donne subivano questo trattamento, soprattutto quelle accusate di stregoneria: la tavoletta del’700, pubblicata in appendice, mostra due donne che, “appese” alla corda e interrogate da due sacerdoti, ebbero dalla Madonna la grazia di sopravvivere alla tortura. In una“tempera magra su tavola” del 1617 (vedi foto in appendice) il “graziato” si è fatto rappresentare in cella- forse è il castello del Carmine adibito a prigione – e, in primo piano, in ginocchio, come uomo libero: dalla Madonna egli ha ottenuto la grazia di evitare il trattamento della “corda”. L’uomo occupa un rango sociale medio – alto: lo dimostra la foggia “spagnola” del suo abbigliamento. Egli ha potuto ingaggiare un pittore di buona qualità, capace di disegnare la prospettiva della fortezza e il trono di legno su cui è seduta la Madonna.Nella didascalia di una tavoletta del ‘600 si legge: “ Per vilo error essendo stato inquisito falsamente da tredici testimoni fu tormentato in questo modo come vedete colpito da 21 bastonate si tan che alla corda sospeso ricorse alla Madre di Dio dell’ Arco e mi fece (gratia). Amen”. Secondo gli studiosi, nell’ Ottocento incomincia a manifestarsi, nel livello artistico delle tavolette, “il processo involutivo che arriva sino ai nostri giorni” (D’Antonio). Cresce il numero dei temi trattati, e il consolidarsi dello spirito borghese fa sì che si diffonda la “ritrattistica” di donne e bambini miracolati. E può capitare che questo tema ispiri a qualche pittore tavolette di buon livello.

Nel 1890 Pasquale Cappelli esegue e firma l’olio su tela (cm. 24 x 34,5) la cui immagine apre l’articolo. Dell’autore sappiamo che nacque a Napoli nel 1866, che fu allievo dell’Istituto di Belle Arti, lavorò anche in Puglia e in Sicilia e venne considerato un valente pittore su ceramica. La figura della madre che sta al centro della tavoletta votiva dimostra che Cappelli conosce la pittura di Morelli, di De Gregorio e dei Macchiaioli: la preoccupazione della madre e la certezza che la Madonna le farà la grazia liberando il figlio dalla malattia vengono sapientemente espresse dal profilo del volto, dalla postura del corpo e dal “gioco” delle mani. La testa del bambino è appena delineata con rapidi tocchi di pennello, mentre le macchie del bianco portano luce all’interno della stanza: luce reale, e un lampo di luce metaforica, al centro del quale si manifesta l’immagine miracolosa della Madonna dell’Arco.