Dopo la scomparsa di Gianni Sallustro, il cambio di nome e la nuova direzione artistica accendono il malcontento di allievi e storici frequentatori: “Non era solo un teatro, era un’idea”.
NAPOLI – Non è soltanto un cambio di insegna. Per molti, è una frattura simbolica. La presentazione della nuova stagione teatrale del Sannazzaro, con l’annuncio della nascita del “TINy Sannazzaro”, ha acceso un acceso dibattito nel mondo culturale napoletano e, soprattutto, tra quanti hanno vissuto per anni il Teatro Instabile Napoli come casa artistica, laboratorio creativo e presidio di ricerca indipendente.
La questione esplode a poco più di due mesi dalla morte improvvisa di Gianni Sallustro, scomparso lo scorso 20 aprile. Attore, regista, formatore e fondatore dell’Accademia Vesuviana del Cinema e del Teatro, Sallustro negli ultimi anni era stato il volto e l’anima del TIN, raccogliendo l’eredità spirituale di Michele Del Grosso, storico fondatore del Teatro Instabile.
È importante chiarire un aspetto spesso frainteso: il TIN non era di proprietà di Gianni Sallustro. La struttura era infatti in concessione, poiché la titolarità burocratica restava legata all’unico erede di Del Grosso. Eppure, al di là degli aspetti formali, per il pubblico e per gli allievi Gianni rappresentava la continuità naturale di quel progetto culturale.
Dopo la sua scomparsa, la domanda è diventata inevitabile: che ne sarà del TIN?
Già il 21 giugno, durante la serata commemorativa dedicata a Sallustro all’interno dello stesso teatro, si rincorrevano indiscrezioni su un possibile passaggio di gestione ai direttori del Teatro Sannazzaro. La conferma è arrivata con la presentazione ufficiale della nuova stagione 2026/2027. Ma più ancora del cambio gestionale, a ferire molti è stato il nuovo nome scelto per lo spazio: TINy Sannazzaro.
Per gli ex allievi e per chi ha vissuto il teatro dall’interno, quel “TINy” suona come una banalizzazione di una sigla che non è mai stata un semplice acronimo.
“Il TIN non è mai stato solo un’insegna sulla porta”, scrive uno storico allievo di Sallustro. “Era un’idea, un modo di fare arte libera, indipendente e instabile”.
Ed è proprio qui il cuore della polemica. Il Teatro Instabile Napoli non nacque come contenitore di spettacoli, ma come spazio radicale di sperimentazione. Michele Del Grosso lo costruì come luogo di resistenza culturale, capace di ospitare esperienze che hanno segnato la storia del teatro di ricerca italiano e internazionale. Dal Living Theatre all’Open Theatre, passando per rassegne, performance interdisciplinari, concerti e laboratori, il TIN ha rappresentato per decenni un’anomalia preziosa nel panorama teatrale cittadino.
Gianni Sallustro aveva ereditato quello spirito, mantenendo viva una vocazione precisa: fare del teatro un luogo di formazione, scoperta e libertà espressiva. Non un cartellone commerciale, ma un organismo vivo, aperto al rischio artistico.
Ed è proprio la nuova proposta culturale a suscitare perplessità. Diversi ex frequentatori evidenziano una forte distanza tra la programmazione appena annunciata e l’identità storica del TIN. Non si tratta di contestare la qualità artistica degli spettacoli in cartellone, ma di interrogarsi sulla loro coerenza con la natura originaria dello spazio.
Sul fondo resta anche una riflessione più ampia. Il Teatro Sannazzaro, oggi sostenuto dal Ministero della Cultura, può contare su finanziamenti pubblici importanti. Una condizione che Michele Del Grosso prima e Gianni Sallustro poi non hanno mai avuto. Il TIN è sopravvissuto per anni grazie a sacrifici personali, ostinazione e passione.
Ed è forse questo il nodo emotivo più profondo del dibattito. Per molti, il timore non è il cambiamento in sé, ma che si perda la memoria di ciò che quel luogo è stato.
Il futuro del teatro è ancora tutto da scrivere. Ma una cosa appare chiara: il dibattito di queste ore non riguarda soltanto un cartellone o un nome. Riguarda il significato stesso della parola eredità.
Perché alcuni luoghi culturali, prima di essere spazi fisici, diventano comunità. E quando una comunità percepisce che la propria storia rischia di essere ridotta a marchio o formula comunicativa, la reazione diventa inevitabile.
Il TIN, per chi lo ha abitato davvero, non è mai stato piccolo. E forse è proprio questo che oggi molti chiedono di non dimenticare.








